Trama

Picacismo: disturbo del comportamento alimentare, spesso associato ad altre malattie mentali, che spinge chi ne è affetto ad ingerire incontrollatamente sostanze non commestibili. E’ questa condizione maniacale poco nota la vera protagonista del film del 2019 Swallow, thriller psicologico diretto da Carlo Mirabella-Davis. La protagonista della pellicola è una donna incinta, Hunter, ruolo che sembra cucito addosso all’eccezionale Haley Bennett (Kristy, La ragazza del treno, Le strade del male). Hunter, giovane casalinga sposata con un ricco uomo d’affari, conduce una vita sin troppo tranquilla e priva di stimoli. La donna è quasi invisibile per il marito Richie, troppo concentrato su sé stesso, almeno fino al giorno in cui scopre di essere incinta. Dopo l’annuncio della gravidanza, la protagonista, da essere labile e senza identità quale era fino a qualche giorno prima, diviene improvvisamente bersaglio di mille attenzioni da parte del marito e dei ricchi suoceri. Sembra che essi scorgano Hunter per la prima volta, avallando così l’idea che la gravidanza abbia conferito alla protagonista una solidità che prima non aveva, dandole forma, rendendola finalmente donna. Il messaggio è chiaro: ai loro occhi, Hunter non è altro che un mero contenitore da riempire, un’incubatrice, il cui unico scopo è quello di mettere al mondo un erede.

Malgrado la delicata condizione in cui versa, Hunter continua a trascorrere molto tempo da sola nella sua grande casa sull’Hudson River. In quei giorni che sembrano trascorrere con estrema lentezza, la protagonista comincia a sentirsi in trappola. Le nuove circostanze la obbligano a confrontarsi con un forte (e latente) senso di vuoto, e all’inizio, sentendosi completamente abbandonata dal marito, Hunter soccombe alla tristezza. Questo stato di apatia si trascina fino al giorno in cui la donna legge una frase motivazionale in un libro sulla gravidanza regalatole dalla suocera. La frase, “Fa’ ogni giorno qualcosa di inaspettato!“, le fa vedere la sua vita in un’ottica diversa, e da quel momento la protagonista inizia a sentire il desiderio di mangiare piccoli oggetti non edibili (biglie, batterie, puntine da disegno ecc.). Quella che inizialmente sembra solo innocente curiosità diventa una vera e propria ossessione per Hunter, che ingerendo questi oggetti riesce sia a sentire di avere finalmente il controllo sul suo corpo, sia a colmare il suo vuoto interiore con una sensazione di forte euforia.

Quando, in seguito ad un’ecografia che mostra dei corpi estranei nell’intestino di Hunter, viene a galla il suo disturbo alimentare, il marito, allarmato, decide di mandarla in terapia. Sarà nel corso di queste sedute di psicoterapia che la giovane donna risalirà all’origine del suo male, scavando nel suo passato e facendo i conti con un complesso di inferiorità che affonda le radici nella sua infanzia.

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Picacismo e gravidanza

Non è un caso che la protagonista di un film sul picacismo sia una donna incinta. Moltissime donne, nei mesi che precedono il parto, arrivano a ingerire piccoli oggetti pericolosi o alimenti crudi che le espongono a gravi danni (soffocamento, infezioni, avvelenamento da piombo, ostruzione o perforamento dell’intestino ecc.). Questa impossibilità di controllare le cosiddette “voglie della gravidanza“, si riscontra frequentemente in soggetti anemici, che cercano di integrare così la carenza di nutrienti. Il picacismo di queste donne richiede spesso il ricorso ad un supporto psicologico.

La scenografia di Swallow

La scenografia di Swallow è stata realizzata facendo riferimento all’esperienza della protagonista, al fine di aiutare lo spettatore a penetrare nella sua psiche. In un’intervista, la scenografa Erin Magill (Love After Love, Brittany Runs a Marathon, The Quarry) ha dichiarato che, nel progettare gli interni della claustrofobica casa di vetro di Swallow, sono stati scelti degli arredi anni ’50 lussureggianti e simili nell’aspetto agli oggetti che la protagonista continua ad ingerire. La predilezione per i colori monocromatici (rosso, blu, verde) non è casuale, né lo è la scelta degli outfit della protagonista, realizzati al fine di suggerire una fusione tra la protagonista e i diversi scenari, comunicando così il desiderio di adattamento di Hunter all’agiatezza che la circonda.

La casa in cui è stato girato il film, abbarbicata sul fiume Hudson, ha una vista incantevole sulla riva opposta. Le colline rigogliose che Hunter vede da casa sua fanno da contraltare all’isolamento e alla reclusione in cui vive la protagonista. La casa, nel film di Mirabella-Davis, gioca un ruolo di primaria importanza. Hunter vive in una gabbia dorata dotata di ogni comfort, ma una gabbia resta pur sempre una gabbia. L’idea originale, rivela la sceneggiatrice, è che Richie abbia incontrato Hunter a Manhattan, e ne sia rimasto catturato a tal punto da decidere di sposarla e di rinchiuderla in una casa fuori città, come un filo di perle nel suo portagioie. Per il marito, la protagonista non è altro che un ornamento, un oggetto in suo possesso sul quale quest’ultimo ha il pieno controllo.

