E’ stato aggiunto oggi al catalogo di Netflix “Smile 2”. Alla regia e sceneggiatura troviamo nuovamente Parker Finn, mente creativa dietro questa interessante e angosciante saga.
Uscito nel 2024, dopo soli due anni dal primo capitolo, sarà riuscito questo sequel a regalare un’esperienza dello stesso livello?

TRAMA
Siamo a New York. Un anno dopo un tragico incidente, la pop star Skye Riley sta preparandosi per il proprio rientro sulle scene. I dolori della riabilitazione la costringono tuttavia a cercare di procurarsi delle pillole di antidolorifico da Lewis, uno spacciatore locale. Giunta sul posto, trova il ragazzo in uno stato di confusione e panico, che culmina in un cruento suicido.
Da quel momento Skye inizia ad avere visioni inquietanti, tutte aventi al centro l’elemento del sorriso. In un ambiente soffocante, la ragazza cercherà di venire a capo di quello che sta succedendo, affrontando anche i propri demoni…

PASSARE LA MALEDIZIONE
Il finale del primo capitolo aveva lasciato pochi dubbi sul fatto che, necessariamente, “Smile 2” avrebbe dovuto seguire una trama differente. Compito alquanto ingrato. “Smile” costituiva infatti una delle più grandi e vincenti sorprese dell’horror nell’era post-pandemica: un concetto semplice, alquanto rischioso, elaborato in maniera eccelsa. Di fronte a tali precedenti e a un sequel messo in cantiere molto velocemente, era facile cadere nella trappola di riciclare idee, estremizzarne altre e cambiare solo quel minimo che potesse assicurare una discreta presenza in sala. Lo stesso Parker FInn ha affermato di avere avuto non pochi problemi nell’individuare un’idea fresca per un secondo capitolo, ma di non essersi lasciato prendere dal panico, aspettando che lo spunto adatto arrivasse da sé.
Già la sequenza di apertura costituisce una cesura netta con quanto visto prima, rappresentando tanto il ponte quanto lo spartiacque con la pellicola precedente. Da un lato, infatti, ci mostra come la maledizione sia passata da Joel (personaggio di “Smile”) a un altro individuo, dall’altro ci fa chiedere: “Sto guardando il film giusto?”. Abbiamo infatti un teso piano sequenza che sembra più uscire da un thriller d’azione che da un horror, spostandosi in una dimensione profondamente diversa da quella del primo film.

Gran parte dell’intreccio va poi a radicarsi in un contesto ancora più lontano: il mondo patinato della musica pop. Quindi, possiamo innanzitutto notare come questo “passaggio di maledizione” rappresenti un solido punto a favore di “Smile 2”. Finn non ha voluto percorrere la strada più facile, ma ha deciso di sfruttare al meglio la flessibilità del proprio concept, con una trama che potesse far rivivere certe atmosfere pur non risultando mai un semplice “piatto riscaldato”.
NON E’ TUTTO ORO QUEL CHE… SBRILLUCCICA
“Smile 2”, come il predecessore, è un’opera sottilmente disturbante. Senza mezzi termini, possiamo comunque affermare che non siano le componenti puramente orrorifiche quelle ad avere l’impatto maggiore sulla nostra psiche. Quello che il film vuole raccontare è infatti la storia di una persona che affronta delle difficoltà in un contesto che nemmeno la vede come una persona.
Andiamo con ordine. Nella pellicola seguiamo Skye nella preparazione del proprio concerto di ritorno, dopo un anno lontano dalle scene a causa di un incidente. Come apprendiamo nella scena di introduzione del personaggio, tale incidente avvenne per lo più a causa dei problemi di dipendenza della ragazza, esasperati dal peso dei tour e dall’esposizione mediatica. Il trauma ha lasciato strascichi tremendi su Skye non soltanto a livello psicologico, ma anche fisico. E come le viene passata la maledizione del sorriso? Proprio nel tentativo di procurarsi clandestinamente delle pillole di antidolorifico. In maniera (non troppo) velata, Finn ci suggerisce già che la vera maledizione della nostra protagonista sia l’industria di cui lei costituisce un tassello fondamentale.

Anche a livello registico, il film sottolinea la solitudine della ragazza con campi lunghi che la rendono piccola in stanze pronte a “inghiottirla”. Ed è su queste già solide basi che va a sovrapporsi la componente ansiogena più evidente, quella relativa alle manifestazione dell’entità.
Ancora più del primo capitolo, “Smile 2” spaventa creando aspettativa. I jumpscare non mancano, ma risultano poca cosa in confronto alle sequenze di costruzione della tensione. La potenza del concept di questa saga sta proprio nel fatto che l’entità sia sempre presente e che possa manifestarsi alterando intere porzioni della realtà della persona che ne viene perseguitata. E le due ansie, quella “umana” e quella paranormale, si rafforzano a vicenda, facendo sembrare il percorso di Skye una discesa agli inferi. Non solo non viene creduta ma a nessuno sembra importare di crederle: lei, agli occhi del proprio entourage, non è una persona ma un marchio. Azzeccata anche la scelta di inserire, come manager, la madre stessa della ragazza. Il suo (irritante) personaggio è l’incarnazione perfetta delle aspettative che perseguitavano Skye da ben prima dell’entità.

Emblematico in questo senso è il titolo di lavorazione scelto durante le riprese del film: “Too much for one heart”. Esso è infatti il nome di una delle canzoni del personaggio di Skye, ma anche un perfetto sunto dell’intera vicenda.
UN’INTERPRETAZIONE MAGISTRALE
Messi in luce i principali spunti di riflessione nell’intreccio, passiamo ad un altro fiore all’occhiello di questo sequel: Naomi Scott.
Senza esagerazioni, la sua interpretazione nei panni di Skye è una delle più intense e convincenti del panorama horror degli ultimi anni. La Scott gioca abilmente con il proprio linguaggio corporeo per trasmettere ogni singola sfumatura dello stato psicologico del personaggio. Già la primissima scena in cui la vediamo (quella dell’intervista) è fitta di microespressioni, silenzi, movimenti oculari. C’è una netta discrepanza tra quello che Skye sta dicendo e come lo sta dicendo.

Con la stessa maestria l’attrice è riuscita anche a far esplodere la paura e lo sconvolgimento di Skye quando le componenti paranormali prendono il sopravvento. Proprio come era riuscita a fare Sosie Bacon nel primo capitolo, Naomi Scott porta in scena una figura estremamente realistica nelle proprie reazioni. Complice il solido script, vediamo le crepe nell’equilibrio mentale della cantante farsi sempre più profonde, finché non rimane più nulla a tenere assieme tutto. Sono reazioni esplosive, incostanti e a tratti grottesche, ma profondamente verosimili. La Scott ha inoltre personalmente eseguito tutte le canzoni del proprio personaggio, le quali sono state rilasciate come album a parte.
Resta davvero un peccato che un tale lavoro di immedesimazione non abbia avuto un maggiore riscontro a livello di premi, specialmente in un’epoca in cui (finalmente) gli awards sembrano bistrattare meno il genere horror.


































