Il miglio verde, pellicola del 1999 diretta da Frank Darabont (Shawshank Redemption, The Mist) e tratta dall’omonimo romanzo di Stephen King, resta, dopo oltre vent’anni, un classico intramontabile del cinema di genere drammatico, in grado di toccare le corde più delicate del cuore umano.

Trama

Paul Edgecomb (Dabbs Greer) è un centenario insolitamente florido per la sua età. L’anziano signore, ospite in una casa di riposo, è solito fare ogni giorno una lunga passeggiata all’aperto, ma dove sparisca per ore e cosa faccia quando lascia la struttura per anziani, nessuno lo sa. Un giorno, mentre Paul è in compagnia degli altri ospiti della casa di riposo, viene trasmessa in TV una scena del film musicale del 1935 Top Hat, e il protagonista, sulla scia dei ricordi richiamati alla memoria dalle immagini in bianco e nero e dalla calda voce di Fred Astaire che canta Cheek to Cheek, si scioglie in lacrime. Quando Elaine (Eve Brent), un’altra ospite della struttura nonché cara amica di Paul, gli domanda perché ne sia rimasto tanto turbato, egli inizia il suo racconto. Torna indietro di sessantasei anni, al 1935. All’epoca, Paul (interpretato da Tom Hanks) era un agente di custodia, responsabile del braccio della morte del penitenziario di Cold Mountain, in Louisiana. Quell’anno, tra i prigionieri destinati a percorrere il Miglio Verde (il corridoio che conduceva alla sedia elettrica era chiamato così dalle guardie del penitenziario per via del pavimento in linoleum verde), c’è John Coffey (Michael Clarke Duncan), un afroamericano dalla stazza gigantesca condannato per lo stupro e l’omicidio delle sorelline Cora e Kate Detterrick.

Malgrado l’aspetto imponente e minaccioso, i modi gentili del detenuto e la sua natura mite ed ingenua colpiscono sin dal primo momento le guardie del braccio. Dopo aver letto il suo fascicolo, e sebbene tutte le prove del caso depongano a suo sfavore, Paul inizia a nutrire seri dubbi sulla colpevolezza di John Coffey. Sarà proprio a lui a scoprire, a sue spese, che il prigioniero non è straordinario solo nell’aspetto. Coffey ha un dono: riesce a risucchiare il male dalle persone. In prigione, Edgecomb assiste ai miracoli di John che, prima, lo guarisce da una dolorosa infezione urinaria, poi (come Cristo che resuscita Lazzaro) riporta in vita il topolino che infesta la prigione, affettuosamente soprannominato da uno dei detenuti Mr. Jingles. Successivamente, il protagonista e gli altri agenti del penitenziario saranno testimoni della guarigione miracolosa di Melinda (Patricia Clarkson), la moglie del direttore del penitenziario Hal Moores (James Cromwell), affetta da un male incurabile.

Poco prima della sua esecuzione, con un semplice tocco della mano, John trasferisce nella mente di Paul delle immagini strazianti, che mostrano cosa è realmente accaduto alle sorelle Detterrick e svelano il volto del loro assassino. La realtà si dimostra, ancora una volta, peggiore della più crudele delle fantasie. Quando arriva il giorno dell’esecuzione, le guardie, in lacrime, compiono a malincuore il loro dovere. Mentre guardano il detenuto, seduto sulla sedia elettrica ad aspettare la morte canticchiando Cheek to Cheek (“Heaven, I’m in Heaven…“), tutti loro sanno che John Coffey è una creatura di Dio, condannata ingiustamente per un delitto commesso da altri.

Nel presente, il Paul anziano confida ad Elaine come la sua vita non sia più stata la stessa da allora. John Coffey lo ha cambiato per sempre, “infettandolo” con la vita. Quando lo ha toccato, infatti, il gigante buono ha trasmesso a Paul una parte dei suoi poteri, col risultato di prolungargli la vita in modo innaturale. Al momento del racconto, il protagonista ha 108 anni e gode di ottima salute, e il momento di tagliare il traguardo sembra essere ancora lontano.

“Tutti noi dobbiamo morire, non ci sono eccezioni. Ma qualche volta, Dio mio, il Miglio Verde sembra così lungo.”

