Quella notte dormii nonostante le sei chiamate ricevute allo scoccare di ogni ora, con un messaggio silenzioso lasciato ogni volta nella segreteria telefonica; quando la mattina successiva li ascoltai riuscii a malapena a sentire i fievoli respiri all’altro capo del filo.

Bret Easton Ellis – Le Schegge

Un’ossessione chiamata Le Schegge

La prima volta che lessi il romanzo Le Schegge di Bret Easton Ellis ne rimasi profondamente colpito e affascinato. Dopo anni di riluttanza verso la narrativa letteraria – compensata da un intenso interesse per la saggistica -, Le Schegge fu in grado di riaccendere in me un improvviso interesse verso i romanzi. La sensazione principale era quella di essere entrato in un universo narrativo dal quale non volevo più uscire: un libro che avevo iniziato nutrendo più di qualche dubbio iniziò a trasformarsi, giorno dopo giorno, in una sorta di ossessione. Non facevo che pensarci. Aspettavo una tregua dal lavoro per precipitarmi a leggerlo negli orari più impensabili e, allo stesso tempo, cercavo di non divorare quelle pagine troppo velocemente, spaventato dall’idea di finire il romanzo troppo in fretta e, di conseguenza, di dover abbandonare quell’universo narrativo.

Quando è stato annunciato The Shards, il nuovo adattamento di Ryan Murphy, ho provato sensazioni contrastanti. L’entusiasmo per un autore che considero fondamentale nella mia formazione televisiva – American Horror Story rimane, a mio avviso, il miglior prodotto televisivo mai realizzato – si scontrava con la convinzione che fosse quasi impossibile restituire sullo schermo la complessità del romanzo di Ellis.

Un adattamento temuto: il tortuoso percorso produttivo

A rafforzare questa impressione contribuiva anche il tortuoso percorso produttivo dell’opera. Prima di approdare a Murphy, infatti, Le Schegge era stato associato prima a Luca Guadagnino e successivamente al regista norvegese Kristoffer Borgli, autore di Sick of Myself, Dream Scenario e The Drama. Entrambi, per ragioni mai chiarite ufficialmente, non portarono avanti il progetto, che finì infine nelle mani di Murphy. Sebbene negli anni siano circolate indiscrezioni su possibili divergenze creative con Bret Easton Ellis, nessuna di queste è mai stata confermata. Il risultato, però, era evidente: l’impressione diffusa era che adattare Le Schegge fosse un’impresa estremamente complessa.

The Shards ha debuttato su Disney Plus (Italia) venerdì 7 agosto, in contemporanea con gli Stati Uniti, con una distribuzione media di due episodi a settimana (anche se gli episodi 5, 8 e 9 sono stati distribuiti singolarmente). L’ultima puntata è uscita il 10 settembre, motivo per cui la serie è ad oggi integralmente disponibile su Disney Plus.

Recensione

Questa parte della recensione NON contiene SPOILER.

Uno sguardo doppio

Prima di entrare nel merito della recensione, è doverosa una premessa. Fin dal primo momento in cui mi sono approcciato alla serie, ho avuto l’impressione che il pubblico che non aveva letto il romanzo l’avrebbe percepita molto diversamente rispetto a chi conosceva già la storia narrata da Ellis. Questa mia convinzione è cresciuta episodio dopo episodio, e ne argomenterò le ragioni. Da qui la difficoltà nel recensire il prodotto: il mio sguardo è forse compromesso a priori. Ho cercato di immedesimarmi nello spettatore “vergine”, che sa poco e nulla del romanzo, ma non posso garantire di esserci riuscito del tutto. La recensione sarà quindi una summa di entrambi i punti di vista, quello empirico e quello immaginario.

Shining e il problema degli adattamenti

Ogni adattamento cinematografico o televisivo porta con sé un problema inevitabile: soddisfare chi non conosce l’opera originale senza tradire chi la ama. Basti pensare a Shining di Stanley Kubrick, probabilmente uno dei capolavori più controversi della storia del cinema. Nonostante oggi la grandezza del film sia universalmente riconosciuta, ci sono molti lettori di King che quel film non lo hanno mai digerito. Sì, possono ammettere che, in fondo, sia un buon film, ma precisano che non c’entri niente con il libro, che Kubrick ne abbia travisato il significato e così via.

