Arrivato nelle sale italiane il 10 giugno 2026, quattro anni dopo The Fabelmans, Disclosure Day segna il ritorno di Steven Spielberg alla fantascienza dopo Ready Player One. Alla base del progetto c’è un soggetto dello stesso Spielberg, trasformato in sceneggiatura da David Koepp, collaboratore già coinvolto in diversi film del regista. Janusz Kaminski torna alla fotografia e John Williams alle musiche, mentre il cast vede Emily Blunt, Josh O’Connor, Colman Domingo, Eve Hewson e Colin Firth. Tutto suggerisce un grande ritorno alle ossessioni più riconoscibili del regista, ma il risultato finisce presto per assomigliare a una ricostruzione artificiosa del suo immaginario.

La storia segue Daniel Kellner, esperto di sicurezza informatica deciso a rendere pubblico un archivio che raccoglie decenni di testimonianze e filmati sugli incontri extraterrestri. Il suo percorso si incrocia con quello di Margaret Fairchild, meteorologa televisiva che sviluppa improvvisamente capacità linguistiche e telepatiche fuori dal comune. Durante una diretta Margaret comincia a comunicare attraverso una serie di suoni misteriosi che soltanto Daniel sembra in grado di comprendere, creando il legame destinato a unire i loro percorsi mentre apparati governativi e organizzazioni clandestine cercano di impedire che la verità venga divulgata.
Come reagirebbe l’umanità davanti alla conferma definitiva dell’esistenza di forme di vita extraterrestri? La cospirazione e il conflitto tra chi vuole proteggere il segreto e chi considera la divulgazione un dovere sono alla base del racconto, mentre l’interesse del regista si concentra sulle conseguenze che una simile scoperta avrebbe sulla percezione del mondo. Rivelazione che viene trattata come una frattura storica capace di cambiare il rapporto tra gli esseri umani, le istituzioni e l’idea stessa di realtà. Le reazioni mostrate sembrano appartenere a un presente irrealistico e semplificato, sospeso in un tempo difficile da ricondurre a quello in cui viviamo. La consueta fiducia di Steven Spielberg nella capacità di tornare a stupirsi convince fino a un certo punto, perché il film fa di tutto per evitare la diffidenza e il cinismo che accompagnerebbero oggi una rivelazione del genere. Senza qualche smartphone nel finale, la vicenda potrebbe svolgersi in un periodo imprecisato, e il dilemma delle immagini contraffatte e dell’intelligenza artificiale viene liquidato con una battuta. Per buona parte della durata, Spielberg alterna inseguimenti e sequenze da thriller che guardano anche al cinema di Brian De Palma (bello il dettaglio del riflesso sul coltello). L’intreccio procede per blocchi sempre più macchinosi, utilizzando i protagonisti Daniel e Margaret come delle pedine. E il tempo dedicato all’azione sarebbe stato anche utile per restituire maggiore consistenza ai personaggi e al loro passato. Non aiutano momenti in cui la sospensione dell’incredulità va pian piano a sgretolarsi, come innumerevoli agenti federali che faticano a fermare una sola persona, oppure la scena in cui Daniel si addormenta tenendo in mano il foglio con l’indirizzo del motel. Margaret attraversa il cambiamento più evidente, diventando il nucleo emotivo del film nel terzo atto. La ricostruzione della casa della sua infanzia è uno dei pochi momenti in cui Disclosure Day riesce davvero a far rivivere questo trauma attraverso le immagini. Lo spazio diventa memoria e la regia trova una dimensione più intima, che viene però abbandonata rapidamente in favore di un significato etereo e rassicurante.

Disclosure Day insiste molto anche sulla fede e sull’atto stesso di credere, e in questo il film si avvicina al cinema di M. Night Shyamalan. Soprattutto a Bussano alla porta (2023), dove la possibilità di una catastrofe globale viene filtrata attraverso pochi personaggi chiusi in uno spazio ristretto e costretti a scegliere quanto affidarsi a qualcosa che sfugge alla ragione. Shyamalan lavora bene sui rapporti interpersonali, sulle paure e sulla fragilità dei legami, lasciando che la fede emerga di conseguenza. Spielberg allarga quasi da subito il discorso all’umanità intera e pretende di condensarne la reazione in un sentimento condiviso, perdendo proprio quella dimensione personale che avrebbe potuto rendere il film più suggestivo e memorabile. Nella prima scena del film assistiamo (con Daniel) a un incontro di wrestling, e abbiamo da subito questa centralità del credere, perché lo spettatore sceglie consapevolmente di accettare una finzione e di partecipare al suo spettacolo come se fosse reale. Ma nel resto del film Spielberg ricorre a espedienti troppo superficiali per elevare questo discorso. Se in Bussano alla porta la fede rimane personale e inseparabile dal rapporto tra i personaggi, in Disclosure Day assume progressivamente la forma di un principio universale che tutti dovrebbero essere pronti ad accogliere.

