Era dal 2022 con Doctor Strange che Sam Raimi non faceva parlare di sé, e dal 2009 con Drag me to hell che non ci deliziava con contenuti di genere. Send Help è un thriller-horror ad alta tensione con un forte senso sociale. Questi temi non sono nuovi per il regista, che ci ha dimostrato più volte il suo amore per l’arte di mettere in scena storie che girano intorno alle ingiustizie del sistema capitalistico di cui facciamo parte. Questa volta ci parla di mobbing, e di una rivalsa particolarmente inaspettata.

Trama
Linda Liddle (Rachel McAdams) è una donna con poche skills sociali, ma che lavora sodo e che nasconde una grande passione per un programma sulla sopravvivenza. Il film si apre su un momento di cambiamenti: il figlio del vecchio capo (Dylan O’Brien) sta rilevando l’azienda a suo nome e Linda si trova in una posizione diversa da quella che si aspettava. Durante un viaggio di lavoro, un disastro aereo li improvvisa naufraghi su un’isola deserta. Qui dovranno superare i vecchi rancori e mettere alla prova la propria forza di volontà per riuscire a salvarsi.

La rappresentazione del mobbing
Il tema centrale del film è senza dubbio quello del potere: come possa cambiare in base alla situazione esterna in cui ci si ritrova, certo, ma soprattutto l’abuso di esso in contesti lavorativi. Nella rappresentazione, Raimi ci fa sentire addosso tutte le sensazioni che può provocare,esplorando l’argomento e le sue varie possibilità in toto tramite una storia ricca di colpi di scena. Per la precisione, la definizione specifica di mobbing è: una forma di violenza psicologica e morale, sistematica e persistente sul posto di lavoro, esercitata da colleghi o superiori per emarginare un lavoratore. Si manifesta con comportamenti ostili, ripetuti nel tempo, che causano danni alla salute fisica e psichica, con l’obiettivo di isolare o allontanare la vittima. Si distingue anche tra mobbing orizzontale, quando viene perpetrato da colleghi alla pari, e mobbing discendente, quello gerarchico messo in pratica da un superiore.

“I mostri non nascono: vengono creati.”
Il bullismo e l’ostracizzazione sul posto di lavoro ovviamente non danno seguito a sensazioni positive. Nel sistema di cui facciamo parte il lavoro racchiude l’emblema della sopravvivenza: non tutti hanno il lusso di poter scegliere cosa fare, in che ufficio trovarsi o di lasciare a causa di dissidi tra colleghi. La gabbia che si crea è quindi fatta di sopportazione, di tentativi di migliorare l’ambiente che occupa gran parte delle nostre giornate, la maggior parte delle volte vani: Linda stava vivendo una situazione di sopravvivenza anche in ufficio, ma di un tipo diverso. Un tipo più complesso di quello che si potrebbe trovare su un’isola deserta, almeno per lei. É svilente, totalizzante, e mostra quanto a volte sono i contesti che creano i personaggi e non viceversa.

Il messaggio di Sam Raimi in questo caso potrebbe quindi sembrare ovvio, ma la messa in scena del film ci smentisce. In questo film non è scontato che la rivoluzione sia radicale; non è scontato che ci sia un vincitore giusto. I ruoli della giustizia si scambiano ad un ritmo sorprendente e che tiene incollati allo schermo. Sembra che il regista ci racconti una storia, un caso specifico, in cui la società ha creato due modelli entrambi sbagliati.
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