Yellowjackets è una serie televisiva statunitense di due stagioni (la seconda è ancora in corso) iniziata nel 2021, disponibile in Italia su Paramount + e Prime video. È una serie di cui ho sentito parlare molto prima di recuperarla e, se i post sugli account Instagram che seguo mi avevano incuriosita, a darmi il colpo di grazia sono stati alcuni nomi nel cast: Christina Ricci, Melanie Lynksey, Juliette Lewis, a dimostrazione del fatto che finalmente ad Hollywood considirano attrici anche dopo i 40 anni per ruoli di primo piano. Poi c’è Jasmin Savoy Brown, adorata in Scream 5 e 6, e prepotente compare anche il nome di Karyn Kusama (sì, colei che ci ha regalato Jennifer’s Body e The Invitation) tra i produttori esecutivi e alla regia del pilot… quindi che fai, non inizi Yellowjackets prima di subito?

Di cosa tratta la prima stagione della serie? Io dico che bisognerebbe iniziarla senza sapere molto, in modo da godersi ogni scena e ogni sviluppo. Quindi cercherò di non rivelare molto in questa prima parte dell’articolo che sarà spoiler free.

Trama della prima stagione

Yellowjackets si muove su due linee temporali. Nel 1996, una squadra di calcio femminile di un liceo vola a Seattle per giocare le nazionali. L’aereo precipita in Ontario e i superstiti (LE superstiti, perlopiù) si ritrovano costretti a sopravvivere nei boschi per 19 mesi. Nel 2021, quattro sopravvissute alla follia selvaggia che la prima linea temporale ricostruisce passo dopo passo, ormai adulte, cercano di fare i conti con i fantasmi del passato e con nuovi misteri del presente.

Yellowjackets è una serie sull’adolescenza, più in particolare sull’adolescenza femminile. È una serie sul trauma e sulla consapevolezza che esso non ci abbandona mai. È un thriller, un horror, un survival, un coming of age. È una serie che funziona benissimo non solo per l’ottima scrittura della storia, ma anche e soprattutto per la tridimensionalità dei personaggi. Non ci sono i buoni e i cattivi perché si tratta di persone vere, il cui carattere si delinea in corso d’opera, di cui è impossibile pretendere di anticipare le mosse successive. L’imprevedibilità della serie non sta tanto negli eventi in sé ma nel modo in cui si arriva alle svolte e nelle azioni e reazioni dei personaggi. A scuola si studiavano i “personaggi a tutto tondo”; ecco, quelli di Yellowjackets rientrano in questa categoria perché non sono monoliti, tipi rappresentativi, bensì esseri complessi che potrebbero avere una vita propria al di fuori del mondo fittizio in cui sono stati concepiti.

La serie si muove armoniosamente tra passato e presente, mostrando continuità e discontinuità. Infatti, come dice la tagline, “il passato non è mai veramente passato“. Diventare adulti(e) spesso non significa diventare la migliore versione di sé e lasciarsi alle spalle i drammi e le cicatrici della gioventù; quei dolori restano, anche se li chiudiamo in una cassaforte, se li proviamo a soffocare con alcol e droghe o se li nascondiamo in cantina. Il tempo, se cura alcune cose, ne acuisce altre, e la vita adulta non semplifica niente. Yellowjackets alterna momenti spietati e drammatici a momenti di umorismo, momenti di terrore puro a momenti “soft” e addirittura di dolcezza, camminando in bilico sulla linea di demarcazione tra gli opposti, anche per quanto riguarda l’elemento sovrannaturale. Se non avete visto Yellowjackets, interrompete la lettura e correte a recuperarla. Se invece l’avete vista, proseguiamo con gli spoiler.

