Ci sono storie che sembrano sceneggiature di un thriller disturbante, di quelli che ti lasciano addosso una pellicola di disagio per giorni. Ma qui non c’è nessuno script, nessun set cinematografico. Tutto è accaduto davvero. E se ne parlo solo adesso è perché ho avuto bisogno di tempo per metabolizzare la vicenda. La docuserie Don’t F**k with Cats: Hunting an Internet Killer, scritta e diretta da Mark Lewis, prodotta e distribuita da Netflix, ripercorre la folle e ossessiva parabola criminale di Luka Magnotta, un giovane canadese affamato di attenzione e notorietà che, nel 2012, sconvolse l’opinione pubblica mondiale con uno dei crimini più efferati mai circolati in rete. Un caso che non solo racconta l’orrore di un omicidio, ma svela anche come la rete possa diventare un’arma potentissima — nel bene e nel male. Siete pronti? I più sensibili faranno meglio a interrompere la lettura…

“Se non ti piace ciò che vedi, non specchiarti.”
25 maggio 2012.
Sul sito Bestgore appare un video dal titolo “1 Lunatic 1 Ice Pick” (“1 pazzo e 1 punteruolo da ghiaccio”). L’autore è Luka Magnotta, all’epoca ventinovenne. Nel filmato si vede un giovane uomo, seduto davanti a un poster del film Casablanca pugnalare ripetutamente con un punteruolo da ghiaccio un ragazzo inerme. In sottofondo risuona True Faith dei New Order, un brano pop apparentemente leggero e malinconico, che qui assume un tono agghiacciante.
La vittima è Jun Lin, un ingegnere informatico cinese di 33 anni, studente internazionale a Montreal. È stato adescato tramite un sito di incontri. Dopo averlo ucciso, Magnotta filma tutto: smembra il corpo, compie atti necrofili, simula un pasto cannibalistico e dissemina parti del cadavere in diversi punti della città, spedendo alcuni resti perfino a sedi di partiti politici canadesi. Sulla scena del crimine, la polizia trova una frase scritta con cura all’interno di un armadio:
“Se non ti piace ciò che vedi, non specchiarti.”
Una firma macabra, teatrale. Non si tratta solo di un assassino. È qualcuno che vuole essere visto, riconosciuto, messo al centro.

Fame di fama
L’intera docuserie scava a fondo nella vita di Luka Magnotta, rivelando molto più di un semplice profilo criminale. Magnotta è un narcisista ossessivo, cresciuto tra difficoltà familiari, problemi psicologici e una costante sensazione di essere “invisibile”. Per anni aveva provato a entrare nel mondo dello spettacolo: casting, agenzie di moda, concorsi, reality.
Tutti tentativi falliti.
Questa frustrazione si trasformò in ossessione. Aprì circa cinquanta profili falsi su Facebook, costruendo una rete di identità fittizie che interagivano tra loro per creare l’illusione che si parlasse di lui. Commenti, foto, link, storie inventate: tutto orchestrato con precisione maniacale. Voleva sembrare popolare, desiderato, temuto. Ma quell’illusione non bastava più. Luka voleva la massima visibilità. Voleva essere il protagonista assoluto di una narrazione globale. E decise di ottenerla nel modo più crudo e perverso possibile: con la violenza.

I gattini, l’inizio dell’incubo
Prima dell’omicidio di Jun Lin, Magnotta aveva già attirato su di sé l’attenzione con un altro gesto atroce. Pubblicò un video intitolato “1 guy 2 kittens”, in cui soffocava due piccoli gatti all’interno di un sacchetto. Quella crudeltà, inizialmente considerata “solo” un orrore di nicchia della rete, diventò virale e indignò il mondo.
Ma soprattutto, scatenò una reazione inattesa: una comunità di utenti di Internet, si organizzò per identificarlo. Attraverso frame, dettagli ambientali, marche di oggetti e persino prese elettriche visibili nei video, i membri di questo gruppo iniziarono una vera e propria caccia all’uomo digitale.
L’omicidio e la fuga in Europa
Quando Magnotta passa dagli animali agli esseri umani, il salto è definitivo. Jun Lin diventa la sua prima vittima umana. L’omicidio non è un gesto impulsivo: è pianificato, costruito come uno spettacolo. Ogni elemento — dalla colonna sonora al poster sullo sfondo — è studiato per creare un’immagine iconica di sé.
Dopo il delitto, fugge in Europa. Cambia città, prende aerei, usa documenti falsi. Ma commette un errore: non riesce a smettere di cercare il suo nome su Internet. È ossessionato dalla copertura mediatica che lui stesso ha generato. La fuga si conclude a Berlino, in un Internet Café, dove viene riconosciuto e arrestato mentre, ironicamente, stava leggendo articoli su di sé.
Manny Lopez: una bugia pianificata
Durante il processo, Magnotta sostiene che non è stato lui a voler uccidere Jun Lin: dice che il video è stato commissionato da un misterioso uomo chiamato Manny Lopez, che avrebbe voluto venderlo sul dark web. Ma gli inquirenti scoprono un dettaglio inquietante: un anno e mezzo prima dell’omicidio, Magnotta aveva denunciato alla polizia di essere vittima di ricatti da parte di questo fantomatico Manny. Un modo per costruirsi un alibi con largo anticipo?
Inoltre, il nome Manny Lopez, non è scelto a caso. Magnotta lo prende dal film Basic Instinct, che si apre con un omicidio compiuto proprio con un punteruolo da ghiaccio. Non è un dettaglio: è la dimostrazione di quanto la sua identità criminale fosse modellata sulla finzione cinematografica. Luka Magnotta non vuole essere una persona, ma un personaggio.

La forza della rete e il potere oscuro della visibilità
Don’t F**k with Cats non è solo una docuserie su un omicidio: è una riflessione potentissima sul nostro tempo. Da un lato mostra quanto Internet possa amplificare l’orrore, permettendo a video di crimini reali di diffondersi in poche ore. Dall’altro racconta come la stessa rete possa combattere il male, come nel caso dei cittadini che, da soli, contribuirono a identificare l’assassino.
La tensione narrativa è incredibile. Si è risucchiati in un vortice senza uscita che sembra generato dalla mente perversa di un Bret Easton Ellis ai massimi livelli. Ogni episodio approfondisce non solo la caccia a Magnotta, ma scandaglia la mente malata di un uomo che voleva disperatamente essere visto, a qualunque costo. La storia è talmente disturbante da sembrare un film.
Invece è cronaca.
E ti resta dentro per sempre, insieme alla sensazione che il vero mostro non sia solo uno. Perché anche noi, nell’oscurità delle nostre stanze, nascosti dietro uno schermo, abbiamo osato guardare.
a cura di Filippo Santaniello
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