È questa anche l’opinione di Bret, protagonista di The Shards e alter ego dell’autore di Le Schegge. Ed è proprio con la scena in cui Bret si reca al cinema, dopo mesi di fervente attesa, a vedere Shining, che gli sceneggiatori di The Shards – tra cui, vale la pena ricordarlo, c’è lo stesso Ellis, ma solo per i primi due episodi – decidono di aprire la serie.

Lo spettacolo per Bret passerà in secondo piano, ma questa prima scena, che con il voice-over del protagonista riprende parola per parola il testo originale, diventa un monito per chi ha letto il romanzo: dimentica ciò che hai immaginato durante la lettura, qui la partita si gioca su un terreno diverso. Infatti, nonostante la scena sia perfettamente fedele al libro, lo shock iniziale è inevitabile: il lettore deve lasciar andare il mondo immaginario che si era creato e diventare “spettatore“, accettando il punto di vista degli sceneggiatori.

L’espansione dell’universo narrativo creato da Ellis

È proprio questo continuo scontro tra ciò che avevo costruito nella mia testa leggendo Le Schegge e quello che mi sono trovato davanti guardando The Shards ad avermi fatto vacillare più volte, sospeso tra euforia e delusione. Più che chiedermi se Murphy abbia realizzato un adattamento fedele, mi interessa capire se sia riuscito a tradurre in immagini ciò che rende il romanzo un’esperienza tanto particolare. La risposta è “sì, ma solo in parte”. Ma ciò che alla fine mi ha fatto apprezzare The Shards è che, attraverso la serie, Murphy abbia esaudito uno dei miei desideri: espandere quell’universo narrativo in cui la mia immaginazione voleva continuare ad abitare.

Un’estetica autentica

Se c’è un aspetto sul quale The Shards convince fin dal primo fotogramma è quello visivo. Murphy prende le distanze dall’immaginario patinato degli anni Ottanta a cui cinema e televisione ci hanno ormai abituati: niente colori esasperatamente saturi, niente neon ovunque, niente estetica nostalgica ostentata. Il 1981 viene ricostruito con misura, attraverso una palette cromatica sobria che restituisce un’epoca ancora sospesa tra le ultime influenze dei Settanta e l’identità visiva del decennio successivo.

È una scelta che dona alla serie una personalità ben precisa. La fotografia è morbida, calda, quasi materica: le immagini sembrano avere consistenza, come se la luce dorata che attraversa ville, strade, scuole e locali di Los Angeles fosse in grado di avvolgere ogni scena. Non si tratta soltanto di una ricerca estetica. Gli ambienti diventano parte integrante del racconto, contribuendo a creare un’atmosfera in cui convivono fascino e inquietudine. È una Los Angeles luminosa, elegante, apparentemente perfetta, ma in cui si avverte fin dall’inizio un sottile disagio – la stessa contraddizione che rende affascinante il romanzo: dietro una superficie impeccabile si nasconde qualcosa di oscuro, destinato prima o poi a emergere.

La Los Angeles di The Shards si trasforma in un elemento vivo, un personaggio materico dal sapore vagamente onirico. Anzi, più che al sogno, la fotografia punta a costruire l’inconsistenza del ricordo, l’inafferrabilità del passato, la poca nitidezza di ciò che il tempo ha lentamente consumato. Da questo punto di vista è interessante notare come vi sia stato un lungo lavoro di ricostruzione, per ricreare alcuni luoghi e ridare a quelli ancora esistenti l’aspetto che avevano nel 1981. Così come nel libro, l’ambientazione diviene parte viva della storia, una superficie perfetta, patinata, caratterizzata da sfarzo e ricchezza, sotto la quale si cela una realtà ben più oscura.

