Oppenheimer, scritto e diretto da Christopher Nolan, è basato sulla biografia del 2005 intitolata American Prometheus, scritta da Kai Bird e Martin J. Sherwin. Il film segue un periodo nella vita del fisico teorico americano J. Robert Oppenheimer, concentrandosi principalmente sugli studi e sul Progetto Manhattan durante la Seconda Guerra Mondiale. 

“Sono diventato Morte, il distruttore di mondi”

Oppenheimer

Il protagonista interpretato da Cillian Murphy è un Oppenheimer tormentato che resta sempre freddo e distante, non si lascia andare neanche nelle sue relazioni sentimentali con le due donne della sua vita, non mostra vulnerabilità, solo distanza. Il resto del cast vede attori come Matt Damon, Emily Blunt, Florence Pugh e Kenneth Branagh che contribuiscono alla formazione di Oppenheimer. Robert Downey Jr., credibile nel suo invecchiamento, è l’ammiraglio Lewis Strauss, ex presidente della Commissione per l’Energia Atomica. Troviamo anche molti altri attori noti che hanno partecipato, da Casey Affleck, Josh Hartnett, Matthew Modine, Dane DeHaan, Benny Safdie, Rami Malek a Gary Oldman nel ruolo di Harry Truman.

Oppenheimer è stato girato in pellicola IMAX (e non) da 65mm, ricordiamo che Nolan è uno dei pochi registi che continuano ad utilizzare la pellicola senza cedere alla praticità del digitale (altri registi sempre fedeli alla pellicola sono Tarantino, Spielberg, P.T. Anderson e Wes Anderson).

La sua uscita in contemporanea con il film Barbie ha portato al fenomeno chiamato Barbenheimer sui social media, che ha incoraggiato il pubblico a vedere entrambi i film come doppio spettacolo. In Italia invece si è deciso di posticipare Oppenheimer al 23 agosto, per agevolare le sale anche ad agosto. 

Contraddizioni di un personaggio fin troppo ambiguo 

Il biopic di Nolan segue due principali linee della vita di Oppenheimer. Da un lato esplora il suo lavoro scientifico che ha segnato la sua carriera, e dall’altro esamina le sue simpatie politiche di sinistra che, a causa della caccia alle streghe anticomunista del periodo post-bellico, avrebbero influenzato il suo destino. Inizialmente lo vediamo come uno studente prima di fare ritorno negli Stati Uniti e assumere ruoli accademici. A Berkeley s’impegna attivamente come organizzatore sindacale e sostiene la causa antifascista nella guerra civile spagnola. Inoltre, viene coinvolto con il Partito Comunista attraverso suo fratello Frank (Dylan Arnold), anch’egli fisico, e la moglie di Frank, Jackie (Emma Dumont). Nonostante non sia un membro del Partito, diventa oggetto di sorveglianza da parte dell’FBI. Durante questo periodo instaura una relazione con Jean Tatlock (Florence Pugh), una studentessa comunista, che alla fine avrà un impatto significativo sulla sua vita. In seguito entra in scena il suo persecutore, Lewis Strauss (Robert Downey Jr.), che affronta le stesse indagini evidenziando l’aspetto machiavellico del potere in cui Oppenheimer si è immerso.

Il film è strutturato come un mosaico che intreccia i vari periodi della vita di Oppenheimer – dalla sua ascesa alla lotta, la sua caduta e le conseguenze – creando connessioni continue tra le prime esperienze e il successivo impegno pacifista. La struttura frammentata non sembra davvero funzionale alla narrazione, né tantomeno destabilizzante, piuttosto rischia di semplificare Oppenheimer. L’uso costante della correlazione tra eventi riduce l’esperienza a un insieme di momenti chiave all’interno di una più ampia parabola morale. Di conseguenza non vengono approfondite molte dinamiche o interazioni fra i personaggi, lasciando una sensazione di grande potenziale non sfruttato.

Non manca una caratteristica che contraddistingue diverse opere e personaggi del regista che è l’anonimità dei personaggi principali, si può constatare soprattutto in Memento, Dunkirk o Tenet con il suo “The Protagonist“.

Nelle tre ore di film, Nolan sembra avere quasi il timore di fermarsi e prendersi il tempo necessario, optando sempre per un montaggio simile a quello dei trailer. In diverse scene vengono riproposti questi stacchi su esplosioni (sembrano per lo più fuochi d’artificio) e bagliori con l’intento di rendere sensazionalistico anche un dialogo qualunque. Un altro aspetto negativo (che mi aspettavo) è la caratterizzazione dei personaggi femminili, come in altri film del regista continuano ad avere poco spessore, anche se qui in parte è giustificato dal periodo storico.

Un film che ricerca ossessivamente un forte impatto visivo e sonoro

Di certo non si può restare indifferenti di fronte alla fotografia dell’ormai affermato Hoyte van Hoytema, come anche la musica di Ludwig Göransson che già aveva lasciato il segno in Tenet. C’è da dire che Nolan riesce a ritrovare un po’ di quell’emotività che aveva perso nel corso degli ultimi anni, soprattutto dopo Interstellar, ultimo film che aveva scritto insieme al fratello Jonathan Nolan (che personalmente rimpiango un po’), ora impegnato con la serie tv Fallout.

