Lo scorso 11 aprile 2024 è uscita su Netflix Baby Reindeer, una serie autobiografica avente come soggetto, sceneggiatore ed ideatore Richard Gadd. Con un pizzico di ritardo l’abbiamo recuperata anche noi di HorrorItalia24, rimanendone decisamente colpiti.

Trama

Donny (Richard Gadd) è un ragazzo di circa trent’anni che, di giorno, lavora in un pub a Camden Town e di sera cerca di sfondare come comico. Un giorno incontra Martha Scott (Jessica Gunning), una donna di circa dieci anni più grande, che saprà entrare nella vita di Donny e imprigionarlo in un rapporto di adulazione/manipolazione che sfocerà in stalking e molestie.

Recensione

Baby Reindeer è sicuramente il fenomeno del momento e la sua analisi non può e non deve limitarsi ad una mera valutazione tecnica. Questa serie ha, infatti, avuto il coraggio di portare sul piccolo schermo un’analisi decisamente nuova di fenomeni quali stalking, molestie e violenza sessuale. Per tale motivo, in questa recensione ci saranno SPOILER e non sarà presente alcuna analisi tecnica del prodotto.

ALLERTA SPOILER

Il ribaltamento dei ruoli

Uno dei principali punti di forza di questo Baby Reindeer risiede nell’aver raccontato una storia di abuso in cui vittima e carnefice non rientrano (pienamente) negli stereotipi cui siamo abituati, sia in termini di genere che in termini di dinamiche interpersonali. La nostra società, per il suo stampo prettamente patriarcale, ci mostra (quando ce lo mostra) situazioni di violenza fisica e psicologica in cui la vittima è una donna e il carnefice è un uomo. Per quanto questa visione sia strettamente coerente con le statistiche a disposizione, relative ad episodi di stalking, molestie e violenze sessuali, è altrettanto vero che questi fenomeni si verificano anche su soggetti di genere maschile. Tuttavia, in parte a causa del numero inferiore di episodi, ed in parte a causa di una mascolinità tossica che mal accetta la possibilità che un uomo subisca un abuso, questo fenomeno viene completamente eliminato dall’immaginario collettivo, di fatto estromettendolo dal novero delle possibilità.

Baby Reindeer ci stupisce, non solo mostrando una situazione a cui non siamo abituati/e, ma permettendo, anche un’immedesimazione del soggetto maschile, in dinamiche che, tipicamente, sono di appannaggio esclusivamente femminile. Questo ha un duplice effetto nello spettatore (di genere maschile): da una parte ne accresce l’empatia verso il genere femminile (tipicamente più oggetto di queste dinamiche) mentre, dall’altro, apre le porte alla possibilità di individuare un fenomeno abusatorio e di denunciarlo, sdoganando quel concetto arcaico di virilità che ancora imprigiona gli uomini nel solo ruolo di carnefici.

La sessualità di Donny

Un altro grande punto di forza di questa serie è la rappresentazione della sessualità di Donny. Gadd ci racconta la sua storia alla scoperta del suo orientamento affettivo e con estrema grazia e naturalezza, ci accompagna all’interno del suo viaggio in cui eterosessualità, omosessualità e bisessualità perdono completamente di significato. E’ proprio lui a dichiarare in un’intervista riportata da Vanity Fair Italia:

“Molte persone non si riconoscono come gay, etero, bisessuali e trascorrono la vita a interrogarsi sul proprio orientamento sessuale e affrontando questa ricerca quasi continua con sofferenza […] È la condizione in cui ho vissuto i miei primi vent’anni. Ero fondamentalmente confuso e mi dicevo, va bene oggi uscirò di casa e sarò etero. Non funzionava, non mi sentivo comunque bene e allora il giorno dopo mi alzavo e provavo a essere gay. Il giorno dopo ancora mi giocavo la carta della bisessualità. Nessuna di queste etichette mi sembrava giusta”

Richard Gadd in un’intervista riportata da Vanity Fair Italia

Benché ci siano state polemiche, relative all’accostamento tra sessualità queer e abuso, la verità è che Gadd non fa altro che raccontare la sua storia e il suo punto di vista. E all’interno della sua bolla di verità, l’abuso è stato (probabilmente), uno dei fattori che lo ha portato ad interrogarsi sul suo orientamento affettivo, non come conseguenza della violenza subita, ma piuttosto come caratteristica già presente in Richard/Donny, che si è semplicemente palesata, perchè non più celabile.

La distruzione dello stereotipo sulla vittima perfetta: reazione all’abuso, sessualità e ricerca di attenzioni

Baby Reindeer ha un altro grande punto di forza: distrugge la retorica sulla vittima perfetta e lo fa in più punti. Più dell’orientamento affettivo di Donny, ad essere indagata è la sua reazione all’abuso subito.