Il doppio narratore: una scelta vincente

A livello narrativo, invece, Murphy e gli altri autori della serie adottano una struttura interessante, basata sulla coesistenza di due narratori. Da questo punto di vista, la serie prende notevolmente le distanze dal romanzo che, invece, vedeva Bret come unico narratore. Ne Le Schegge di Ellis, infatti, la storia viene narrata da una sola prospettiva che dimostra la propria fallibilità: Bret sta raccontando il proprio passato, in un’operazione di memoria che è naturalmente soggetta a un lavoro di selezione e alterazione.

Tutti gli altri personaggi esistono soltanto nella misura in cui vengono osservati, interpretati e, inevitabilmente, deformati dallo sguardo di Bret. Non vi è un narratore onnisciente, ma solo uno sguardo parziale: il punto di forza del romanzo sta proprio nella possibilità data al lettore di entrare nella testa di Bret, di comprendere il suo dolore, la sua paura, i suoi ragionamenti, i suoi pensieri più intimi e di provare empatia nei confronti del protagonista.

L’aggiunta del narratore onnisciente

In The Shards di Ryan Murphy, invece, Bret è un personaggio tra gli altri (anche se chiaramente continua ad avere un’importanza maggiore). La realtà non è filtrata solo dal suo sguardo, in quanto abbiamo numerose scene in cui semplicemente Bret è assente. La presenza di un narratore onnisciente (in senso bordwelliano) permette allo spettatore di approfondire dinamiche tra personaggi che nel libro inevitabilmente rimangono fuori campo. E questo “potere” viene sfruttato saggiamente dagli sceneggiatori, che dedicano molto spazio alle dinamiche tossiche interne alla famiglia Schaffer (Debbie – Terry – Liz) e alla relazione corrosa tra Susan e Thom.

Questa scelta, apparentemente in contrasto con il romanzo, permette alla serie di esplorare personaggi che nel libro rimangono inevitabilmente inquadrati da un’unica prospettiva. Murphy rinuncia a parte della soggettività assoluta di Bret per costruire un universo narrativo più corale, senza però abbandonare del tutto l’ambiguità della sua percezione. Infatti, l'”io” di Bret continua ad avere un ruolo fondamentale: il sospetto che le scene che lo vedono presente siano filtrate da una sua coscienza soggettiva diventa sempre più consistente nel corso degli episodi. Il Bret-narratore non esiste solo come voce narrante ma anche come sguardo soggettivo che finisce per plasmare una (ir)realtà [continua nella parte spoiler].

I primi due episodi sceneggiati anche da Ellis

Particolarmente significativi sono i due episodi che aprono la serie, nei quali si nota la partecipazione – nella sceneggiatura – di Bret Easton Ellis. Sono i due episodi in cui la voce narrante di Bret trova più spazio, rendendo lo spettatore consapevole dello stato d’animo del personaggio. Il monologo di apertura (quello sulla visione di Shining) e altri voice over sparsi nelle due puntate riprendono letteralmente alcuni passaggi del libro.

I primi due episodi sono fedeli al romanzo, anche se in una logica di selezione e dislocamento cronologico degli eventi. Si ha quindi l’impressione che il lavoro di Ellis sia consistito soprattutto nel fornire a Murphy le coordinate del proprio universo narrativo, affinché gli episodi successivi potessero espanderlo, aggiungendo situazioni, personaggi e sviluppi narrativi che nel romanzo sono del tutto assenti. In questo modo, la narrazione si trasforma: più intima, riflessiva e controllata nel libro; più libera, dinamica e plurale nella serie. Tuttavia, il romanzo non viene mai tradito: anche quando la narrazione della serie sembra distante più che mai da esso, infatti, Murphy trova quasi sempre il modo di ricondurre il racconto entro i confini tracciati da Ellis, dando la sensazione che il suo obiettivo non sia sostituire il romanzo, ma abitarlo da una prospettiva diversa.

La colonna sonora

Se la fotografia restituisce il corpo di The Shards, la colonna sonora ne rappresenta senza dubbio l’anima. D’altronde, già nel romanzo la musica occupa un ruolo centrale. Ellis non si limita a citare decine e decine di artisti e canzoni dell’epoca: trasforma ogni brano in un elemento narrativo, in una chiave di lettura dei personaggi e del loro stato d’animo.