La casa, con la sua atmosfera asettica, ricorda un modello da esposizione, un semplice scenario, effetto volutamente ricercato dalla sceneggiatrice al fine di renderla il più possibile simile ad un palcoscenico, in cui ogni personaggio della storia interpreta un ruolo ben preciso. La scelta dei materiali usati per decorare la casa è emblematica: acciaio e vetro versus legno e pannelli colorati. C’è uno squilibrio evidente nell’architettura come nella relazione tra Hunter e il marito Richie. In apparenza, tutti gli elementi della casa sembrano convivere bene tra loro nonostante l’estrema diversità, ma ad uno sguardo più attento, qualcosa sembra stonare: si intuisce un elemento fuori posto, instabile, sul punto di scomparire per lasciare spazio al suo opposto. Allo stesso modo, Hunter sembra rimpicciolire sempre di più in una casa immensa, mentre Richie, con la sua personalità forte e l’atteggiamento dominante, la condanna giorno per giorno all’invisibilità e alla sottomissione.

La scenografa Erin Magill ha dichiarato anche che la casa di Swallow è stata scelta dalla produzione per la sua somiglianza alla casa di Phillip Vandamm, il cattivo di North by Northwest, film del 1959 diretto dal maestro del brivido Alfred Hitchcock.

Ruoli di genere e sessismo in Swallow

Il regista Carlo Mirabella-Davis ha tratto ispirazione per Swallow dall’esperienza personale della nonna Edith Mirabella, vissuta negli anni ’40/’50. Edith, ha raccontato il regista, era una casalinga come Hunter, ma a differenza della sua protagonista, la nonna soffriva di un disturbo ossessivo-compulsivo chiamato rupofobia. Questo disturbo consiste in un’ossessione per la pulizia che induce chi ne soffre a mettere in atto comportamenti ripetitivi e maniacali come, nel caso di Edith, il lavaggio compulsivo delle mani. In un’epoca problematica come gli Anni ’50, in cui tali disturbi venivano spesso trattati erroneamente ricorrendo a pratiche poco ortodosse, la nonna del regista, come molti altri, venne internata, sottoposta ad elettroshock e lobotomizzata. Il regista pone l’accento sulla vita domestica delle casalinghe negli Anni ’50 ricordando Edith come una donna sottomessa e intrappolata in un matrimonio infelice. In un’intervista, quest’ultimo parla della nonna come di una donna che non ha mai avuto possibilità di scelta, perché tutte le decisioni che la riguardavano direttamente furono prese dagli uomini della sua vita (il padre, il marito ecc.). A questo proposito, in Swallow, Mirabella-Davis ha avuto modo di approfondire un argomento a lui molto caro: il discorso sui ruoli di genere. La protagonista Hunter ha molto in comune con Edith Mirabella: come la nonna del regista, la protagonista di Swallow soffre di un disturbo della psiche, è bloccata in una relazione abusiva e, ultimo ma non per importanza, è condizionata dalle aspettative sociali connesse al genere femminile. Sebbene Swallow sia ambientato ai giorni nostri, lo stato d’animo di Hunter ricalca quello di molte donne vissute negli Anni ’50, donne depresse e insoddisfatte, prive di identità e con una posizione sociale pressoché inesistente. Nel suo saggio più celebre, The Feminine Mystique (1963), l’attivista Betty Friedan (1921-2006) scrive che negli Anni ’50 ci si aspettava dalle donne che fossero mogli e madri perfette votate alla cura della casa e alla crescita dei figli. Una donna, scrive Friedan, doveva avere un’unica preoccupazione: trovare un marito e tenerselo stretto. Ovviamente, quella della famiglia perfetta era solo una facciata: gli uomini erano dei mariti-padroni che esercitavano sulle mogli tutta la loro autorità; quanto alle donne, esse soffrivano spesso la solitudine, vivevano da recluse e finivano col sentirsi schiacciate dal peso dei loro doveri.

Questa disparità nei ruoli e nel matrimonio è evidente anche in Swallow, in particolare nella scena in cui Richie invita i suoi amici a casa senza aver prima avvisato Hunter. Si tratta di una scena chiave: è la prima volta che lo spazio privato di Hunter viene invaso da un gruppo di uomini. In quell’occasione, uno degli amici del marito si avvicina ad Hunter, che se ne sta in disparte, e le chiede un abbraccio asserendo di sentirsi solo. Questo personaggio ambiguo è l’ennesimo uomo che cerca di plasmarla, lanciandosi su di lei come un rapace sulla preda al primo segno di debolezza.

Un altro momento significativo è quello in cui Richie chiama i suoi facoltosi genitori per condividere con loro la notizia della gravidanza. “Avremo un bambino“, dice con orgoglio al telefono, e quel “noi” enfatizzato stride in sottofondo mentre Hunter, in primo piano su un divano rosso, trattiene a stento le lacrime, visibilmente scossa dalla novità e per nulla raggiante. In questa scena, Richie esclude la moglie dalla conversazione, la zittisce impedendole di esprimere le proprie emozioni e di dar voce alla sua ansia. Dal canto suo, per non deludere il marito, Hunter indossa una maschera e finge di essere entusiasta della novità. Sa che dovrebbe provare una grande gioia all’idea di un bambino in arrivo, e cerca quindi di convincere sé stessa a provarla.

Per Carlo Mirabella-Davis, che mostra una grande empatia nei confronti di Hunter, non sembra così difficile mettersi nei panni di una donna. In gioventù, il regista si è identificato come donna per un lungo periodo (facendosi chiamare Emma Goldman in omaggio all’omonima anarchica vissuta negli anni ’20), salvo poi tornare a indossare abiti maschili a 26 anni, sentendosi obbligato dai tempi (siamo nei primi anni Duemila) a scegliere un genere piuttosto che l’altro. Il regista, che oggi si identifica come cisgender, ha dichiarato di non aver mai smesso di pensare ad Emma Goldman, e di non aver mai dimenticato cosa significa essere donna.

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