35 anni oggi per il regista statunitense Ari Aster approdato nel 2018 sulla scena cinematografica di genere internazionale esordendo con il lungometraggio Hereditary – le radici del male. 

Una carriera da poco iniziata e già destinata a lasciare il segno all’interno del panorama  horror: Ari Aster, che conta all’appello “soltanto” due lungometraggi (il secondo, Midsommar, uscito nel 2019) , fa il suo ingresso in scena con un film che non passa certo inosservato.

Realizzato con un budget di 10 milioni di dollari, la pellicola ne ha incassati in tutto il mondo 80, venendo caldamente accolta sia dal pubblico che dalla critica. Con un cast che vanta nomi quali Toni Colette, Alex Wolff e Gabriel Byrne (per non parlare della straordinaria interpretazione di Milly Shapiro), il film dalla durata impetuosa di più di due ore, si presenta come una lenta e sconvolgente discesa in un mondo oscuro, eppure terribilmente vicino a noi. 

In occasione del trentacinquesimo compleanno del regista, ripercorriamo insieme la storia di Hereditary – Le radici del male.

La trama

Dopo la morte della matriarca della famiglia Ellen Graham, sua figlia Annie (Toni Colette), deve lasciarsi alle spalle i complicati trascorsi con la madre e prendere in mano le redini della sua dissestata famiglia.

Soprattutto quando, a causa di un tragico e brutale incidente, la figlia minore Charlie (Milly Shapiro) perde la vita.
Da quel momento Annie, suo marito, e il figlio sedicenne Peter, si ritroveranno non solo a fare i conti con le loro tormentate dinamiche familiari, ma anche a dover affrontare qualcosa di più grande, di più pericoloso, un male sconosciuto.


E questo male misterioso inizia a manifestarsi nelle loro vite, nella loro quotidianità, in maniera totale e devastante, trascinandoli verso l’ignoto in una raffica di eventi paranormali e devastanti per la loro mente.

Ma qual è il mistero che si cela dietro ciò? Quali sono, appunto, le radici di questo male che li opprime? Forse il destino non ha accezione di casualità nel caso della famiglia Graham.

Il male che attende

Hereditary è una pellicola che si schiude lentamente. Forse è proprio l’attesa a far da padrona sullo schermo: oltre alla durata sopra la media del film (2 ore e 7 minuti che, per la struttura e li lento svelamento della vicenda, vengono volutamente percepite), ciò che colpisce è la reazione dei personaggi al turbinio di eventi atroci che li investe.

Lo spettatore infatti, di pari passo con i personaggi, entra in contatto con la dimensione del male che invade la vita dei protagonisti in maniera assolutamente dosata. Una presenza che compare di sfuggita nel buio di una stanza da letto, una luce misteriosa che aleggia su una parete. Tramite piccole e terribilmente comuni apparizioni, la lenta discesa dei protagonisti nel terrore inizia.


E con ciò quella dello spettatore, che assiste impotente al dischiudersi del male in modi e luoghi che solo assolutamente vicini a noi.
In Hereditary infatti il terrore, suona strano dirlo, si trova nell’ordinario. Ad esclusione di alcuni, agghiaccianti, momenti in cui il paranormale prende il sopravvento (indimenticabile la “silenziosa” possessione di Annie che levita sul soffitto della stanza del figlio), la vicenda spaventa perché è raccontata con le tinte e i ritmi della normalità.

La vista dell’orrore

Le sequenze più spaventose della pellicola non si consumano in pochi attimi di terrore fugace e gridato, ma in lenti e contenuti primi piani di chi il terrore lo sta vedendo con i propri occhi. 

La macchina da presa di Ari Aster sposta il suo focus sulla reazione umana piuttosto che sul centro dell’orrore, donandoci lunghi attimi (addirittura minuti, un tempo interminabile sullo schermo) nei quali lo spettatore ha la possibilità di osservare come l’umano reagisce al sovrumano. E questa è un’operazione che, con i tempi dilatati del film, tocca nel profondo e fa risuonare corde che tutti noi conosciamo.

È malessere o orrore paranormale?

La linea che li divide è molto sottile.

I Graham infatti, ci vengono presentati come una normale famiglia anormale. Il travagliato rapporto tra la matriarca Ellen e la figlia Annie e tra quest’ultima e i due figli Peter e Charlie, viene esasperato dal momento in cui la variabile dell’orrore viene inserita nelle loro vite, che altro non fa che evidenziare malesseri che, in realtà, erano già presenti in loro.

La rabbia di una madre infelice che esplode insieme al suo dolore per la perdita della figlia. L’odio di un figlio che si sente escluso. Il senso di colpa opprimente e incancellabile per l’incidente di Charlie. Tutto viene condensato dal crescendo di eventi paranormali che si schiudono in un climax terrificante.


E se il potere di questo male fosse proprio quello di esternalizzare ciò che i personaggi non hanno il coraggio di rivelare? 
Certo è che i lunghi momenti di rivelazione lasciano lo spettatore inchiodato allo schermo, testimone di un’ esperienza profondissima e sconvolgente.


Hereditary – le radici del male, è un lungometraggio d’esordio che lascia il segno. Un’esperienza indelebile nel cuore dello spettatore, che coinvolge e sconvolge, trascinando all’interno di sequenze feroci che si snodano lungo una storia che si schiude lenta e drammatica.