Le pagine di Le Schegge sono attraversate da un flusso continuo di riferimenti alla cultura pop – dalla new wave al punk, dal rock al synth-pop – che contribuisce a definire non solo l’ambientazione storica, ma anche la psicologia di Bret. La musica diventa memoria, ossessione, desiderio, paura. Non accompagna semplicemente il racconto: ne scandisce il ritmo emotivo. Lo stesso Ellis ha spiegato di aver scritto il romanzo lasciandosi guidare dai ricordi suscitati dalle canzoni della sua adolescenza, e non sorprende che la produzione della serie abbia utilizzato come punto di partenza una playlist di circa duecento brani citati nel libro.

Murphy dimostra di aver compreso perfettamente l’importanza della musica. La colonna sonora di The Shards non è un accessorio nostalgico, né una semplice raccolta di successi degli anni Ottanta. Ogni brano sembra dialogare con le immagini, amplificandone il senso e contribuendo a costruire quell’atmosfera sospesa tra euforia giovanile e minaccia costante che attraversa l’intera serie. Da Vienna degli Ultravox a Moving in Stereo dei Cars, passando per Duran Duran, Blondie, Human League, Fleetwood Mac e decine di altri artisti, la musica non si limita a evocare il 1981: lo fa rivivere. In questo senso, la serie riesce forse nell’adattamento più difficile di tutti, quello di tradurre in suono un universo narrativo che, già sulla pagina, sembrava possedere una colonna sonora propria.

L’interiorità di Bret

Ciò che viene inevitabilmente sacrificato dalla doppia narrazione di cui parlavamo poco fa è l’interiorità di Bret: quel flusso continuo di pensieri, paure e ossessioni che nel romanzo accompagna quasi ogni evento. È proprio lì, infatti, che Ellis costruisce gran parte della tensione narrativa, permettendo al lettore di assistere ai ragionamenti del protagonista, alle sue paranoie, alle continue interpretazioni della realtà che lo circonda. Nella serie, inevitabilmente, tutto questo si riduce. Il voice over riesce comunque a mantenere un contatto privilegiato con la sua coscienza, rendendo lo spettatore partecipe – seppur solo in parte – del modo in cui Bret osserva e decodifica il mondo.

A colmare almeno parzialmente questa perdita contribuisce l’interpretazione di Igby Rigney. Il suo sguardo, spesso imperscrutabile e trattenuto, restituisce con efficacia l’ambiguità del personaggio, suggerendo molto più di quanto espliciti. Lo spettatore finisce così per conoscerlo senza mai comprenderlo del tutto. E, in fondo, è proprio questa una delle caratteristiche più affascinanti del Bret immaginato da Ellis: un protagonista che si lascia osservare, ma che continua a sottrarsi a qualsiasi tentativo di essere decifrato completamente.

Il cast

Per quanto il cast sia stato fin da subito molto discusso, la prima impressione che ho avuto vedendo il trailer è che la scelta degli interpreti sia estremamente coerente con l’immaginario del romanzo. Igby Rigney, Kaia Gerber e Hayes Warner hanno un physique du rôle perfetto per Bret, Susan e Debbie, riuscendo a restituirne non solo i tratti esteriori, ma anche il modo di occupare la scena. Ancora più riuscita è la scelta di Homer Gere nei panni di Robert Mallory: i suoi lineamenti insoliti sembrano incarnare perfettamente la duplice natura del personaggio, sospesa tra fascino e inquietudine.

Wes Bentley e Jordan Roth restituiscono con grande efficacia la natura manipolatoria e viscida di Terry Schaffer e Steven, rendendo credibili due personaggi tanto diversi quanto moralmente ambigui. Meno convincenti, a parere di chi scrive, risultano invece i casting di Thom Wright e Ryan. Quest’ultimo, in particolare, appare piuttosto distante dal Ryan descritto da Ellis, sia nell’aspetto sia nella presenza scenica.

Le interpretazioni non sono tutte impeccabili — Kaia Gerber, pur migliorata rispetto ad American Horror Story (e American Horror Stories), mostra ancora alcune rigidità recitative — ma l’equilibrio complessivo del cast finisce comunque per funzionare.

3 stagioni… perché?!

