Dopo Hereditary e Midsommar, il regista Ari Aster realizza un’opera delirante di proporzioni epiche: Beau is afraid è un’odissea strabiliante e imprevedibile. Prodotto da A24 e distribuito in Italia da I Wonder Pictures.

Trama: Joaquin Phoenix è Beau, un uomo introverso e paranoico che si appresta a mettersi in viaggio per far visita a sua madre; ma, alla vigilia della partenza, intorno a lui esplode il caos. Incapace di giungere a destinazione in un mondo completamente impazzito, Beau percorrerà strade che non si trovano su alcuna mappa e sarà costretto ad affrontare tutte le paure e le bugie di una vita.

Un progetto molto ambizioso

L’idea nasceva già nel 2011 quando realizzava Beau, un cortometraggio di 7 minuti. Negli anni successivi Ari Aster ha poi scritto una prima stesura della sceneggiatura del lungometraggio. Nel 2021 la A24 annunciava il film (titolo provvisorio Disappointment Blvd.) con Joaquin Phoenix nel ruolo principale. Con 35 milioni di dollari si tratta del budget più alto messo a disposizione da A24, superando quello di Everything everywhere all at once. Probabilmente Ari Aster si è fatto i suoi calcoli, realizzando Hereditary (che è il suo film più vendibile) come opera prima, per poi spostarsi verso qualcosa di più personale e fuori dagli schemi. Questo terzo film ha un’ulteriore commistione di generi, ma comunque l’horror è ampiamente presente nel racconto.

Beau
Joaquin Phoenix e Ari Aster sul set

Beau ha paura è un film viscerale che sa essere egualmente angosciante e ironico con il suo umorismo nero. Questo lo rende di conseguenza un film straniante, capace di sconvolgere e far sorridere nel giro di pochi istanti. Aster ha descritto il film in diversi modi, inizialmente come una commedia da incubo, aggiungendo <<è come mandare un bambino di dieci anni a fare spesa dopo averlo imbottito di Zoloft (uno degli antidepressivi americani più prescritti negli Stati Uniti)>>. Effettivamente si tratta di un adulto che si comporta come un bambino, e intraprende un viaggio in stato confusionale. C’è tanto su cui soffermarsi: molto suggestivi i flashback della sua infanzia, nel film c’è una costante dell’acqua come nelle scene con la vasca da bagno (splendida quella che poi prosegue con la scala della soffitta). Elaine (Julia Antonelli) è l’adolescente di cui s’innamora sulla nave da crociera – durante la quale Beau è interpretato da Armen Nahapetian, che sembra davvero un giovanissimo Joaquin Phoenix.

Beau

Beau Is Afraid è chiaramente l’opera di un regista a cui, dopo due horror di successo, è stata data la libertà di fare ciò che vuole. Nonostante ci siano delle similitudini con l’horror proposto in Hereditary e Midsommar, Beau lavora in maniera meno convenzionale ed è totalmente radicato nella sua psiche. Difficile trovare un altro film con una raffigurazione così vivida dell’ansia e della psicosi del protagonista. Per dirla all’americana è un vero e proprio bad trip, che sovverte continuamente le aspettative, ogni singolo momento è imprevedibile e perturbante. L’obiettivo principale di Aster sembra quello di mettere forzatamente il pubblico nella mente di Beau (e noi inconsciamente sappiamo che è cosi) facendoci vivere nei panni di un perdente costretto a convivere con ansia, paranoie e sessualità repressa. Ed è proprio per questo motivo che il film può essere respingente per molti, in casi come questo bisognerebbe provare a mettere da parte le aspettative e lasciarsi andare a una visione più passiva, per non finire poi a scrivere argomentazioni fallaci e diventare ancor più narcisisti dell’autore dell’opera.

Beau

L’orrore esistenziale dagli occhi di un regista visionario 

Beau Is Afraid incarna perfettamente una coscienza frammentata. A ogni passo Beau sembra esplorare un mondo completamente nuovo, un uomo che non riesce ad affrontare la vita con gli occhi di un adulto. Cerca in ogni modo di raggiungere sua madre Mona (una straordinaria Patti LuPone), ma gli ostacoli sulla sua strada sembrano moltiplicarsi. Nella prima parte è interessante vedere che il suo appartamento – e quindi il posto in cui dovrebbe sentirsi al sicuro – sia così vulnerabile, facendoci provare fin da subito tutta l’ansia con cui è costretto a convivere. Il quartiere stesso, filtrato dagli occhi di Beau, appare come un luogo infernale (con tutte le paranoie che può avere un cittadino ansioso negli Stati Uniti). Non c’è nessun posto dove Beau possa sentirsi a proprio agio, non c’è scampo dall’incubo a occhi aperti che è la sua vita. In quasi ogni scena del film abbiamo la sensazione che il regista faccia di tutto per abbattere Beau, e il risultato è sia straziante che esilarante nella sua assurdità.

