Oggi abbiamo il piacere di intervistre Ariel Lavi, cineasta poliedrico dietro progetti come Unicorns & Rainbows e Holocaust Day. Ma lasciamo la presentazione direttamente alle sue parole..
Hai ricoperto diversi ruoli nell’industria cinematografica, da produttore a sceneggiatore. Quale di questi ti viene più naturale e perché?
Ogni ruolo offre sfide uniche, ma trovo che scrivere sia l’attività che mi viene più naturale. Mi permette di esplorare a fondo le motivazioni dei personaggi e la struttura narrativa, plasmando la storia fin dalle sue fondamenta.
Ripensando alla tua carriera finora, qual è stato un momento decisivo che ha plasmato la tua voce come regista?
Un momento cruciale della mia carriera è stato quando ho deciso di produrre il mio primo film fuori dal mio paese. L’esperienza mi ha insegnato il delicato equilibrio tra narrazione e collaborazione.

I tuoi progetti spesso attraversano confini culturali e geografici. In che modo queste diverse influenze modellano il tuo modo di raccontare storie?
Attraversare confini culturali e geografici arricchisce la mia narrazione. Credo che le diverse influenze apportino una prospettiva nuova, permettendomi di creare storie che risuonano universalmente, riflettendo al contempo le sfumature delle diverse culture.
Cosa ti attrae di una storia in primo luogo? È il personaggio, l’atmosfera o un’idea specifica che vuoi esplorare?
Sono spesso attratto da storie con personaggi avvincenti e un’atmosfera intensa. Amo esplorare idee che stimolano la riflessione e suscitano emozioni, creando un legame più profondo con il pubblico.
Nel tuo lavoro, come bilanci la tensione psicologica con la narrazione visiva per creare suspense?
Trovare il giusto equilibrio tra tensione psicologica e narrazione visiva è fondamentale. Spesso utilizzo sottili indizi visivi, un sound design suggestivo e un ritmo ben calibrato per creare suspense, lasciando che sia l’immaginazione del pubblico a colmare le lacune.
Consideri l’horror più una forma di intrattenimento o un modo per esplorare temi sociali o emotivi più profondi?
Il genere è un veicolo per esplorare temi più profondi. Può essere una potente lente attraverso cui esaminare le problematiche sociali e le paure personali, innescando dibattiti critici.
Molti registi affermano che ciò che non si mostra è spesso più spaventoso di ciò che si mostra. Sei d’accordo? Come affronti questo concetto nei tuoi film?
Sono pienamente d’accordo sul fatto che ciò che non si mostra possa essere più spaventoso del contenuto esplicito. Apprezzo il potere della suggestione, lasciando spesso spazio all’immaginazione del pubblico per amplificare la paura.

Ci sono registi o film in particolare, nell’ambito del thriller o dell’horror, che hanno influenzato il tuo stile?
Ce ne sono molti. È difficile sceglierne uno. Penso che siano tutti fantastici, ma il mio stile è molto aperto.
Che tipo di reazione emotiva speri che il pubblico provi dopo aver visto uno dei tuoi progetti più cupi o ricchi di suspense?
Spero che, dopo aver visto uno dei miei film più cupi, il pubblico provi un misto di inquietudine e riflessione. È importante che contemplino i temi presentati e che portino con sé quel peso emotivo.
Il cortometraggio che hai prodotto, “Unicorns & Rainbows”, ha vinto numerosi premi. Da dove è nata l’idea?
L’idea per “Unicorns & Rainbows” è nata dal desiderio di raccontare il trauma di uno stupro. Volevo realizzare un film toccante che avesse un forte impatto sugli spettatori.

Quali sono i tuoi prossimi progetti? Puoi anticiparci qualcosa?
Attualmente sto lavorando a diversi film. Anche se non posso ancora rivelare troppo, posso anticipare che spingeranno ulteriormente i confini della narrazione ed esploreranno nuove tematiche che risuonano con il pubblico moderno. Sto lavorando a lungometraggi hollywoodiani con attori di prim’ordine.


