Appena The Shards è stata annunciata, ho avuto un’inconscia certezza: per adattare il romanzo di Ellis sarebbero bastati dieci episodi e, quindi, una sola stagione. Quando, invece, Murphy ha affermato che la serie si sarebbe idealmente sviluppata nell’arco di tre stagioni, sono rimasto sorpreso e ho avuto per la prima volta l’impressione che non si sarebbe trattato di un semplice adattamento. Per quanto, come scritto poco sopra, abbia apprezzato molto l’idea degli autori di partire dall’universo di Ellis per effettuare un’operazione di espansione, la storia recente dei prodotti televisivi di Ryan Murphy porta inevitabilmente a interrogarsi su questa scelta.

Negli ultimi anni – soprattutto dopo il passaggio dall’accordo con Netflix ai nuovi progetti per FX – Murphy ha dato vita a numerose serie televisive che, purtroppo, hanno faticato a trovare continuità. Basti pensare ai recenti Grotesquerie e The Beauty. Entrambe presentavano finali aperti ed erano chiaramente pensate per svilupparsi in più stagioni; eppure, a causa dei risultati ottenuti e delle dinamiche produttive, FX non ha finora rinnovato nessuna delle due. Non sono nemmeno state ufficialmente cancellate, ma semplicemente lasciate in sospeso, senza alcuna certezza sul loro futuro. Insomma, nel 2026, il prodotto di Murphy che sembra continuare a funzionare con maggiore continuità è American Horror Story, già rinnovata per una quattordicesima stagione quando la tredicesima deve ancora debuttare.

Ed è proprio da qui che nasce il mio dubbio sul progetto di tre stagioni per The Shards: ha davvero senso progettare fin dall’inizio un racconto così ampio in un panorama televisivo che sempre più spesso interrompe le serie prima della loro naturale conclusione? Il destino di The Shards resta ancora incerto: FX potrebbe rinnovarla, cancellarla o semplicemente lasciarla in sospeso. E anche questa volta, se ci trovassimo di fronte all’ennesimo progetto mutilato, sarebbe davvero un gran peccato.

La problematica “concatenazione” degli eventi

Un altro aspetto che mi ha lasciato qualche perplessità riguarda la concatenazione degli eventi e delle sequenze. A dire il vero, mentre guardavo The Shards, ho avuto spesso la sensazione che qualcosa non mi convincesse fino in fondo. È stato proprio in quel momento che – come anticipavo nell’introduzione – ho sentito la necessità di provare a guardare la serie come un’opera autonoma, al di là del romanzo. Mi sono chiesto se uno sviluppo narrativo di questo tipo potesse risultare problematico per chi si avvicinava alla storia senza conoscere il testo di Ellis, e ho cercato di analizzarla anche da questa prospettiva.

Certo, The Shards è stata apprezzata anche da spettatori che non avevano letto il romanzo, così come è stata criticata da alcuni lettori che invece lo conoscevano molto bene. Non si è verificata una vera e propria polarizzazione. Tuttavia, in alcuni episodi ho avuto l’impressione che il testo filmico non fosse costruito con la stessa solidità del romanzo e che l’articolazione di alcune sequenze risultasse meno fluida del previsto.

Non voglio sostenere che si tratti di un errore di regia o di sceneggiatura – anzi, con il passare degli episodi ho iniziato a pensare che questa mia sensazione potesse essere in parte frutto di una scelta deliberata degli autori – ma, durante la visione, mi è capitato più volte di percepire la presenza di quelli che, semplificando, sembravano veri e propri buchi di trama. È possibile che proprio questa impressione abbia rappresentato un ostacolo per una parte del pubblico meno disposto a colmare autonomamente le ellissi narrative, contribuendo anche a un’accoglienza complessivamente più tiepida su piattaforme come IMDb.