La regia di Aster è magistrale, così come lo è la performance di Joaquin Phoenix, che incarna Beau come un uomo-bambino spaesato e confuso, incapace di districarsi nel suo complicato mondo agli occhi della madre opprimente. In seguito assistiamo a una sequenza animata che paradossalmente diventa la più cupa del film, con l’inquietudine che s’insinua con un’estetica fra Il Mago di Oz e The Wolf House. Il teatro appare come una sorta di limbo nella foresta buia, vi è un’atmosfera rarefatta dove Beau si abbandona immaginandosi come sarebbe la sua vita se la vivesse più attivamente. A rendere il tutto ancora più perturbante è il sonoro, sentiamo continuamente i rumori dell’ambiente mescolarsi con le voci umane, intensificando quindi la paranoia di Beau (e di conseguenza la nostra).

Beau

La vita può essere un accumulo di fallimenti, e questo protagonista potrebbe rappresentare le paure più radicate di Ari Aster. Beau Wassermann è un esempio di passività e fragilità emotiva, un uomo le cui preoccupazioni lo seguono ovunque vada e rendono impossibile eseguire i compiti più semplici. Allo stesso tempo è un vigliacco (quasi da cartone animato) che borbotta e urla di continuo, lontano anche dalla definizione di antieroe. Una vertiginosa avventura picaresca attraverso un inferno freudiano, mentre cerca di raggiungere la madre e quindi le sue origini.

Interpretazione del finale (con SPOILER)

Indipendentemente dalla reazione del singolo spettatore, questa è un’opera che richiede discussione, analisi e riflessioni. Ed è più accessibile di quanto si possa pensare, nonostante la follia dilagante. Non serve una certezza di quello che sia reale o meno, è un film che sfrutta simbolismi e metafore mantenendo sempre una sua coerenza interna (o per meglio dire: inconscia). Quando non riusciamo più a governare la nostra mente, è la mente che finisce per governare noi. Può sembrare una frase superficiale ma sintetizza quel meccanismo compulsivo che attua la nostra mente quando non prendiamo il controllo, ma viviamo passivamente. Di conseguenza, nel film, le persone che stanno cercando di aiutare Beau (per esempio lo psicoterapeuta) diventano parte del complotto contro di lui.

Beau

In un’odissea fatta di paure, sogni, fantasie e ricordi repressi, Mona Wassermann è il burattinaio invisibile che muove i fili nella vita di suo figlio Beau. Ne consegue questa sensazione di essere continuamente monitorato e di avere la sua vita circoscritta dalle sue preoccupazioni e richieste. Non a caso le manie di persecuzione sono frequenti in persone che hanno avuto almeno un genitore narcisista e maniaco del controllo, Beau è spesso vittima di un senso di colpa che non riesce a gestire, per via di questa dipendenza patologica per sua madre. Anche se a mio parere non è propriamente corretto parlare di complesso di Edipo, in quanto non vi è alcuna rivalità con il padre, e la figura materna non è poi così venerata. Sarebbe più appropriato parlare di senso di colpa.

Quando Beau finisce di fare sesso con Elaine (non ironicamente sul letto della madre) prova un sentimento di genuina liberazione realizzando che non era destinato a morire. Nonostante questo, Beau non riesce a spezzare le catene (e un dialogo nel film parla proprio di catene, nel teatro) che lo tengono legato a questa madre così soffocante. Per quanto riguarda il padre di Beau e la soffitta, abbiamo a che fare palesemente con i simbolismi freudiani (attico = subconscio). Il mostro fallico rappresenta la sessualità repressa di Beau, una creatura furiosa e insaziabile che, come i suoi testicoli gonfi, ha raggiunto dimensioni da cartone animato. Ma è anche una visione completamente annientata della figura paterna che non ha avuto nessun ruolo nella vita di Beau. L’uomo incatenato lì vicino, mostrato come il fratello perduto di Beau, rappresenta invece il suo sé più coraggioso (come suggerisce anche un dialogo del film), che sua madre ha metaforicamente rinchiuso in soffitta per tenerlo a bada.

Beau

Nella fase finale di Beau is afraid, Aster si concentra su un meccanismo di autoflagellazione cinematografica, mettendo il suo burattino sotto processo. Dettaglio curioso: in un momento fugace nella prima parte del film vediamo brevemente un ragazzo che gioca con una barca giocattolo in una fontana pubblica. Mentre Beau ci passa accanto, la madre del ragazzino afferra con rabbia il braccio di suo figlio e lo trascina via, facendo capovolgere la barca proprio come quella su cui si troverà Beau nella scena conclusiva. Il destino di Beau sembrava quindi già segnato.

L’arena finale diventa un processo alle intenzioni contro un Beau ormai sfinito; Aster quindi ne approfitta per sferrare il colpo finale e alla fine del suo cammino resta soltanto la desolazione più totale. Durante i titoli di coda vediamo il pubblico allontanarsi con indifferenza. L’epilogo inevitabile di un uomo codardo e debole che non ha mai saputo spezzare le catene che lo legavano a sua madre, al suo passato, e quindi all’origine di tutti i suoi problemi.

Beau

In conclusione

Un incubo dal quale non ci si può sottrarre neanche per un secondo, un film da approcciare con la consapevolezza che le proprie aspettative saranno costantemente sovvertite. Consiglio quindi di andare a vederlo coscienti di questo, non tutti i film sono realizzati per compiacere un pubblico più ampio possibile. Da un punto di vista più cinico invece direi: “Beau ha paura” è quello che succede quando si dà carta bianca a un artista che non vuole andare dallo psicoterapeuta.

Classificazione: 4.5 su 5.

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