Il 2 Dicembre 1933 arrivava nelle sale italiane “King Kong”, pietra miliare nella storia del cinema di mostri. Col film, infatti, il gigantesco gorilla Kong entrò subito nell’olimpo delle figure più iconiche dell’immaginario cinematografico, dando il via a svariati sequel e remake. L’ultima comparsa sugli schermi del primate è stata giusto lo scorso anno, col secondo capitolo del suo team-up con Godzilla.

In questo approfondimento ci soffermeremo sui principali punti di forza della pellicola, con un accenno finale ad alcuni aspetti che invece risultano invecchiati meno bene.

TRAMA

L’aspirante attrice Ann Darrow viene convinta dal regista Carl Denham a unirsi alla produzione del suo nuovo film. Le riprese si svolgeranno su una misteriosa isola ignorata dalle mappe, l’Isola del Teschio. Quando l’equipaggio giunge sul posto, viene accolto da una tribù di nativi che mostra interesse verso Ann.

Quella stessa notte, la ragazza viene rapita e offerta in sacrificio a Kong, un gigantesco gorilla considerato alla stregua di una divinità dagli abitanti del luogo. Denham e il resto dell’equipaggio partono in una spedizione di salvataggio, sperimentando le meraviglie e gli orrori dell’Isola del Teschio. Nel frattempo, Kong inizia, sorprendentemente, a provare affetto e istinto di protezione verso Ann. Denham, capite le potenzialità economiche di una scoperta come quella dell’enorme primate, decide di trasformare la missione di salvataggio di Ann in una per la cattura di Kong.

Il gorilla viene quindi portato a New York come un fenomeno da baraccone, con esiti tragici…

UN CAPOLAVORO VISIVO

Senza mezzi termini, possiamo considerare “King Kong” come uno dei film più importanti della storia del cinema. Prima di addentrarsi negli aspetti inerenti alla trama, poniamo l’accento sul reparto visivo. La pellicola, difatti, costituì l’opera più ambiziosa dell’epoca quanto ad uso degli effetti speciali. L’idea iniziale per il soggetto venne al regista Merian C. Cooper dopo aver ascoltato un resoconto sul drago di Komodo, la più grande lucertola vivente. Cooper decise quindi di dare il via a un grandioso progetto avente al centro un gigantesco animale, in questo caso il gorilla.

Secondo nome di spicco nella produzione, nonché vero fulcro dell’operazione, fu l’effettista Willis O’ Brien. Egli aveva già lavorato, otto anni prima, a “The Lost World” che vedeva delle creature preistoriche prendere vita grazie alla tecnica della stop motion. Per realizzare “King Kong” si decise tuttavia di fare un passo in più: il film avrebbe dovuto contenere diverse scene in cui gli attori avrebbero interagito con Kong e le altre creature.

Per ottenere l’effetto si ricorse a due metodi: un’embrionale forma di quello che sarebbe divenuto il “green screen” e la retroproiezione. La prima tecnica permetteva di combinare su un’unica pellicola delle sequenze (una di primo piano e una di sfondo) girate separatamente. La seconda, invece, permetteva agli attori di recitare davanti a uno schermo su cui era proiettata una sequenza girata in precedenza in stop-motion.

La realizzazione della “star del film”, Kong, fu allo stesso modo complessa e ambiziosa. Vennero realizzati quattro modelli per le sequenze in stop motion. Ognuno di essi era deputato a un uso specifico in relazione con la scala del plastico in cui sarebbe stato fatto muovere. A causa di ciò, è possibile notare alcune discrepanze fra le differenti versioni, soprattutto nel viso di Kong. L’armatura metallica al loro interno era estremamente composita, comprendendo strutture che potessero simulare addirittura il respiro dell’animale. Ai modelli per la stop-motion vennero aggiunti anche alcuni a grandezza naturale, come quelli del busto e della mano di Kong, che avrebbero permesso un’interazione diretta fra la creatura e gli attori. A differenza di quanto sarebbe avvenuto per un altro mostro iconico, Godzilla, non vennero realizzate sequenze ricorrendo ad attori in costume.

Vennero prodotti anche diversi modelli di creature preistoriche, che ad oggi riscuotono un discreto fascino non solo quanto a resa visiva, ma anche come testimonianza storica nella ricostruzione dei reperti della paleontologia.

Anche ai plastici fu dedicata enorme attenzione. Per le scene ambientate nella giungla di dell’Isola del Teschio si ricorse all’uso di matte painting (fondali dipinti) e lastre di vetro disposte in primissimo piano, su cui erano raffigurati gli elementi più vicini all’inquadratura.

Alla luce di questi elementi, che riassumono solo una minima parte della mole di lavoro dietro al film, è facile comprendere lo stupore che il pubblico del 1933 poté provare di fronte a certe sequenze. Il making of di King Kong fu, insomma, una vera e propria lotta per portare avanti di diversi passi le possibilità di quanto potesse essere messo su pellicola all’epoca.