Oppenheimer riesce comunque nell’intento di trascinarci nel dramma morale del protagonista, con tutte le sue contraddizioni di fronte a una situazione così estrema, offrendo spunti di discussione che trascendono la mera cronaca storica. Si tratta di un’opera tutto sommato coinvolgente e in grado di portare avanti uno studio del personaggio che riesce a sostenere le tre ore di durata. 

Il mio problema alla base è che si tratta di un film palesemente costruito per vincere premi, e di conseguenza meno personale se paragonato ai precedenti lavori del regista (Tenet, per quanto problematico, era un film più coraggioso e personale). Non significa che automaticamente Oppenheimer sia un film commerciale, ma la sensazione è che resta troppo ingabbiato in questa sua struttura da biopic. Struttura classica ma con montaggio complicato, perché altrimenti non sarebbe più Nolan. Non vuole neanche proporre una visione ampia del periodo storico, sceglie infatti di mostrare soltanto il punto di vista statunitense, una scelta che personalmente trovo difficile da digerire per la vicenda trattata. Stiamo pur sempre parlando dell’artefice (chiaramente per ordine del governo) della bomba atomica che ha fatto più di 200 mila vittime in Giappone. E non c’è da meravigliarsi che il film non abbia una distribuzione giapponese, e probabilmente non l’avrà mai. Questo unico punto di vista restringe la comprensione delle implicazioni globali relative all’atomica, oltre alle riflessioni etiche e morali.

Questo non significa che non sia possibile realizzare un’opera del genere, prendendo in considerazione solo la prospettiva statunitense, limitandosi quindi a osservare in maniera sobria e distaccata. Ma Nolan non è quel tipo di regista, ed eccoci quindi davanti a un biopic/kolossal confezionato per il grande pubblico. Per quanto riguarda alcuni film che trattano l’argomento dal punto di vista giapponese consiglierei questi due film anime: Barefoot Gen (1983)  e In questo angolo di mondo (2016).

La suggestiva scena del test Trinity

Tutta la sequenza del test Trinity e senza dubbio la parte più riuscita. Ci viene mostrato l’esperimento nucleare del 1945 nel Nuovo Messico, la regia gioca bene sull’attesa, fra teli da mare e creme solari per proteggersi davanti all’esplosione. La scena offre anche una rara pausa dalla colonna sonora dominante (a volte troppo invadente), permettendo al pubblico di sperimentare il silenzio. 

Questo momento diventa una sorta di controparte del montaggio utilizzato da Terrence Malick in The Tree of Life, perché nel film di Nolan assistiamo a una forza di dis-creazione e morte. La sequenza si concentra principalmente su due elementi: il fuoco divoratore (ricostruito senza l’uso di effetti generati al computer) e gli occhi sbalorditi di Murphy. Finito il test, la domanda morale al centro del film si posa pesantemente sul volto di Oppenheimer e rimane con lui fino alla fine. Dopo il bombardamento di Hiroshima, Oppenheimer viene portato a parlare a una riunione rumorosa e trionfante dei dipendenti di Los Alamos. Il suo discorso non tradisce alcun dubbio, ma, mentre è sul palco, Nolan ne approfitta per mostrarci vividamente ciò che Oppenheimer immagina nella sua mente sempre più conflittuale. 

Un film estremamente verboso

Sebbene il film ricorra continuamente al dialogo, non sentiamo quasi mai Oppenheimer parlare del senso di colpa che lo affligge, neanche con un flusso di coscienza (e su questo rimane la giusta controparte di Terrence Malick). Il momento cruciale in cui esprime verbalmente i suoi dubbi è un incontro con Harry S. Truman (Gary Oldman), nel periodo successivo alla conclusione bellica. Oppenheimer ammette di sentirsi con le mani sporche di sangue; la risposta sprezzante di Truman, che gli offre quasi disdegnosamente un fazzoletto prima di allontanarsi, risulta emblematica. La scena è funzionale a trasmettere l’impotenza di Oppenheimer davanti a chi aveva ordinato gli attacchi su Hiroshima e Nagasaki, ma sembra anche una soluzione un po’ troppo conveniente per mettere Oppenheimer davanti a un vero antagonista in grado di rendere lui più umano. E servono a poco le frasette sui giapponesi “che non si sarebbero mai arresi senza l’atomica” o sui tedeschi “che inventeranno l’atomica prima di noi se non ci affrettiamo” se poi non c’è nessuno che può metterle in discussione.

Non posso non chiamare in causa anche Albert Einstein, le sue due scene sono gestite in maniera fin troppo sbrigativa e con un sensazionalismo superfluo, consapevoli che non ci possono essere colpi di scena. Si avverte ancora questo timore del regista di annoiare il proprio pubblico, sentendo quindi l’esigenza di dover aggiungere più elementi possibili sia visivamente che nella narrazione. E infatti anche qui non mancano stacchi sui vari fuochi impazziti e bagliori di luce fra un dialogo e l’altro, mentre il cappello del caro Albertone svolazza via (nonostante non ci sia un filo di vento intorno). E così li vediamo passeggiare accanto a questo laghetto prima del finale, per poi congedarci con un’ennesima riflessione tutta statunitense. 

In conclusione: tutti gli indecisi possono stare tranquilli perché quasi sicuramente resteranno soddisfatti dalla visione, ed è ovviamente uno di quei film che non si può non vedere in sala. Per quanto mi riguarda non ce la faccio a promuoverlo, preferisco assumermi la responsabilità di questo dilemma morale parallelo e mettere l’insufficienza.

Classificazione: 2.5 su 5.

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