In prima battuta, viene abbattuto quello stereotipo che vede le vittime di violenza sessuale reagire con una chiusura completa nei confronti dell’abusatore. In questo Gadd è estremamente onesto. Ci hanno abituati/e a narrazioni in cui le vittime scappano dalle situazioni di pericolo e, così, dai propri carnefici, eliminando dal nostro immaginario una serie di sfumature relative al rapporto vittima-carnefice più reali di quanto non si creda. Statisticamente parlando, i casi in cui una vittima sia sottoposta ad un abuso da parte di uno sconosciuto sono inferiori, rispetto ai casi in cui il soggetto abusante sia una persona con cui si è instaurato un rapporto pregresso di fiducia. Questo implica che vi sia la possibilità che tra i due agenti nasca una dinamica di co-dipendenza, che porta la vittima a rimanere all’interno del rapporto disfunzionale. Donny/Gadd dice, all’interno della quarta puntata:

“Vorrei dirvi che non ci sono tornato (riferito alla casa del suo violentatore) ma non è così”

Donny, Baby Reindeer – puntata 04

In questo Richard Gadd riesce ad essere di un’onestà disarmante. Racconta, infatti, di come il rapporto con il produttore Darrien (Tom Goodman-Hill), fosse definito all’interno di una dinamica di co-dipendenza in termini emotivi (Donny si sentiva finalmente apprezzato per le sue doti da cabarettista) e di asimmetria di potere (Darrien aveva la possibilità di determinare l’accesso di Donny all’interno del mondo della sceneggiatura). Queste sono situazioni tipiche, soprattutto in caso di abusi perpetrati. Se ne parla ampiamente in film come Bombshell – La voce dello scandalo (analisi dello scandalo abusi – Fox NdR) e Anche io (inchiesta del New York Times che ha dato vita al movimento #MeToo). Nel rapporto Darrien-Donny vi è l’aggiunta dell’onta sulla virilità, data la natura omosessuale del rapporto.

In secondo luogo, Gadd abbatte l’idea stereotipata per cui una vittima di violenza sessuale reagisca ad essa sfuggendo dalla sessualità stessa. Sebbene ciò, in realtà, avvenga nel momento in cui entrano in gioco i veri sentimenti (vedi storia con Teri – Nava Mau), siamo abituati a pensare che una vittima di stupro non cerchi nell’immediato altre esperienze. Questo, nell’immaginario collettivo, rimanda alla mente lo stereotipo della vittima ideale: l’agnello sacrificale, puro e violato. La verità è che il meccanismo di reazione ad una violenza è strettamente legato allo stato emotivo del soggetto. Nel caso di Donny/Richard è evidente che vi sia un connubio di sentimenti contrastanti: da una parte il desiderio di esplorare il nuovo e appena scoperto orientamento affettivo, dall’altra il desiderio di esorcizzare il senso di violazione provato. Come dice Donny stesso:

“Così, dopo mesi di rabbia, odio e confusione, non avevo altra scelta. Arrivavo all’orgasmo in fretta [riferendosi ai video pornografici rappresentanti rapporti omosessuali di cui faceva uso dopo la violenza NdR], in un modo che non mi permetteva di negare che i miei desideri stavano cambiando”.

Donny, Baby Reindeer – puntata 04

“Mi mettevo in situazioni di m*, in cui rischiavo di essere st* di nuovo, nel tentativo di comprendere quella prima volta. Come se facendomi ripassare da tutti come una p* potessi liberarmi dall’idea che il mio corpo fosse parte di me. Tipo: chi se ne importa se è successo prima, è successo un sacco di volte, che importanza ha? Ma ne aveva”.

Donny, Baby Reindeer – puntata 04

La sessualità iperattiva, nel personaggio di Donny, è una reazione violenta all’abuso subito in una ricerca disperata di comprendere l’accaduto e di riacquisire la percezione di controllo sul proprio corpo. In questa ottica, il rapporto con Martha Scott, prende tutto un altro significato.

Il rapporto con Martha

Nello sviluppo di questa analisi si è volutamente partiti dall’abuso subito da Donny/Richard. Questa scelta è dettata dalla necessità di riposizionare gli eventi subiti dal protagonista e di decifrarli in un’ottica di causa-effetto. Quello che vediamo, in Baby Reindeer, è una rappresentazione volutamente non cronologicamente coerente. Ciò genera, nello spettatore, un senso di straniamento, almeno fino alla visione della quarta puntata. La serie inizia, infatti, con l’incontro tra Donny e Martha e prosegue per le prime tre puntate con lo sviluppo del loro rapporto. Una relazione apparentemente priva di senso. Donny è visibilmente in una situazione di pericolo ma, ancor di più, è conscio della sua condizione. Ciò nonostante, prosegue con la frequentazione di Martha. Nel corso dei primi 97 minuti di visione lo spettatore continua, in modo quasi ossessivo, a domandarsi il motivo di un tale sviluppo. Eppure, dopo la visione della quarta puntata, tutto diventa decisamente più comprensibile. Donny ha instaurato con Martha lo stesso rapporto di co-dipendenza che aveva instaurato con il produttore. La personalità di Donny è, infatti, estremamente fragile e le attenzioni che, prima Darrien e poi Martha gli elargiscono fungono da collante. Il desiderio di essere apprezzato prevarica qualsiasi segnale di allarme che, in persone con una diversa personalità, sarebbe stato ascoltato. La serie riesce, in modo franco ed onesto, a descrivere quel meccanismo psicologico che spesso lega vittima e carnefice, soprattutto nel caso di abusi reiterati nel tempo.

