Ci sono film che raccontano la celebrità e poi ci sono film che sembrano direttamente infettati dalla celebrità stessa. Mother Mary, l’ultimo lavoro di David Lowery, appartiene violentemente alla seconda categoria. È un’opera che non osserva il pop dall’esterno ma ci vive dentro, lo assorbe, lo mastica e finisce quasi per esserne posseduta.
Ed è probabilmente questo il motivo per cui il film risulta così destabilizzante: perché non vuole spiegare il mondo delle popstar contemporanee, vuole trasformarlo in una tragedia religiosa, queer e profondamente emotiva.
Ridurre Mother Mary a un semplice “film su una cantante famosa” sarebbe un errore enorme. Lowery usa il linguaggio del melodramma musicale per costruire qualcosa di molto più ambiguo e disturbante: un horror psicologico travestito da opera pop.

Anne Hathaway interpreta una diva costruita con i fantasmi di Lady Gaga e Taylor Swift

La trama, almeno in superficie, è relativamente semplice. Mother Mary, gigantesca icona musicale interpretata da Anne Hathaway, riallaccia i rapporti con Sam — stilista, collaboratrice e presenza fondamentale del suo passato — poco prima di un importante ritorno sulle scene.
Ma il film non è realmente interessato agli eventi narrativi. È interessato alle ferite emotive che rimangono tra due persone dopo anni di dipendenza artistica e sentimentale.
La prima cosa che colpisce è quanto Mother Mary assorba apertamente l’immaginario delle grandi popstar contemporanee.
Mother Mary non è mai costruita come un personaggio realistico: è un collage vivente di icone culturali. Dentro la performance di Anne Hathaway convivono chiaramente frammenti di Lady Gaga, Madonna, Björk, Kate Bush e soprattutto Taylor Swift.
Ed è proprio l’influenza di Taylor Swift a risultare centrale.

Il fantasma del Reputation Stadium Tour aleggia su tutto il film

Tra tutte le influenze pop che attraversano Mother Mary, quella del Reputation Stadium Tour è probabilmente la più evidente. Lowery sembra utilizzare proprio l’estetica e la narrativa dell’era Reputation come chiave emotiva per raccontare la trasformazione della popstar contemporanea in figura mitologica.
Il Reputation Tour non era semplicemente una tournée pop: era una gigantesca operazione di resurrezione mediatica. Serpenti monumentali, gigantismo visivo, teatralizzazione della vendetta, costruzione di un personaggio quasi villain. Taylor Swift trasformava la demonizzazione pubblica in spettacolo.
Mother Mary sembra assorbire precisamente quella tensione.
I concerti della protagonista non vengono mai filmati come semplici performance musicali; sembrano rituali liturgici, cerimonie di dominio emotivo. Il corpo di Mother Mary viene continuamente trasformato in icona religiosa attraverso scenografie monumentali, luci aggressive e coreografie che ricordano più una processione ecclesiastica che un concerto pop.

Ma il riferimento a Swift va oltre l’estetica.
La vera somiglianza sta nel modo in cui il film ragiona sulla dissociazione tra persona reale e personaggio pubblico. Durante l’era Reputation, Taylor Swift costruiva deliberatamente una versione oscura e vendicativa di sé stessa, lasciando però intravedere continuamente la vulnerabilità dietro quella maschera narrativa.
Ed è esattamente ciò che fa Anne Hathaway.
Mother Mary appare contemporaneamente onnipotente e completamente svuotata. Ogni sorriso sembra studiato per nascondere il vuoto. Ogni gesto appare controllato e disperato allo stesso tempo.
Il film suggerisce continuamente che il pop contemporaneo non richieda più autenticità, ma una gestione perfetta della propria mitologia personale. E Taylor Swift è probabilmente la figura che meglio ha incarnato questa trasformazione negli ultimi dieci anni.

Anne Hathaway è impressionante perché non interpreta una popstar: interpreta una donna che ha smesso di esistere fuori dalla performance

La performance di Anne Hathaway è probabilmente la più rischiosa della sua carriera. E funziona proprio perché evita qualsiasi caricatura da diva tormentata.
Hathaway sfrutta intelligentemente anche il proprio bagaglio mediatico: il rapporto complicato con il pubblico, l’ossessione collettiva verso la sua immagine di perfezione, il bisogno quasi patologico di essere amata. Mother Mary sembra una donna che ha smesso di esistere come persona per diventare esclusivamente superficie, simbolo, costruzione narrativa.
Ed è qui che il film diventa davvero inquietante.
Perché Lowery suggerisce continuamente che la celebrità non sia semplicemente una condizione sociale, ma una forma di possessione.
Mother Mary non controlla più la propria immagine: ne è consumata.

Michaela Coel è il vero cuore emotivo del film

Ma il centro emotivo di Mother Mary è Michaela Coel.
La sua Sam rappresenta tutto ciò che esiste dietro la performance: memoria, rancore, desiderio e soprattutto la consapevolezza di aver contribuito a costruire il mostro che ora la esclude.
Se Mother Mary è l’immagine che implode, Sam è la persona costretta a convivere con le macerie emotive di quella costruzione.
Ogni scena tra Hathaway e Coel è attraversata da una tensione quasi insostenibile.

