Dopo 481 numeri, Dylan Dog festeggia 40 anni, rimanendo ancora oggi un simbolo capace di unire fumetto mainstream e visioni d’autore
Come saprete, chi vi parla è un dylaniato della quasi prima ora. Come molti bambini della mia generazione, il primo fumetto che lessi fu Topolino. Quello che ricordo distintamente è che, alle elementari, incappai in una copia di Dylan Dog è fu terrore a prima vista. Quello che subito mi affascinò fu questo improbabile eroe, che eroe non lo è mai stato, spinto ad indagare dai suoi clienti di misteri spaventosi. L’Indagatore dell’Incubo è stato sempre accompagnato dal fedele Groucho, spalla comica perfetta ancora oggi a distanza di anni, e dal paterno ispettore Bloch. Anche se credo che ormai questi personaggi siano conosciuti anche da chi un albo di Dylan non lo ha mai aperto.
Il Mondo è cambiato da quel 26 settembre 1986, così come le storie dell’Indagatore mese dopo mese. Eppure il suo mito continua da una generazione alla successiva. Nonostante molti abbiano abbandonato il Galeone perché le storie – “non sono come nei primi 100 numeri” – oppure non abbiano gradito alcune sterzate narrative. Eppure il numero 7 di Craven Road rimane sempre aperto. Ragazzi (magari attraverso la Bonelli app) leggono gli ultimi albi sul loro tablet, con lo stesso entusiasmo di chi corre ancora in edicola ogni mese.

Barbara Baraldi, un’anima nera a Craven Road
Nell‘aprile 2023 viene annunciato il nome di Barbara Baraldi come nuova curatrice di Dylan Dog. Un aspetto fondamentale per due ragioni: essere la prima donna alla guida della testata e voler riportare le atmosfere horror delle origini. Infatti nel decennio precedente (2013 – 2023) Roberto Recchioni era stato il rivoluzionario che voleva stravolgere e sorprendere i lettori. Per quanti lo abbiano detestato, io ho trovato alcune sue trovate azzeccate. Come nel ciclo 666 con cui voleva azzerare le precedenti e nebulose origini sclaviane del personaggio. Il creatore, Tiziano Sclavi, aveva sempre lasciato avvolto nel mistero molto del passato dell’Indagatore, contribuendo a costruirne il fascino. Con Recchioni, invece, abbiamo il tentativo di costruire narrazioni più complesse nell’arco di più albi. Inoltre c’era la volontà di svecchiare il protagonista, anche attraverso la tecnologia d’oggi. Così come tecnologico era il villain per eccellenza creato ad hoc: John Ghost, imprenditore visionario e scaltro.

Con Baraldi c’è stato un ritorno all’horror più oscuro: gotico e derivativo, volendo comunque lasciare a Dylan alcuni strumenti indispensabili al giorno d’oggi. Dove forse l’IA è il vero grande incubo per tutti! Ho scritto derivativo, non per sminuire le storie scritte e scelte dalla curatrice, ma perché sono debitrici di rimandi a tanti film horror del passato. Sto apprezzando parecchio il citare, prima della lettura dell’albo, film o romanzi a cui la stessa Baraldi fa riferimento per introdurci la storia che leggeremo. Negli ultimi mesi si è passati dalle atmosfere splatter alle indagini più paranormali con incursioni nel thriller psicologico. Così il lettore ha sempre la possibilità di sorprendersi per storie mai uguali.

Sicuramente, lo stile ironicamente grottesco di Tiziano Sclavi è impossibile da replicare. Però sempre più sceneggiatori si stanno divertendo a far prendere anche strade paradossali alle indagini per il loro Dylan. Sempre mantenendo quello stile che ben si adatta al personaggio. Così come, parlare anche di stretta attualità o tematiche che stanno sconvolgendo il nostro tempo geopolitico, trova sempre spazio nella avventure dell’Indagatore. Non a caso, quale genere migliore dell’horror per parodiare o distorcere le ansie e i tormenti della moderna umanità. Ne è dimostrazione anche il successo economico e la qualità sempre crescente di tanti film horror al cinema negli ultimi anni. Forse il modo più affascinante di fare una seduta di terapia collettiva dalla poltrona di una sala cinematografica.
Prima che sia l’alba
Questo numero 481, oltre ad essere celebrativo e a colori, sarà importante per andare ancora a scavare nel torbido passato di Dylan Dog. Anche perché 4 decenni sono un numero di tutto rispetto per il nostro Indagatore. Ed è quindi giusto che quello che rivelerà l’albo sia fondamentale per tutti gli autori che scriveranno di Dylan in futuro. L’operazione verrà celebrata con 4 diverse copertine, senza possibilità di vera scelta perché verranno imbustate in un blind pack.

Il giochino è una pratica che arriva dai comics americani, che sono stati i premi ad abusare di copertine variant. Si parte dalla regolare dei fratelli Cestaro, attuali copertinisti della testata. Ci sarà poi la possibilità di trovare quella di Claudio Villa (1 ogni 4), lui è stato lo storico primo copertinista di Dylan. E’ stata poi fatta la scelta di inserire Corrado Roi (1 ogni 40), che fu copertinista dell’edizione Grande Ristampa. Questa fu la quarta riproposizione degli albi nel corso della storia editoriale del personaggio. A mio avviso ci starebbe stato meglio Gigi Cavenago, illustratore precedente ai Cestaro e non coinvolto nel progetto. Infine, il maestro Angelo Stano (1 ogni 400), l’artista più longevo sulle cover di Dylan.

Nostalgia del passato con curiosità per il futuro
Ovviamente alcune storie che avevo letto decenni fa ancora tornano ad emozionarmi e spaventarmi la notte. Questa idealizzazione del passato, però, non è sempre un bene. Il rischio è quello di perdere la possibilità di scoprire nuove storie nel futuro. I tempi sono cambiati, perché noi siamo cambiati ed anche Dylan è cambiato. Non mi riferisco solamente al trattamento che ne da’ ogni curatore o sceneggiatore, ma parlo del personaggio stesso. L’Indagatore di Sclavi era diverso già paradossalmente da un albo ad un altro. Quante volte la storia finiva con Dylan ormai spacciato, eppure il mese successivo eccolo di nuovo iniziare una nuova indagine. Lui oppure una diversa versione di sé. Il multiverso è stato introdotto da Sclavi ben prima che fosse abusato dal cinema mainstream. Tante versioni, tanti Dylan: tutti con nuove storie da raccontare.

Perché Dylan, nonostante cambi, ha sempre: una sua bontà d’animo, un quinto senso e mezzo ed una fiducia incrollabile che i veri mostri siamo proprio noi esseri umani. Questo, indipendentemente da chi lo scrive o cura, rimane il cuore del personaggio da 40 anni. A noi non resta che suonare alla porta rossa e, dopo l’urlo, dire: tanti auguri, Dylan!

































