“La battaglia finale non si sarebbe combattuta nel futuro. Sarebbe stata combattuta qui, nel nostro presente, oggi.”

L’11 Gennaio 1985 approdava nelle sale italiane “Terminator” di James Cameron. Quando si pensa a Terminator, l’associazione che viene fatta dai più è con le esplosioni spettacolari e gli avveniristici effetti digitali di “Terminator 2” del 1991, trascurando il fatto che il film del 1984 fosse in verità molto differente sotto diversi aspetti. Cerchiamo di capire che cosa rende questa pellicola una delle pietre miliari non solo della fantascienza, ma anche dell’horror.

TRAMA

Il film ci presenta un futuro in cui le macchine hanno preso il sopravvento sull’umanità, spingendo i pochi sopravvissuti ad organizzare una strenua resistenza. Per annientare anche questo ultimo baluardo di speranza, viene inviato nel 1984 un androide incaricato di uccidere Sarah Connor, colei che avrebbe fatto nascere John Connor, leader della Resistenza. Allo stesso tempo, gli umani riescono però ad inviare nel passato il soldato Kyle Reese con il compito di scongiurare la morte di Sarah. Per la povera ragazza, che conduce una vita tranquilla come cameriera in un fast food, inizierà una fuga disperata che arriverà a cambiarla nel profondo.

RECENSIONE

L’ispirazione per il film arrivò al regista da un incubo che fece mentre si trovava in Italia. Cameron sognò infatti un robot che usciva da un’esplosione brandendo dei coltelli, cogliendo in quell’immagine le potenzialità per basarvi un film slasher. E’ da qui che bisognerebbe partire ogni volta che si pensa a “Terminator”: questo film non nasce come pellicola di fantascienza, ma come horror di matrice slasher. Se ci pensiamo, l’androide interpretato da Arnold Schwarzenegger condivide parecchie similitudini con icone horror come Jason Voorhes o Michael Myers. Non a caso questi ultimi personaggi vengono spesso paragonati proprio ad “un Terminator” per via della loro freddezza ed inarrestabilità. La scelta di Arnold Schwarzenegger, all’epoca ancora acerbo nella recitazione, si è rivelata quanto mai azzeccata per rendere conto della sottile linea che separa i rigidi atteggiamenti dell’androide da quelli di un vero essere umano. Sarah Connor può, secondo questa lettura, essere considerata la “final girl” che viene perseguitata dal killer di turno. Il film è peraltro ambientato per gran parte di notte, in un mondo poco rassicurante, popolato da violente bande di strada e forze dell’ordine inefficienti. Ad accentuare questo aspetto abbiamo un’ottima fotografia composta per gran parte da colori freddi. Non manca poi lo splatter, grazie agli effetti del premio Oscar Stan Winston. La scena in cui il Terminator si medica può risultare datata per un paio di aspetti, ma non ha perso una sana dose di disgusto in diversi sanguinolenti passaggi. Come non parlare poi del famosissimo scheletro metallico che si cela sotto i circuiti del Terminator, probabilmente una delle figure più iconiche del cinema degli ultimi cinquant’anni. “Terminator” può in definitiva essere considerato un film horror a tutti gli effetti.

Elementi più attinenti al cinema di fantascienza sono invece le diverse scene d’azione, gestite ottimamente dalla regia di Cameron, e il tema dei viaggi temporali, con paradossi annessi. Ritroviamo poi la sempreverde tematica della creatura che sfugge al controllo del suo creatore, con le macchine che arrivano ad assoggettare coloro che le avevano costruite.

Anche il tema principale della colonna sonora, ad opera di Brad Fiedel, è entrato nella storia. Il brano è stato rielaborato nel sequel per conferirvi un alone di maggiore epicità. In molti preferiscono quest’ultima versione, eppure l’assenza delle sfumature un po’ malinconiche presenti nella versione del 1984 si fa sentire.

Siamo insomma di fronte ad un film che ha fatto epoca. Risulta quindi un po’ paradossale pensare che Cameron fece molta fatica per trovare i finanziamenti per produrlo, arrivando poi a girarlo con un budget decisamente non elevato.

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