Il lato queer di Mother Mary è il suo vero motore narrativo

La componente omoerotica di Mother Mary non è semplice sottotesto: è il vero cuore pulsante del film.
Lowery costruisce il rapporto tra Mother Mary e Sam come una storia d’amore fantasma.
Non serve che il desiderio venga continuamente verbalizzato; basta osservare il modo in cui la macchina da presa insiste sui dettagli corporei, sui silenzi, sulle distanze minime tra i loro corpi.
Mani che sistemano vestiti. Sguardi troppo lunghi. Sequenze backstage girate con un’intimità quasi oscena. Persino le scene di vestizione assumono il tono di rituali erotici e funebri allo stesso tempo.
La cosa più interessante è che Mother Mary rifiuta completamente qualsiasi rappresentazione queer rassicurante o “positiva” nel senso più convenzionale del termine.
Il desiderio qui è ambiguo, tossico, dipendente, quasi predatorio.
Sam non è semplicemente una ex amante o una collaboratrice ferita: è una donna che continua a vivere dentro la creatura pubblica che ha contribuito a costruire.
Il film suggerisce continuamente che la relazione tra musa e artista sia una forma di infestazione reciproca.

Il soprannaturale come manifestazione del trauma

Una dei tratti più affascinanti di Mother Mary è che il film utilizza continuamente il linguaggio dell’horror soprannaturale. Lowery costruisce l’intera narrazione come se fosse infestata da una presenza invisibile. Non ci sono fantasmi nel senso tradizionale del termine, ma tutto — la fotografia, i movimenti di macchina, il suono, perfino i costumi — suggerisce che qualcosa di maligno o irrisolto stia vivendo sotto la superficie del film.
Ed è proprio qui che Mother Mary smette definitivamente di essere un semplice melodramma musicale.
Le scenografie sembrano spesso spazi liminali: corridoi vuoti illuminati come cattedrali, camere gigantesche che sembrano mausolei, backstage filmati come cripte. Persino il modo in cui Mother Mary viene inquadrata durante le performance richiama immagini quasi demoniache o messianiche. Non è una popstar: è una creatura evocata collettivamente.

Lowery usa il soprannaturale non come elemento narrativo esplicito ma come estensione psicologica del trauma e del desiderio. Ogni volta che Mother Mary appare sul palco, il film suggerisce che la performance stia consumando fisicamente la sua identità. I concerti assumono il tono di rituali esoterici, quasi sacrifici pubblici dove il corpo della performer viene offerto allo sguardo collettivo.
Anche il rapporto tra Mother Mary e Sam viene trattato come una forma di possessione reciproca. Il film suggerisce continuamente che le due donne continuino ad abitarsi emotivamente anche dopo la rottura del loro rapporto. Non riescono davvero a separarsi perché hanno contribuito a costruire l’identità dell’altra.


Ed è qui che il soprannaturale diventa profondamente queer. Come in Persona o Mulholland Drive, i confini tra i corpi e le identità iniziano lentamente a dissolversi. Mother Mary e Sam sembrano specchiarsi fino quasi a contaminarsi a vicenda.
La cosa più inquietante è che Lowery non chiarisce mai quanto di tutto questo sia “reale”. E fa benissimo. Perché Mother Mary non vuole spiegare il soprannaturale: vuole usarlo per dare una forma fisica all’orrore della celebrità contemporanea.

Anche la musica contribuisce enormemente alla costruzione di questo universo emotivo.
I brani originali — sviluppati con contributi di FKA twigs, Charli XCX e Jack Antonoff — non cercano mai di sembrare realistiche hit radiofoniche contemporanee. Funzionano piuttosto come confessioni trasformate in liturgia elettronica. Le canzoni sembrano lettere d’amore criptate indirizzate a una presenza femminile irraggiungibile.

Un’estetica da rito religioso pop

Visivamente il film è ipnotico.
La fotografia alterna il gigantismo artificiale delle arene alla freddezza quasi clinica degli spazi privati. I costumi sembrano armature ecclesiastiche, i concerti rituali religiosi deformati, i volti reliquie illuminate da una luce spettrale.
Tutto comunica l’idea che la fama sia una forma di martirio autoimposto.

Eppure Mother Mary non è un film perfetto. A tratti la sua ossessione simbolica diventa ridondante. Alcune immagini vengono reiterate fino allo sfinimento e il finale rischia seriamente di collassare sotto il peso delle proprie ambizioni metaforiche. Ci sono momenti in cui Lowery sembra così innamorato dell’astrazione da dimenticare completamente il ritmo narrativo.

Ma forse è proprio questo squilibrio a rendere Mother Mary così affascinante.
Non cerca mai di risultare elegante o controllato. È isterico, vulnerabile, eccessivo, a tratti perfino ridicolo. Ma è uno dei pochissimi film recenti che sembrano davvero posseduti dalla propria visione.
Soprattutto è un film che comprende qualcosa di profondamente doloroso sulla creazione artistica: il fatto che chi ci ha aiutato a costruire noi stessi continui a vivere dentro di noi anche quando smettiamo di amarci.

Classificazione: 3 su 5.