La caratterizzazione dei personaggi

Parimenti problematica, soprattutto per chi si avvicina per la prima volta alla storia, potrebbe risultare la caratterizzazione di alcuni personaggi. Diverse recensioni online individuano proprio in questo uno dei punti più deboli della serie, sottolineando la relativa piattezza di alcune figure principali e la presenza di dialoghi che, a tratti, richiamano le dinamiche tipiche del teen drama. Chi conosce già il romanzo di Ellis, inevitabilmente, si approccia alla serie da una prospettiva diversa. Porta con sé un patrimonio di conoscenze pregresse che colma spontaneamente alcune lacune percettive: conosce il passato dei personaggi, ne comprende le contraddizioni e le sfumature e tende, spesso inconsapevolmente, ad attribuire alla serie una profondità che deriva almeno in parte dall’esperienza di lettura. Proprio per questo motivo, credo che uno spettatore “vergine” possa percepire alcuni personaggi come meno sfaccettati di quanto non appaiano a chi ha già letto Le Schegge.

D’altro canto è doveroso sottolineare come l’esistenza di una narrazione onnisciente, parallela a quella di Bret, finisca per favorire la caratterizzazione di personaggi che nel libro hanno un ruolo assai marginale. Basti pensare a Steven e Liz Schaffer, a cui ne Le Schegge di Bret Easton Ellis viene dedicato uno spazio molto limitato. Nella serie, invece, i due diventano personaggi complessi, attraversati da dolore e rancore, e caratterizzati da un passato che li ha inevitabilmente condannati all’infelicità. Inoltre, l’espansione dell’universo narrativo offre a Murphy la possibilità di creare nuovi personaggi, come Rhonda, una studentessa della Buckley che finirà per avere un ruolo importante in alcuni di questi nove episodi.

Prima il libro o la serie?

Il consiglio per chi non ha ancora visto The Shards è assolutamente quello di dare una possibilità alla serie di Ryan Murphy, soprattutto per chi apprezza gli altri prodotti televisivi dell’autore. Se qualcuno, invece, mi chiedesse in che ordine approcciare il libro di Ellis e la serie di Murphy, consiglierei assolutamente di iniziare dal libro.

I due narratori: il punto di vista alterato di Bret

Come anticipato nella parte precedente, una delle scelte più intelligenti e riuscite di The Shards è quella di far coesistere due narratori. Questa distinzione tra due punti di vista emerge progressivamente nel corso degli episodi: i primi due – quelli sceneggiati anche da Ellis – vedono infatti Bret come assoluto protagonista, tanto che le scene in cui lui non è presente si contano forse sulle dita di una mano. Negli episodi successivi, invece, lo screen time di Bret comincia vistosamente a diminuire, a favore di una maggiore caratterizzazione degli altri personaggi. Lo scarto tra le due narrazioni, tuttavia, emerge in modo molto più lento e subdolo, diventando palese solo in uno degli ultimi episodi.

Bret e Robert: la scena sospetta

Alla fine della puntata 8, infatti, si assiste a una scena particolare (assente nel romanzo). Bret trova inaspettatamente Robert in casa sua. I due si avvicinano, si baciano e hanno un rapporto sessuale, per poi risvegliarsi nello stesso letto. Fin qui, nulla di strano. Sia il romanzo che la serie insistono continuamente sulla natura duplice del sentimento che Bret prova nei confronti di Robert: da una parte ne è profondamente affascinato e attratto, dall’altra lo detesta e ne è terrorizzato, convinto che sia lui il responsabile dei misteriosi delitti che stanno sconvolgendo la Buckley e Los Angeles.

Torniamo alla scena. Dopo essersi risvegliato, Robert saluta Bret con una frase shakespeariana, per poi allontanarsi immediatamente. È qui che lo spettatore si accorge che qualcosa non torna: il letto è perfettamente rifatto, senza nemmeno l’ombra di una piega sulle coperte. Lo stesso Bret sembra essere confuso, ma poi sorride compiaciuto per la notte che (non) ha appena trascorso. È un dettaglio apparentemente insignificante, ma fondamentale. Ellis, nel romanzo, costruisce il dubbio attraverso la parola e il flusso di coscienza del protagonista; Murphy compie un’operazione analoga traducendo quel meccanismo in immagini. È sufficiente un letto inspiegabilmente intatto per insinuare nello spettatore il sospetto che ciò a cui ha appena assistito possa non essere mai accaduto.

