C’era una volta, nel sud dell’Italia, un paesino in cui la magia esisteva per davvero. Era collocato su una grande montagna e solo i visitatori più forti potevano arrivarci. Se l’avessero fatto, inoltre, avrebbe dovuto mantenere la guardia ben alta. Il castello del luogo, infatti, era pieno di fantasmi. Nelle campagne vicine, invece, si muovevano strane bestie dall’aspetto di lupi mannari. E non si poteva stare al sicuro neppure nelle proprie case, poiché per il centro abitato si aggiravano delle donne incappucciate e vestite in nero, che si facevano chiamare fattucchiere. Ma dove si trovava precisamente questo posto? E come sarà diventato, oggi?

Ebbene, il nome del luogo incantato è Colobraro: un comune lucano composto da circa mille e duecento abitanti, nella provincia di Matera. Ho avuto occasione di visitare il paese io stesso e vi racconterò che cosa ho scoperto.

Il borgo è situato sopra uno sperone del Monte Calvario, dal quale domina un ampio tratto della valle del Sinni. Fino al XII secolo, è stato un centro basiliano, appartenuto all’Abbazia di Santa Maria di Cersosimo. La parrocchia del luogo, inoltre, conserva un trittico (Madonna col Bambino) del XIV secolo e, nella chiesa dei Francescani, vi sono ricchi altari in marmo policromo (probabilmente costruiti dai romani). La vita degli abitanti di Colobraro, sino ad un passato non troppo distante, era davvero intrisa di superstizioni e leggende. A metà del novecento, infatti, il luogo fu meta dell’etnologo Ernesto de Martino.

Quest’ultimo, con la sua squadra, raccolse numerose interviste e svolse delle ricerche che incluse poi nel celebre saggio antropologico Sud e Magia. Lo stesso scrittore, tuttavia, ammise che gli fossero capitati alcuni eventi sfortunati, mentre si trovava nel luogo. Come mai, però, non è l’unico ad affermarlo? Perchè Colobraro ha la fama di essere il paese più sfortunato d’Italia?

Non è un caso, difatti, che Colobraro sia chiamato dalle località vicine Quel paese. Ciò accade perché si dice che la semplice evocazione del nome porti sfortuna.

Ed è divenuta una vera e propria leggenda metropolitana che, tale innominabilità, risalga ad un aneddoto avvenuto intorno al 1940. I fatti si verificarono quando Don Virgilio, il podestà del borgo, alla fine di una sua affermazione disse qualcosa del tipo: “Se non dico la verità, che possa cadere questo lampadario“. E pare che il lampadario, a quel punto, sia caduto davvero. Secondo alcuni, mietendo persino alcune vittime. La sinistra fama del paese, però, deriva soprattutto dalla credenza che alcune donne del posto, fino al secolo scorso, possedessero dei poteri magici. Ne è un esempio la famosa Cattre, o Maddalena Larocca: una delle maghe locali, anche chiamata col nome di masciara o fattucchiera. Di seguito, è mostrato un estratto del documentario di Luigi di Gianni (1958), in cui sono presenti alcune donne colobraresi impegnate in un rito funebre.

In ogni caso, l’appellativo di paese più sfortunato d’Italia attira molti turisti attratti dalla curiosità per il mistero e il soprannaturale.

Oggi, gli abitanti di Colobraro che credono ancora nella magia sono molto rari e, nel qual caso, anche decisamente anziani. Gran parte della popolazione, al contrario, tenta di sfruttare la cattiva nomea del luogo dal punto di vista commerciale. A questo proposito, infatti, il sindaco del paese organizza ogni estate una manifestazione di successo nota come Sogno di una notte a… quel paese. Si tratta di uno spettacolo teatralizzato itinerante ed interattivo, in cui vengono raccontate leggende e storia del paese.

Sogno di una notte a… quel paese, gli attori

L’aglio e i peperoncini appesi alle finestre delle case, le vie contorte e labirintiche del centro storico e l’atmosfera superstiziosa rendono Colobraro un luogo unico: un paese in cui cristianesimo e paganesimo sono divenuti una cosa sola.

Per scongiurare gli influssi maligni o liberarsi da alcune creature tipicamente pagane, ci si rivolge a Gesù Cristo attraverso formule, anch’esse ibride, che invocano il potere dei santi. I paragrafi che seguono sono il frutto di racconti tramandati oralmente dai paesani, che hanno conosciuto la loro origine almeno cinquant’anni fa. Nella mia ricerca mi sono rivolto esclusivamente ad anziani, che non hanno mai lasciato il paese per vivere altrove: i più affezionati al luogo.

Il monachicchio

Il monachicchio sarebbe uno spiritello dispettoso dall’aspetto simile a quello di un folletto che, talvolta, entrerebbe nelle case per rubare qualche provvista. Si dice che, chi sia abbastanza veloce da toglierli il cappello a punta che indossa, diventi ricco. Quella del folletto in questione è una leggenda che scaturisce dalla grande quantità di materiale archeologico presente nel sottosuolo lucano. La piccola creatura, infatti, sarebbe il custode di tali tesori. Una vecchia signora sostiene che suo marito, ormai defunto, abbia visto il folletto mentre si trovava nel letto. Tuttavia, l’uomo si trovava in uno stato di dormiveglia e, il tentativo di rimuovere il copricapo dal monachicchio, si rivelò inefficace.

Ritratto di un folletto, che mostra i tratti tipici del monachicchio.