Il movente razzista

Il Miglio Verde è un film quanto mai attuale nell’epoca del movimento antirazzista #BlackLivesMatter. Nel film di Darabont, il colore della pelle basta a condannare John Coffey alla pena di morte. Ma non stupisce. Siamo nel Sud degli Stati Uniti, in Louisiana, che la storia americana ha consacrato come uno dei principali stati schiavisti prima dello scoppio della guerra di secessione. Quando Coffey viene trovato con i corpi insanguinati delle piccole Detterrick tra le braccia, la comunità emette rapidamente il suo verdetto: le prove sono schiaccianti, l’uomo è colpevole. Al suo posto, un bianco avrebbe ottenuto un trattamento di favore, per poi essere scagionato. Ma John è nero, è l’ultimo anello della catena alimentare, e come tale non ha diritto ad un giusto processo. Non ha alcun diritto. Cionondimeno, Il Miglio Verde rovescia il tropo cinematografico dell’eroe bianco, consacrando John Coffey come un martire al servizio del Bene.

Miglio Verde

Il romanzo di Stephen King è un’opera di fantasia, ma il razzismo che lo permea è una realtà spaventosa che non cessa di mietere vittime, soprattutto (ma non soltanto) in America. L’uccisione di George Floyd, che di recente ha infiammato gli Stati Uniti di proteste antirazziste, prova come discriminazione, intolleranza ed estremismo siano più radicati che mai e difficili da estirpare in un paese la cui storia si fonda prevalentemente su abusi razziali. Nel film di Darabont, le dure parole del detenuto William Wharton (“I negri dovrebbero avere una sedia elettrica per loro. I bianchi non dovrebbero sedersi sulla sedia elettrica dei negri”) riprendono il concetto delle Leggi Jim Crow (1877-1964), che prevedevano la separazione di bianchi e neri in luoghi pubblici, mezzi di trasporto e scuole.  

Erroneamente, alcuni sostengono che Il miglio verde sia stato ispirato dall’esecuzione del quattordicenne afroamericano George Stinney Jr., il più giovane condannato a morte degli Stati Uniti. Sebbene il romanzo di King sia frutto unicamente del genio del suo autore, è innegabile che il caso del piccolo George, per certi versi, ricordi proprio la storia di John Coffey: accusato dell’assassinio di due ragazzine bianche, George fu giudicato da una giuria di soli bianchi, che in soli 10 minuti lo condannò alla pena capitale. Il ragazzo, che si dichiarò innocente fino alla fine, morì sulla sedia elettrica il 16 giugno 1944. La sua condanna verrà annullata solo 70 anni più tardi, nel 2014.

“Tutto quel male si è sparso”

La pellicola di Frank Darabont (di oltre 3 ore di durata) offre un interessante spunto di riflessione sull’eterna dicotomia tra bene e male. E’ sin da subito evidente, infatti, che ne Il Miglio Verde due forze contrapposte sono in movimento, ed agiscono attraverso l’operato dei personaggi che si schierano rapidamente da una parte (i Buoni) o dall’altra (i Cattivi).

Miglio Verde

Il penitenziario di Cold Mountain è una macchina ben oliata, in cui ogni individuo (guardia o prigioniero che sia) svolge diligentemente il suo compito, nel completo rispetto degli altri e senza esercitare alcun abuso di potere. Nel corso del suo racconto, Paul ricorda il suo migliore amico Brutus “Brutal” Howell (David Morse), le guardie Dean Stanton (Barry Pepper) ed Harry Terwilliger (Jeffrey DeMunn), e i condannati a morte Eduard Delacroix (Michael Jeter) ed Arlen Bitterbuck (Graham Greene). Il protagonista parla di tutti loro come di una famiglia allargata, la cui armonia è rotta solo dall’arroganza del secondino Percy Wetmore (Doug Hutchison) e dall’arrivo nel braccio del pluriomicida William “Wild Bill” Wharton (Sam Rockwell). Sia Percy che Wild Bill si riveleranno delle figure chiave nel racconto di Paul.