Nell’episodio successivo, il fatto che il rapporto sessuale non sia mai avvenuto viene praticamente confermato da Robert stesso, che reagisce con sincero smarrimento quando Bret vi accenna. In quel momento, lo scarto tra le due narrazioni diventa troppo evidente per essere ignorato. Ma quella scena non mette in discussione soltanto l’episodio appena visto: costringe lo spettatore a rileggere retrospettivamente l’intera serie. È come se Murphy dicesse, improvvisamente, che da quel momento in poi nulla di ciò che vede Bret possa più essere dato per scontato.

La domanda impossibile: cosa c’è di vero?

È un’operazione, tra l’altro, molto simile a quella realizzata da Ellis nel romanzo. Da narratore apparentemente affidabile e quasi “oggettivo”, Bret inizia progressivamente a trasformarsi. Anzi, è il lettore che, soprattutto nel finale, comprende che forse lo sguardo del protagonista non è mai stato davvero oggettivo, ma sempre al servizio di una narrazione fatta di omissioni, dimenticanze, vuoti di memoria e bugie. A posteriori, il lettore finisce inevitabilmente per ripensare all’intero romanzo con occhi nuovi. E la stessa cosa accade anche allo spettatore di The Shards. Da quel momento in avanti diventa inevitabile porsi una domanda: quante delle scene in cui Bret è presente appartengono davvero alla realtà e quante, invece, all’immaginazione o alla memoria deformata con cui sceglie di raccontarla?

Le ellissi narrative: e se non fosse un errore?

Ed è qui che quella che prima era stata identificata come una caratteristica problematica della serie – ovvero l’esistenza di concatenazioni narrative fallaci che finivano per generare buchi di trama – finisce per assumere tutto un altro significato. Anche nel libro, infatti, il Bret-narratore sembra omettere alcuni frammenti (più o meno grandi) della realtà, o meglio del “ricordo”. Sono molte, in Le Schegge, soprattutto nel finale, le parti in cui il protagonista racconta di aver assunto il Valium, piombando di conseguenza in un sonno profondo o in uno stato di alterazione che non gli permette di avere ricordi nitidi su determinati eventi. E se, allora, Murphy avesse deciso di adottare uno schema simile? Se i buchi di trama fossero omissioni appositamente costruite per confondere il ruolo di Bret nella trama? Per lasciare, come nel libro, un alone di mistero sulla sua figura?

Conclusioni

Per quanto non si tratti assolutamente di una serie perfetta, The Shards è una serie che alla fine è riuscita a non deludermi, anzi. La serie di Murphy riesce ad “adattare” abbastanza bene Le Schegge di Ellis, sottraendosi saggiamente al confronto nel momento in cui decide di espanderne l’universo narrativo.

Alcune scene funzionano perfettamente, per esempio quella in cui Bret ascolta la registrazione del Pescatore che tortura Matt – sulle note di Year of the Cat di Al Stewart. In modo ancora più sorprendente viene ricostruita la scena in cui Terry abusa di Bret: se nel libro è un momento particolarmente scioccante, esplicito e disturbante, qui gli sceneggiatori decidono di inserirla come monologo di Bret, mostrando solo immagini confuse registrate su una VHS, e ottenendo un risultato altrettanto tragico e potente, grazie ai primi piani di un ottimo Igby Rigney.

I difetti ci sono, è innegabile, e chi si aspetta un adattamento fedele del libro rimarrà senz’altro deluso, per il semplice fatto che Le Schegge di Ellis è fondamentalmente un capolavoro impossibile da adattare. Forse, Ryan Murphy lo ha capito subito e si è rifiutato di cimentarsi in un’operazione tanto folle, limitandosi a costruire un universo narrativo più vasto, in cui la sua poetica e quella di Ellis possono toccarsi, intrecciarsi e convivere, dando vita a un’opera parzialmente nuova. Il rischio è che The Shards possa finire come altre serie di Murphy: abbandonate lì, nel vuoto, in attesa di un seguito che non ci sarà mai. Ci auguriamo di no e, senza fretta, rimaniamo in attesa dell’annuncio di una seconda stagione, con indubbia curiosità.

VOTO:

Classificazione: 3.5 su 5.

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