L’affascino

Una tra le pratiche magiche più diffuse a Colobraro ancora oggi è la fascinazione. Col termine affascino si indica una condizione psichica di impedimento, che lascia senza margine l’autonomia e la capacità di scelta di una persona. Si manifesta attraverso spossatezza, sonnolenza, ipocondria o cefalgia. La fascinazione implica che esista un agente fascinatore (colui che manda il malocchio, cioè l’influenza maligna) e una vittima (colei che subisce il malocchio). Per scoprire la gravità del malocchio che ha colpito una persona, a Colobraro si fa in tal modo: si versano in un piatto tre pizzichi di sale e ci si rovescia un po’ d’olio sopra, poi si inclina il piatto in verticale e, in base allo spostamento dell’olio, l’affascino da cui è affetta la vittima sarà più o meno grave.

La fortuna

La voce della fortuna busserebbe alla porta del prescelto tre volte, solitamente durante la notte, comunicando al suddetto il nome del luogo in cui si troverebbe un tesoro nascosto. Il soggetto dovrebbe così recarsi nel luogo e cercare il tesoro ma, per trovarlo, dovrebbe seguire i passaggi dettati dalla fortuna nei minimi dettagli. Un racconto locale narra di una donna che avrebbe ricevuto la chiamata della fortuna per ben tre notti, ma che, in assenza del marito, non poteva approfittarne (non volendo farsi notare in giro per la città di notte).

La donna, quindi, decise di andare a cercare il tesoro con un uomo anziano, parente di una sua conoscente. Dunque si recarono davanti alla chiesa del paese: il tesoro, a detta della fortuna, si trovava sotterrato proprio davanti all’edificio. Tuttavia, ben presto i due cercatori scoprirono che il tesoro non c’era. O meglio, che era sparito, poiché la donna avrebbe potuto scovarlo esclusivamente da sola. Tale aneddoto affonda le sue radici nel fatto che a Colobraro, prima della rivoluzione di Garibaldi, vivevano dei briganti, che erano soliti sotterrare i loro tesori nel terreno.

Maddalena Larocca, la masciara. Fotografia realizzata da Franco Pinna, uno dei membri del gruppo di Ernesto de Martino, nel 1952.

Lupi mannari

Una parabola del luogo narra di una donna intenta a raccogliere l’acqua dalla fontana vicina alla chiesa e a versarla nelle brocche appese al suo asino. Svolgeva tale mansione al tramonto e, all’improvviso, si imbatté in un uomo nudo che le disse: “Scappi o potrei mancarle di rispetto”. La dama, inizialmente scettica, esitò e continuò nel suo fare. Tuttavia, ad un certo punto, l’uomo iniziò a trasformarsi. Al che, la donzella saltò sul suo asino e andò via più velocemente che poté. Quando arrivò dinnanzi alla sua dimora, si accorse che l’uomo lupo era ancora alle sue calcagna e fu costretta ad entrare nella casa con l’intero animale.

Nel frattempo, l’inseguitore aveva infilato il muso dallo scorcio di una finestra e cercava di mordere la dama. Quest’ultima, dunque, raccolse un bastone e prese a picchiarlo violentemente. Il giorno dopo, la donna raccontò l’accaduto ai compaesani. Essi notarono subito le ferite sul viso dell’uomo misterioso, che si aggirava vicino alla fontana della chiesa. Sembra difficile stabilire il motivo per cui l’uomo non fosse stato preso di mira o ucciso dai paesani. Da come ne parlava l’anziano a cui mi sono rivolto per farmi raccontare questa storia, però, pare che chiunque avesse troppa paura per affrontarlo.

Riti per infanzia e gravidanza 

Nel saggio di Ernesto De Martino si parla di riti per l’infanzia e la gravidanza, tuttavia, ad oggi, pare che abbiano ormai smesso di praticarli. In tempi più remoti, per prevedere il sesso del nascituro, si deponeva la canna di un telaio ad un crocevia e dal sesso del primo passante sarebbe dipeso quello del nascituro. Era anche diffuso l’uso degli abitini (come in tutta la Basilicata): sacchetti di stoffa pieni di erbe profumate che proteggevano soprattutto i bambini.  Gli abitini si usano ancora adesso, a Colobraro, ma specialmente per un altro scopo.

Fotografia degli abitini: gli amuleti di cui bisogna munirsi per partecipare allo spettacolo itinerante.

Infatti ne ho indossato uno anche io, quando ho partecipato allo spettacolo Sogno di una notte a… quel paese.

Pare che gli abitini dal forte odore, dunque, si siano ridotti ad un lasciapassare per la commedia itinerante su Colobraro. E persino gli anziani più credenti nella magia, ormai, sostengono che le voci negative sul paese siano perlopiù fandonie o esagerazioni per promuovere il turismo. Anche la masciara, divenuta una figura simbolo del paese, per molti sarebbe solamente una donna che, come le altre, conosceva solo qualche formula di scongiuro contro l’affascino. La magia del luogo, dunque, è andata perduta per sempre?

Con o senza magia, Colobraro resta un borgo meraviglioso della Basilicata: un agglomerato di casette rustiche su  un’enorme montagna, che ricorda un po’ la città dei Boxtrolls. Consiglio di visitarlo a chiunque ami la natura e le tradizioni antiche.

E chissà, magari tra le viuzze del centro storico, incontrerete davvero un monachicchio o un lupo mannaro…