UN TRAGICO RACCONTO DI EGOISMO

Dal punto di vista della trama, King Kong è un ottimo prodotto di avventura, ma anche un’opera di rara desolazione. Sono pochi gli esempi di film che portino sullo schermo l’egoismo dell’essere umano in maniera tanto diretta e avvilente.

Si era già sperimentato col soggetto, avente al centro una zona geografica incontaminata e sospesa nel tempo, in opere come “The Lost World” ( a sua volta basato su un romanzo di Arthur Conan Doyle). In King Kong si decise però di fare un passo successivo, dando una grandissima dignità alla “mostruosa” nemesi dell’equipaggio umano.

Ricollegandosi direttamente con quanto accennato in precedenza, l’armatura all’interno dei modellini di Kong era ricchissima di giunture. Una notevole parte di esse venne deputata alla rappresentazione delle espressioni facciali dell’animale. Se il risultato, con gli occhi dello spettatore odierno, può sembrare cartoonesco, esso risponde tuttavia all’esigenza di rendere manifesti i processi interni della creatura. Vediamo Kong sorridere, soffrire e arrabbiarsi ed è con quest’ottica “umanizzante” che seguiamo la sua cattura e esposizione al pubblico come un fenomeno da baraccone. Quando il gorilla fugge seminando il panico nelle strade di New York comprendiamo certamente la paura dei cittadini di fronte all’enorme creatura, ma anche il panico e la frustrazione di quello stesso essere.

King Kong è insomma il racconto, attraverso il linguaggio dell’avventura, dell’ennesimo tentativo dell’essere umano di appropriarsi di qualcosa che non gli spetta, per poi eliminarlo quando tale tentativo va incontro a fallimento. Ciò che colpisce è l’assenza di una vera e propria morale finale, lasciando che sia lo spettatore a trarre le proprie conclusioni.

Spetta all’ultima linea di dialogo “E’ stata la bella a uccidere la Bestia” il compito di dare un senso a quanto accaduto. In un rovesciamento di ruoli, quindi, non è stato il mostro, l’ignoto, a uccidere la ragazza, essere umano inerme, ma il contrario. E’ una frase ambigua, che sembra quasi aggiungere una nota di biasimo verso Kong per i propri sentimenti, ma non manca di sottolineare come la vicenda appena andata in scena non è quella tradizionale di “uomini contro mostri” Non è comunque presente nessuna sequenza a mostrare rimorso o tristezza nei protagonisti della vicenda e ciò, senza dubbio, aggiunge un’ulteriore nota di tragicità al tutto.

UN FIGLIO DELLA PROPRIA EPOCA

Soffermiamoci poi brevemente sulle critiche che, nel corso degli anni, sono state rivolte ad alcuni aspetti della pellicola. C’è, ad esempio, chi ha visto nella triste storia fra Ann e Kong una condanna dell’amore fra persone di differenti etnie. E’ una lettura che in effetti può prestarsi a quanto va in scena, ma appare leggermente meno calzante rispetto all’immortale topos dell’egoismo umano nei confronti della natura. Ciò che non può essere interpretato diversamente è invece la rappresentazione macchiettistica degli indigeni e del cuoco dell’equipaggio, che presenta un esasperato accento orientale. Sono aspetti questi che, giustamente, al giorno d’oggi nessuno oserebbe riproporre. La maniera migliore di affrontare certe criticità è quella di ricordare di essere di fronte a un’opera di quasi cento anni fa, nata in un’epoca in cui le discussioni sul razzismo erano, purtroppo, ancora enormemente carenti.

Meno evidente, ma spiegabile allo stesso modo, è la caratterizzazione di Ann come vittima degli eventi. Come sappiamo, a lungo tempo, nel cinema di fantascienza/horror era regolare la presenza di personaggi femminili “deboli”, lasciati in balia delle avversità. A ben vedere, tuttavia, il personaggio di Ann ha comunque una sua essenziale importanza ai fini della trama e, anche il suo lasciarsi raggirare da Denham, potrebbe essere letto come un ulteriore accento sull’egoismo del primo più che sull’ingenuità della Darrow.

In definitiva, è innegabile che “King Kong” rispecchi alcuni pregiudizi radicati nella società dell’epoca, ma una visione consapevole può comunque permettere l’apprezzamento di questa pietra miliare della storia del cinema.

King Kong” è una visione imprescindibile per ogni amante del cinema. Il film costituisce uno dei progetti più ambiziosi di sempre a livello di effetti speciali, lasciando un’eterna testimonianza della maestria del team di artisti che, ovviando a enormi interrogativi, se ne occupò. Allo stesso tempo, la pellicola offre una chiara e triste parabola sull’egoismo dell’essere umano, attuale tanto adesso quanto novant’anni fa.

La versione colorizzata di “King Kong” può essere recuperata gratuitamente su RaiPlay.

Classificazione: 4.5 su 5.