Pupi Avati è sempre stato un regista poliedrico che nella sua lunga carriera ha esplorato diversi generi, fra i tanti film consiglio di recuperare delle piccole gemme come “Regalo di Natale” e “Rivincita di Natale”.

Con Il Signor Diavolo ha deciso di tornare al genere horror dopo diversi anni, l’ultimo era Il Nascondiglio del 2007. Pupi ha dato tanto all’horror italiano, il suo capolavoro resta La Casa dalle finestre che ridono (1976), un film che è diventato un cult ed è conosciuto dai collezionisti di tutto il mondo. Un altro suo horror memorabile è Zeder (1983), e in pochi se lo ricordano ma ha anche sceneggiato un film per Lamberto Bava nel 1980, Macabro.

Pupi è solito scrivere insieme al fratello Antonio, e per Il Signor Diavolo vediamo anche la firma del figlio Tommaso Avati. La sceneggiatura è basata sul libro che Pupi ha scritto nel 2018, e che ha voluto subito adattare per il cinema.

signor diavolo

Come ci ha detto anche il regista, questo film è più un horror contadino, una storia gotica che quindi tratta di sacralità. Il film è ambientato nel Veneto dei primi anni 50, vediamo un giovane funzionario del Ministero di nome Furio (Gabriel Lo Giudice) che viene mandato per ispezionare un caso di omicidio.  Non è un comune fatto di cronaca, infatti l’assassino è un adolescente che sostiene di aver ucciso un coetaneo convinto che fosse il diavolo. Immergendosi sempre di più nella cupa vicinda, Furio proverà a portare alla luce segreti ancora più oscuri.

Decisamente inquietante l’atmosfera ricreata in questo film, con la macchina da presa che riprende spesso dal basso verso l’alto e con inquadrature sbilenche, a suggerire questa presenza del male che osserva i personaggi. La fotografia un pò desaturata, la scenografia e i costumi sono efficaci nel ricreare una realtà rurale degli anni 50, unica pecca è la risoluzione troppo digitale delle immagini, avrebbe giovato un ulteriore lavoro in post-produzione per cercare un effetto più simile alla pellicola cinematografica.

 

Il montaggio e la regia sono decisamente i punti di forza del film. La narrazione è interessante, veniamo catturati da queste vicende che a molti possono ricordare l’infanzia passata negli istituti cattolici, le giornate passate in parrocchia e nei campi a giocare in bicicletta. La sceneggiatura risulta a suo modo compatta e con un ritmo della narrazione molto classico, sicuramente in stile Pupi Avati. Io sinceramente avrei preferito un finale meno spiazzante ed una parte centrale meno prevedibile. C’è da dire che il finale del film è stato cambiato in corso d’opera, e non è più uguale a quello del libro. Una scelta coraggiosa, e vi invito a discuterne non appena avrete visto questo film.

Non ho trovato dei veri rimandi a film precedenti del regista, ma durante il film ho ripensato a due horror importanti del passato, Inferno di Dario Argento, e La Chiesa di Michele Soavi.

 

Per quanto riguarda la recitazione, Avati si dimostra sempre abile nel dirigere i suoi attori, e riesce a tirar fuori i personaggi senza perderne mai la credibilità. Qui vediamo un giovanissimo attore (Filippo Franchini) cavarsela benissimo, come anche Gabriel Lo Giudice e l’inquietante Lorenzo Salvatori. Ottime come al solito le prove di Lino Capolicchio, Gianni Cavina, Chiara Caselli e Alessandro Haber.

Speriamo che il film non risenta dell’uscita estiva (22 agosto).

Spesso sentiamo lamentele sui produttori che non finanziano il cinema di genere in Italia, ma giustamente nessuno produrrebbe dei film che incassano meno del budget speso, quindi se vogliamo rilanciare questo genere dobbiamo avere fiducia e riempire le sale cinematografiche.

 

Voto Finale
65%

 

A cura di Alex Modica