Amanti Criminali, di François Ozon, è un thriller chiaramente ispirato alla favola di Hänsel e Gretel che, però, si inserisce in un quadro più ampio divenendo “un complesso studio sul sesso, la morte e la colpa” (Nicholas Dawson, insideout.com).

Il primo Ozon: la distruzione della famiglia borghese

Uscito nel 1999 e presentato al Festival di Venezia, Amanti Criminali è il secondo lungometraggio diretto da François Ozon, dopo Sitcom. La famiglia è simpatica. Quest’ultimo era una commedia grottesca, una satira, che si presentava come una distruzione programmatica della famiglia borghese o, forse, una destrutturazione di essa, in quanto alla base di tutto c’era il ribaltamento delle rigide e salde fondamenta su cui essa era (o è) fondata. Anche Amanti Criminali diventa un attacco al tradizionalismo, sovvertendo però gli schemi che riguardano la normatività sessuale.

I vari cortometraggi, Sitcom, Amanti Criminali e il fassbinderiano Gocce d’acqua su pietre roventi sono i film che, in quegli anni (1990-2000) portano il critico René Prédal a definire il cinema di Ozon come “cinema della trasgressione violenta” e “degli attacchi radicali verso la famiglia“. Nel 2000, poi, Ozon sorprenderà tutti con il suo Sotto la sabbia, pellicola spiccatamente drammatica e delicata che porterà tanti critici cinematografici alla ricerca di una nuova etichetta da assegnare. È l’antropologo e sociologo David Le Breton nel suo La pelle e la traccia. Le ferite del sé a trovare l’elemento costante del cinema ozoniano, ovvero la riscrittura dell’identità (QUI potete trovare una presentazione dei film più importanti del regista).

Metamorfosi e ricerca: i personaggi di Ozon

Sta proprio in questa continua metamorfosi la sostanza dei personaggi che si muovono nei film (e nei corti) del regista francese. Personaggi che abbandonano una fissità quasi endemica, per muoversi verso una ricerca identitaria che, inevitabilmente, promuove un cambiamento. Ed è proprio in Amanti Criminali che questo elemento è più che evidente: la rivisitazione in chiave thriller della fiaba di Hänsel e Gretel diventa una chiara metafora di una ricerca identitaria che qui riguarda la sessualità.

Un ritorno al thriller

Ozon decide di effettuare questo complesso studio sul sesso attraverso un thriller tornando così al genere proprio del suo unico mediometraggio Regarde la mer. Ma se in quest’ultimo la volontà del regista era quella di disturbare e quasi violentare visivamente lo spettatore, in Amanti Criminali Ozon vuole sviscerare temi più complessi e ciò si comprende chiaramente già con una prima visione. La rivisitazione di Hänsel e Gretel è solo un semplice quadro in cui inserire – non troppo velatamente – una riflessione tanto profonda quanto scomoda.

La trama, infatti, è molto semplice: Alice e Luc pianificano insieme l’omicidio di Said, un loro compagno di scuola reo di aver dimostrato con troppa arroganza il suo interesse per la ragazza. Recatisi nel bosco per seppellire il cadavere, i due vengono rapiti da un orco senza scrupoli che li terrà in ostaggio infliggendo loro ogni genere di tortura fisica e psicologica.

Accoltellamento e penetrazione: topos del genere slasher

L’omicidio di Said è l’evento scatenante. Il giovane ragazzo, brutalmente accoltellato da Luc dopo essere stato sedotto con l’inganno da Alice, diviene fin da subito una figura simbolica. Il suo corpo viene contemplato da entrambi gli amants criminels: diventa desiderio sessuale di entrambi, desiderio causato da una vita sessuale frustrata e non soddisfacente (per quanto riguarda Alice) e totalmente repressa (per Luc). Non a caso Said viene brutalmente accoltellato: come nella tradizione slasher, il coltello che perfora la pelle diviene simbolo della penetrazione sessuale che, in qualche modo, è bramata da entrambi gli amanti.

Ma, come abbiamo visto all’inizio, la narrazione si presenta come un intreccio tra sesso, morte e colpa. La scena successiva alla morte di Said, nella quale Alice e Luc si lavano dal sangue del ragazzo, sembra unire tutti e tre questi elementi: la morte di Said ha macchiato i loro corpi (e le loro coscienze), che vengono lavati dal getto dell’acqua, il cui impossibile compito sarebbe quello di cancellare la colpa. In tutto ciò i corpi si abbracciano e si stringono nella continua ricerca di un amplesso che non può essere appagante.