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Se i suoi compagni sono sempre attenti a non turbare il delicato equilibrio dei prigionieri, già sufficientemente tesi, Percy, un omuncolo irritante che sprizza odio e cattiveria da ogni poro, coglie ogni occasione per svilire ed aggredire fisicamente i detenuti. Wetmore è l’incarnazione del Male nella sua forma più pura, un uomo sadico che si compiace di ferire gli altri solo per il gusto di farlo (la scena dell’esecuzione di Eduard Delacroix vi resterà impressa a fuoco nella mente per anni). Quanto a Wild Bill, un alone di mistero circonda questo personaggio dalle reazioni eccessive e teatrali, almeno finché il delitto peggiore di cui si sia mai macchiato non viene alla luce, consacrandolo come un sicario del Male più operoso di Wetmore.

Miglio Verde

Al Male rappresentato da Wharton e Wetmore si contrappone l’umanità di John Coffey, l’angelo nero. É significativo il fatto che il male che John risucchia non svanisce. Egli se ne fa carico per poi espellerlo (o trasferirlo in un altro corpo), nel tentativo di preservare un equilibrio tra bene e male. Non sembra un caso che la negatività espulsa da John prenda la forma di tante piccole mosche, notoriamente associate a Belzebù, principe dei demoni e “Signore delle mosche“.

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Quando Paul, ormai certo di avere di fronte uno degli angeli di Dio, lascia intendere al detenuto che sarebbe disposto ad organizzarne l’evasione per evitargli la sedia elettrica, John rifiuta il suo aiuto. Il Male che egli cerca di contrastare ogni giorno sta vincendo, diffondendosi a macchia d’olio in ogni parte del mondo, e il gigante nero sente di non riuscire più a combatterlo. La sua missione lo ha sfinito.

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Come Gesù Cristo, Coffey sarà “crocifisso” dall’umanità intera, che avrà preferito operare al servizio del Male di fronte alla possibilità del Bene. Dopo l’esecuzione del detenuto, il protagonista fa la sua scelta: lascia per sempre il braccio E. Adesso Paul Edgecomb sa che il male esiste, è reale ed assume molte forme, e la pena di morte è una di quelle. Il suo lavoro, che prima svolgeva in modo meccanico, gli diventa insopportabile, ora che l’incontro con Coffey gli ha ricordato che solo Dio dovrebbe avere la facoltà di togliere la vita ad un altro essere umano, e che il ricorso alla pena capitale non fa altro che ledere l’umanità di chi vi si affida per fare giustizia. La presa di coscienza di Paul rappresenta una vittoria per le forze del Bene, un piccolo passo verso il mondo migliore sognato da John Coffey.

Buon compleanno, Tom Hanks!

Oggi l’attore premio Oscar compie 65 anni. Lo celebriamo con alcune curiosità relative alla sua performance ne Il Miglio Verde.

  • L’attore, che nel 1994 fu costretto a rifiutare il ruolo di Andy Dufresne (Shawshank Redemption) perché impegnato con le riprese di Forrest Gump (1994), accettò subito il ruolo di Paul Edgecomb per mostrare cortesia al regista.
  • Di tanto in tanto, Stephen King visitava il set de Il Miglio Verde ed interagiva con il cast. In quelle occasioni, Hanks restava sempre nel personaggio. Pare che una volta lo scrittore lo abbia scherzosamente sfidato a sedersi sulla “Vecchia Scintillante“, ottenendo un secco rifiuto. “Il capo di questa sezione non fa cose del genere”, si scusò l’attore. In seguito, King dichiarò di aver sempre immaginato proprio Tom Hanks nei panni di Paul Edgecomb, che a suo dire sarebbe stato perfetto per quella parte.
Miglio Verde
  • Il ruolo di Paul Edgecomb valse ad Hanks un Blockbuster Entertainment Award.
  • L’attore pianse quando arrivò l’ultimo giorno di riprese di Duncan/Coffey. Nel 2012, dopo la prematura scomparsa di quest’ultimo, stroncato a 54 anni da un infarto, Hanks ricordò così l’amico scomparso:

“E’ stato come se avessimo scoperto un tesoro quando lo abbiamo incontrato sul set de Il Miglio verde. Aveva qualcosa di magico.”

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