Con Villaggio dei dannati (1995) John Carpenter tornava a confrontarsi con la fantascienza e i classici, adattando The Midwich Cuckoos, romanzo pubblicato nel 1957 dallo scrittore britannico John Wyndham. Un racconto inquieto a metà tra fantascienza e horror psicologico. Alla sua uscita il film non fu accolto bene da pubblico e critica, incassando anche poco, ma con il passare degli anni la percezione è cambiata (come spesso accade) e il film ha iniziato a essere rivalutato da molti appassionati del regista e del genere. Come film viene anche ricordato per essere l’ultima interpretazione (al cinema) di Christopher Reeve prima dell’incidente a cavallo che nel 1995 cambiò radicalmente la sua vita.

Trama: La vicenda si apre a Midwich, una tranquilla cittadina della California. Durante una normale giornata accade qualcosa di inspiegabile e l’intera popolazione perde conoscenza nello stesso istante. Il fenomeno dura alcune ore, e quando gli abitanti si risvegliano tutto sembra tornato alla normalità, almeno in apparenza. Poco dopo, il medico locale Alan Chaffee scopre che dieci donne del paese si trovano improvvisamente incinte. Le gravidanze risultano identiche e prive di una spiegazione plausibile, come se durante quel blackout collettivo fosse accaduto qualcosa che ha coinvolto l’intera comunità. Midwich si ritrova così ad attendere la nascita di bambini che fin dall’inizio sembrano portare con sé un mistero destinato a sconvolgere la città, diventando “il villaggio dei dannati”.
L’idea di realizzare un nuovo adattamento della storia circolava già da tempo a Hollywood, e il progetto finì nelle mani della Universal, che decise di affidarlo proprio a John Carpenter. Il regista accettò anche per motivi personali: il film originale lo aveva colpito profondamente quando era ancora ragazzo, e la possibilità di reinterpretarlo in un contesto a lui familiare risultava particolarmente stimolante. La storia, originariamente ambientata in Inghilterra, viene spostata in una piccola comunità della California settentrionale. Scelta non casuale, Carpenter conosce bene quei luoghi e li aveva già utilizzati in passato.

Il confronto con il film del 1960 evidenzia bene la direzione scelta da Carpenter. L’originale puntava soprattutto sul senso di minaccia collettiva, sull’idea di una nuova specie che si inserisce nella comunità e la mette lentamente in crisi, fino a distruggerla. Carpenter mantiene quella base narrativa ma concentra maggiormente l’attenzione su una figura precisa: il piccolo David. Il film insiste molto sulla sua presenza e sulla sua aura inquietante. Anche nei momenti di silenzio si percepisce qualcosa di irrisolto nel personaggio, che sembra allineato alla mente collettiva dei bambini, eppure lascia intravedere a tratti un conflitto interiore. Da una parte emerge la sua natura fredda e distante, dall’altra il legame con la madre suggerisce la possibilità di una crepa. Questo contrasto resta costantemente presente e diventa l’elemento più affascinante del film.
Dopo la nascita di questi bambini, diventa subito chiaro che non si tratta di neonati come gli altri. Crescono rapidamente e hanno poteri telepatici che permettono loro di influenzare le persone intorno a loro. Tendono inoltre a muoversi come un gruppo compatto, come se fossero collegati da una stessa coscienza. Il loro aspetto uniforme, con occhi freddi e capelli quasi bianchi, contribuisce a creare un’immagine disturbante priva di emozioni. Uno dei punti di forza dell’opera resta proprio la rappresentazione dei bambini, Carpenter riesce a renderli inquietanti senza ricorrere a effetti particolarmente elaborati. Ancora più sorprendente è la naturalezza con cui funzionano sullo schermo, perché le interpretazioni dei piccoli attori sono davvero convincenti e inquietanti. Molti di loro devono limitarsi a muoversi insieme o a fissare gli adulti con uno sguardo gelido, diventato uno dei segni distintivi del film. Ma due di loro hanno un ruolo molto più complesso.

Mara, interpretata da Lindsey Haun, mantiene per tutto il tempo una freddezza disumana mentre pronuncia dialoghi che suonano stranamente maturi per una bambina. David invece, lascia lentamente emergere una sfumatura emotiva che lo separa dal resto del gruppo. Thomas Dekker riesce a rendere credibile questo cambiamento con una prova sorprendente per la sua età, e un aspetto perfetto per questo ruolo, sarebbe stato impossibile trovare di meglio. Christopher Reeve invece dà al medico Alan Chaffee una presenza rassicurante e misurata che rende ancora più forte il contrasto con ciò che accade a Midwich. Il suo personaggio rappresenta lo sguardo razionale che tenta di comprendere una situazione sempre più assurda. Linda Kozlowski invece è la mamma che cerca di tirar fuori il lato umano dal suo piccolo David, e le loro scene sono decisamente le più belle del film.
Dal punto di vista visivo Carpenter sceglie una fotografia piuttosto classica. L’ambiente appare tranquillo e familiare, quasi ordinario, e proprio questo contrasto amplifica la sensazione di disagio che attraversa il film. Anche gli effetti speciali vengono utilizzati sempre in maniera bilanciata. Il dettaglio degli occhi luminosi dei bambini avrebbe potuto risultare ingenuo, invece funziona sorprendentemente bene e diventa uno degli elementi più riconoscibili della loro presenza. John Carpenter è anche compositore della colonna sonora (su questo ci aveva già abituati bene) insieme a Dave Davies, e la musica riesce a contribuire molto alla tensione costante per tutto il film.

Un altro aspetto interessante riguarda la trasformazione della comunità di Midwich. All’inizio la cittadina appare come un luogo tranquillo, quasi anonimo nella sua normalità. Dopo il blackout qualcosa cambia. La presenza dei bambini introduce un qualcosa di sinistro che contamina ogni rapporto tra gli abitanti. La fiducia si incrina e il paese assume un’atmosfera sempre più chiusa e sospesa. Il film si sofferma anche su questo processo, ovvero il modo in cui una comunità reagisce quando si rende conto di non avere alcun controllo su ciò che sta accadendo. Carpenter evita inoltre di definire con precisione la natura di questi bambini, di questo male improvviso che si diffonde. Il film lascia volutamente aperta la questione. Più che invasori tradizionali sembrano l’avanguardia di qualcosa di nuovo, quasi una specie destinata a prendere il posto dell’umanità. E all’interno di questa dinamica la mente collettiva dei bambini diventa un elemento centrale, non ci sono rivalità o differenze caratteriali tra di loro. Proprio per questo David risulta così interessante, perché è l’unico punto in cui quella compattezza sembra incrinarsi.


