Luc, la vera vittima del film

La narrazione gira intorno al personaggio di Luc (Jeremie Renier), ai suoi sensi di colpa e a quella che è la sua metamorfosi. È Luc il vero protagonista: è lui la vittima e lo resterà fino alla fine del film. Inizialmente è prigioniero di Alice, della sua forza manipolatoria, del desiderio di lei o quantomeno del desiderio di desiderarla. Un desiderio che però è fittizio, indotto da una costruzione sociale, da una norma dalla quale trasgredire è impensabile. Insomma, Luc è vittima di Alice e di un mondo in cui la normalità è imposta, e poi diverrà vittima dell’orco, del crudele boscaiolo, la cui funzione, però, sarà quella di rivelare indirettamente una verità alquanto scomoda.

Un film estremo

Il boscaiolo, dopo aver trovato e disseppellito il corpo di Said, imprigiona Alice e Luc in una botola nella sua casa in mezzo al bosco. Mentre Alice viene costantemente tenuta lì dentro, Luc viene spesso fatto uscire, sottoposto a umiliazioni fisiche e poi addirittura costretto ad avere rapporti sessuali con l’orco-boscaiolo.

Sangue, omicidi, cannibalismo e violenza: nel suo Hänsel e Gretel in chiave voyueristica, Ozon cerca di impressionare lo spettatore con un film che, per certi elementi, potrebbe essere definito come un horror puro (a tratti anche, psicologicamente, estremo).

Analisi del boscaiolo attraverso la morfologia fiabesca

Tornado all’analisi del film ci si può soffermare sulla figura del crudele boscaiolo partendo dalle ricerche di Vladimir Propp, linguista e antropologo russo, che nel 1946 tentò di indagare il modello strutturale del racconto fiabesco individuando punti comuni a tutte le fiabe e definendo tipologie di personaggi ricorrenti. Inserendo in questo schema i personaggi di Amanti Criminali, verrebbe forse naturale definire il boscaiolo (interpretato da Predrag Manojilovic) come il “cattivo”, ovvero colui che semplicemente deve essere sconfitto dall’eroe.

Alla luce del finale del film e di un’analisi più attenta, però, l’ambiguo personaggio potrebbe essere definito come “mentore”. Nella classificazione di Propp, infatti, il mentore è colui che “offre all’eroe un modo per sconfiggere l’avversario”. Se consideriamo che nel film l’avversario corrisponde alla normatività sessuale imposta di cui parlavamo prima, che non permette a Luc di comprendere la propria natura, il boscaiolo si configura come una sorta di mentore che riesce a condurre il ragazzo verso la verità e soprattutto verso l’accettazione dell’inconcepibile.

Tra perbenismo e voyeurismo

Nei rapporti sessuali che ha con l’orco, Luc trova finalmente un appagamento che gli era sconosciuto e che non era in grado di provare con Alice. Attraverso la forzatura iniziale Luc riesce a liberarsi dalla prigione interiore di un’eterosessualità fittizia che finirà per non appartenergli più. Ozon sceglie proprio la figura dell’adolescente per questo ruolo, in quanto “uomo non ancora formato” e quindi ancora salvabile dai retaggi borghesi e dalle catene del perbenismo della società in cui è cresciuto.

Nel finale, fuggiti dall’orco, Alice e Luc hanno un ultimo rapporto sessuale immerso nella natura. È una scena simbolica sia perché è una tappa ulteriore nel percorso della costruzione identitaria (qui unicamente sessuale) di Luc (è anche chiaro come il rapporto di coppia sia stato del tutto “sovvertito”), sia perché lo spettatore è esplicitamente accusato di voyeurismo. Proprio come gli animali che nel bosco osservano l’amplesso dei due amanti con grande interesse, lo spettatore (come in altri film) è ridotto al ruolo di voyeur che non distoglie lo sguardo dai due come se stesse fruendo di un prodotto pornografico.

Conclusione

La morte finale di Alice, proprio come quella di Said, diventa simbolo di un totale allontanamento per Luc dal proprio passato che, però, si dispererà per l’arresto dell’orco che secondo lui “non ha fatto niente”. È molto interessante l’analisi che Francesca Monti fa del finale del film (analisi che mi ha fornito spunti interessanti per questo articolo e che potete leggere QUI):

“Se il film si apriva sul primo piano di Luc bendato, impossibilitato a guardare la natura del proprio desiderio, lo sguardo finale in macchina sancisce il riscatto dal suo [vero] crimine: non essere stato in grado di vedersi”.

Francesca Monti

In conclusione, se in Sitcom Ozon attaccava brutalmente la famiglia borghese, distruggendola e sovvertendone i principali schemi (attacco che, in modo più velato, è presente in Nella casa), qui egli demolisce la fragile mascolinità (tipica del mondo borghese) che rende impensabile e sbagliato a priori tutto ciò che è queer. In questa rivisitazione in chiave voyeuristica di una fiaba classica, il regista ci pone di fronte a un orco il cui operato (seppur violento) diventa momento epifanico, maieutico e rivelatore di una verità tanto assoluta quanto scomoda.