Il corpo di Martha e la scelta dei casting

Dopo l’uscita di Baby Reindeer due sono le polemiche che si sono sviluppate: la scelta del corpo di Martha e la selezione del casting in generale. In realtà, queste due aree di dibattito sono intrinsecamente collegate. In un’intervista rilasciata da Gadd all’Hollywood reporter leggiamo:

“Non sono d’accordo con la cosa dell’investigatore. Ho rilasciato pubblicamente una dichiarazione dicendo che voglio che lo spettacolo venga accolto come un’opera d’arte e voglio che la gente lo apprezzi come un’opera d’arte. Mi chiamo Donny Dunn. Esiste in una sorta di regno immaginario, anche se è basato sulla verità, esiste in un regno immaginario, godiamoci il mondo che ho creato. Se avessi voluto che si trovassero le persone reali, avrei fatto un documentario. Ho parlato pubblicamente di come non voglio che la gente lo faccia […] Non credo che lo commenterò mai più”.

Intervista a Richard Gadd comparsa sull’Hollywood Reporter

Contemporaneamente, in un’intervista comparsa su Vanity Fair Italia leggiamo le dichiarazioni lasciate da Benjamin King [responsabile della programmazione di Netflix nel Regno Unito NdR]:

“Lo streamer e i produttori hanno preso ogni ragionevole precauzione per nascondere la vera identità delle persone coinvolte in questa storia”

Benjamin King, responsabile della programmazione di Netflix nel Regno Unito

Eppure, nonostante queste due dichiarazioni, gli utenti di Internet sono riusciti a scovare le vere identità, sia di Martha che di Darrien. Non volendo focalizzarci su ciò, né sulla morbosità degli utenti nei confronti del “True Crime” ciò che risulta evidente è che, il casting sia stato effettuato con la volontà di rendere identificabili i protagonisti. Indagando più approfonditamente, ci rendiamo conto che la problematicità di una scelta del genere, non sta solo ed unicamente nella decisione presa scientemente di voler consegnare i propri aguzzini alla gogna pubblica, ma anche l’opportunità perduta di un messaggio più complesso.

Qualora, infatti, si fosse deciso di raccontare una storia di abusi e stalking, avulsa dalla volontà di rendere i personaggi similari alle persone reali, allora si sarebbe potuta valutare l’idea di rendere il corpo di Martha, più lontano dallo stereotipo della donna abusatrice (e così anche meno rintracciabile). Martha è, infatti, una donna grassa e poco curata. La visione dello spettatore viene viziata, da una parte dallo stereotipo grassofobico (la non magrezza viene associata a bruttezza, sporcizia e, alla volte scarse capacità intellettive e sociali) di cui la nostra società ci ha resi grandi sostenitori. Dall’altra viene alimentata, ancora una volta, l’idea che l’abuso avvenga solo quando vittima e carnefice sono caratterizzati da una differenza in termini di forza fisica. Martha prevarica Donny, lo sovrasta, perchè fisicamente più “grande” e “forte” di lui.

Se si fosse deciso di rendere totalmente irriconoscibile Martha, si sarebbe potuta scegliere un’interprete con fattezze fisiche differenti e quindi indagare un rapporto di co-dipendenza totalmente caratterizzato dall’aspetto psicologico che si instaura tra vittima e carnefice, completando quel percorso già ampiamente articolato di analisi delle dinamiche abusatorie.

Nonostante ciò, l’analisi profonda anche del personaggio, delle motivazioni e delle emozioni di Martha è un quid in più della serie, decisamente non trascurabile. Permette una visione sfaccettata e multidimensionale del rapporto tra Donny e Martha, lasciando la stalker all’interno di una sfumatura di grigio che non la relega alla mostruosità ma, anzi, la rende decisamente più umana.

Conclusioni

Baby Reindeer non è solo il fenomeno del momento, ma è anche una serie tecnicamente e soprattutto contenutisticamente valida. Sebbene possano esserci alcune criticità, la portata dell’analisi psicologica nel rapporto vittima-carnefice è complessa, elaborata e avanguardistica. Altri ci avevano abituati all’uso del media come strumento di analisi (vedi Lars Von Trier), ma con Baby Reindeer si affrontano tematiche relativamente nuove, soprattutto per quanto riguarda la violenza sessuale su un soggetto di genere maschile, il rapporto con una sessualità fluida e il concetto stesso di virilità. Insomma, un piccolo gioiellino da vedere, con la piccola accortezza di essere nello stato d’animo giusto.

Classificazione: 4.5 su 5.

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