SPOILER ALERT

Le 4 sopravvissute adulte che incontriamo all’inizio sono Shauna (Melanie Lynskey), Natalie (Juliette Lewis), Misty (Christina Ricci) e Taissa (Tawny Cypress). Ognuna di loro, anche se tenta di mantenere una facciata di normalità, si trascina dietro un pesante bagaglio di traumi, a dimostrazione del fatto che l’adolescenza, simboleggiata da quei 19 mesi trascorsi nei boschi, lascia segni indelebili. A complicare la situazione ci pensa una giornalista che vuole sapere cosa è accaduto realmente in quei boschi e l’arrivo di un ricatto da parte di chi sostiene di conoscere questo segreto inconfessabile; sarà proprio questa svolta investigativa a riunire le quattro donne.

Anche se viene “venduta” come una serie sul cannibalismo (almeno è ciò che avevo captato io prima di iniziarla), in realtà la carne umana non inizia ad essere mangiata prima della seconda stagione. Yellowjackets cuoce lentamente (pun intended) aggiungendo qua e là pizzichi di sovrannaturale (elementi che potrebbero benissimo non esserlo) come Taissa che dissocia e fa/vede cose o i – presunti – poteri sciamanici di Lottie, e si prende il suo tempo per costruire le relazioni tra i personaggi.

E lo fa, innanzitutto, distruggendo le gerarchie: il coach Ben (Steven Krueger) viene privato della sua autorità (e di una gamba) quasi immediatamente e Jackie (Ella Purnell), la reginetta del ballo nonché capitana della squadra, non riesce più a imporre la sua volontà sulle altre. L’amicizia tra ragazze adolescenti è complessa, fatta di solidarietà e amore ma anche di gelosie e rivalità. L’amicizia tra Jackie e Shauna (Sophie Nélisse) ne è un chiaro esempio, e credo di aver visto raramente un rapporto così complicato rappresentato così bene. Nei prodotti adolescenziali, generalmente, sembra che le ragazze possano essere solo la “ragazza della porta accanto”, meglio se un po’ sfigatella e bruttina, o la “mean girl” bella e popolare. Le persone però non sono monodimensionali, tagliate con l’accetta, e i rapporti sono difficili e questo, ripeto, Yellowjackets lo mostra alla perfezione. Anche Travis (Kevin Alves), praticamente l’unico personaggio maschile adolescente, ha le sue zone di luce e ombra: ci viene mostrato vulnerabile, innamorato, traumatizzato ma anche irascibile e succube del suo maschilismo.

Le “core four” da adulte sono semplicemente una benedizione. Shauna, che non si fa problemi ad affermare che sua figlia non le piace poi così tanto, appare come la tipica moglie casalinga frustrata, anche se in realtà è capace di mentire e uccidere con spietata freddezza. Taissa appare, al contrario, come una donna di successo, in carriera e con una famiglia perfetta, ma la sua “duplicità”, esplicita più che nelle altre, è probabilmente quella più pericolosa. Natalie è quella che sembra più allo sbando, entrando e uscendo dalla riabilitazione, quella più distaccata, ma è forse il personaggio più tragico, sensibile e compassionevole. Su Misty, infine, ci sarebbe da scrivere un articolo a parte: fa tenerezza quando bullizzata e derisa, ma fa paura quando compie gesti discutibili, per usare un eufemismo.

Il punto di partenza di Yellowjackets, ispirazione principale – oltre a Lost -, è Il signore delle mosche, romanzo di William Golding. La co-creatrice della serie, Ashley Lyle, ha affermato di aver voluto declinare la storia al femminile per mostrare come anche le signorine siano capaci di certi orrori quando lasciate al freddo, sole e affamate. Assodata la premessa, la serie ci offre un ritratto senza filtri della società, in cui i bisogni individuali si scontrano con il senso di comunità, l’istinto di sopravvivenza con il mantenimento della civiltà.

Yellowjackets ha una scrittura così solida da farti comprendere, amare e tifare per le sue pericolose e folli protagoniste. La recitazione convincente, il montaggio preciso e le ambientazioni realistiche contribuiscono alla riuscita del prodotto, sicuramente una delle serie più interessanti che si può trovare attualmente in giro.

Classificazione: 4.5 su 5.