Una mia divagazione non richiesta: ho pensato anche ad altri film e al perché li reputo superiori. Due di questi sono di registi molto diversi da Spielberg, ma alle prese con la fantascienza: Starman (1984) di John Carpenter e Arrival (2016) di Denis Villeneuve. In entrambi i casi la dimensione più intima del racconto permette di affrontare temi enormi senza la necessità e la pretesa di trasformarli in un discorso sull’intera umanità. In Starman una donna è in lutto per il marito scomparso, l’alieno non è soltanto visto in maniera edulcorata e ci sono tutte le incertezze che non possono mancare in una situazione simile. La narrazione funziona proprio perché resta sempre ancorata ai suoi due protagonisti. C’è una coerenza narrativa ed emotiva invidiabile, un film sottovalutato che ha da insegnare anche a un regista come Steven Spielberg. Arrival invece racconta il contatto extraterrestre attraverso il dolore di Louise, costruendo un rapporto coerente tra linguaggio, memoria e perdita. In entrambi i film la dimensione globale acquista forza perché passa attraverso emozioni precise e personaggi che vengono approfonditi (e non usati) con delicatezza e con tutto il tempo necessario. Disclosure Day sceglie una scala più ampia restando artificioso, e quando tenta di recuperare emotività, ricorre a un’idea di umanità forzata e semplicistica. E in un presente segnato da guerre, manipolazione delle immagini e crescente sfiducia verso qualsiasi verità condivisa, il film di Spielberg risulta ancora più anacronistico.

I precdenti film di fantascienza del regista sono francamente più memorabili. La mia preferenza assoluta resta A.I. Artificial Intelligence del 2001 (in memoria di Kubrick), che oltre a essere visivamente straordinario era anche caratterizzato da una profondità psicologica ed emotiva unica nella sua filmografia. Parlando dei classici, E.T. e Incontri ravvicinati del terzo tipo restano sicuramente i più importanti, l’arrivo degli alieni si legava alle paure della Guerra Fredda e alle fratture della famiglia americana, temi che attraversano spesso il cinema di Spielberg e che hanno poi trovato una forma apertamente autobiografica in The Fabelmans. Gli alieni diventavano anche figure capaci di ricomporre affetti o identità ferite, mentre le musiche di John Williams amplificavano la componente emotiva e spirituale della sua fantascienza. Anche Disclosure Day riprende questa fiducia, ma in una forma ancora più esplicita e con un’ambiguità totalmente assente. La minaccia ha un peso ancora più ridotto, lontano dalla visione più cinica de La guerra dei mondi, dove il romanzo di H. G. Wells imponeva una rappresentazione dell’invasione decisamente più cupa. Minority Report, nel 2002, affrontava con sorprendente lucidità il controllo digitale e la trasformazione dell’individuo in un insieme di dati. La guerra dei mondi assorbiva le paure dell’America successiva agli attentati dell’11 settembre, e Ready Player One (per me tra i suoi film migliori) osservava la fuga nel virtuale con una consapevolezza saldamente legata al proprio tempo, senza prendersi mai troppo seriamente. Paradossalmente, Disclosure Day appare meno contemporaneo di tutti questi film. L’idea che una rivelazione simile possa raccogliere l’umanità attorno a una verità condivisa suona forzata in un’epoca segnata da disillusione e diffidenza permanente. La bontà d’animo dei personaggi appare programmatica e Spielberg evita sempre furbamente di mettere alla prova il proprio ottimismo. Insieme a Koepp cerca di far convivere molti temi, dalla persistenza dei ricordi infantili alla ricerca della verità, fino al rapporto tra fede religiosa e possibilità di una vita extraterrestre. I diversi spunti restano in superficie e vorrebbero poi confluire in un grande messaggio che sa tanto di annunciato in partenza. Come se bastasse riconoscere l’esistenza di qualcosa di più grande per superare conflitti, paure e divisioni.

Disclosure Day ha senza dubbio delle sequenze notevoli, perché Spielberg non ha mai perso le sue capacità nella messa in scena. Emily Blunt e Josh O’Connor cercano di dare consistenza emotiva a personaggi scritti troppo superficialmente, e non bastano le musiche di John Williams a coinvolgerci emotivamente. I momenti migliori ricordano la forza del suo cinema, mentre tutto il resto lascia la sensazione di un’opera fuori tempo, troppo sicura delle proprie risposte e incapace di dare vero peso alle domande che solleva.
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