Ci sono film horror che nascono per il cinema.
E poi ci sono storie che il cinema lo inseguono da anni, passando prima da YouTube, dai forum, dai video analisi sui social…e soprattutto dalle creepypasta e dagli incubi collettivi online.
Backrooms appartiene decisamente alla seconda categoria.
Dopo anni di mitologia costruita dal web infatti, il fenomeno delle Backrooms arriva finalmente sul grande schermo grazie a A24 e a Kane Parsons, meglio conosciuto online come Kane Pixels.
La Trama
Clark (Chiwetel Ejiofor) è un archietto fallito con una separazione sulle spalle che sta cercando di superare grazie alla psicoterapia con la dottoressa Mary Kline (Renate Reinsve). Per sbarcare il lunario lavora come responsabile in uno showroom di mobili, all’interno del quale alloggia. Dopo alcuni problemi elettrici, una notte appare una strana fessura nella parete del seminterrato e, oltrepassandola, Clark scopre l’esistenza delle backrooms. La sua curiosità lo porterà a voler esplorare e mappare il più possibile questa strana, nascosta, realtà.
Dal web al cinema
Per chi ha vissuto l’esplosione delle Backrooms online, entrare in sala è quasi straniante. Quello che era nato come un’immagine inquietante apparsa su internet nel 2019: uffici giallastri, neon tremolanti, moquette umida e corridoi infiniti, oggi è diventato un vero film distribuito in oltre 300 sale italiane, addirittura in anticipo rispetto agli Stati Uniti.
E in fondo la scelta di affidare il progetto proprio a Kane Parsons è stata quasi inevitabile, oltre che decisamente appropriata.
Parsons è stato il primo a capire che le Backrooms potevano andare oltre la semplice creepypasta scritta o le immagini statiche condivise online. A soli 16 anni ha iniziato a realizzare cortometraggi found footage ambientati nelle Backrooms, girati come se fossero veri documenti recuperati per caso: un’estetica sporca e straniante, a metà tra un vecchio gameplay di Quake e le bodycam della polizia.

Ed è stato proprio quello a cambiare tutto.
Quei video sono diventati virali in pochissimo tempo, totalizzando milioni di visualizzazioni e trasformando le Backrooms in uno dei fenomeni horror più importanti dell’ultimo decennio. È lì che A24 ha iniziato a interessarsi seriamente al progetto, scegliendo proprio Parsons per dirigere il film invece di affidarlo a un regista horror già affermato. Una decisione rischiosa, ma anche incredibilmente coerente.
Ed è proprio qui che backrooms colpisce davvero: non prova a “normalizzare” il fenomeno per renderlo più comprensibile, anzi.
Kane Parsons porta sul grande schermo tutta la natura liminale, alienante e profondamente irreale dell’horror nato online. Si percepisce ancora quell’energia sporca, sperimentale e disturbante che aveva reso virale il primo found footage pubblicato su YouTube.
Non è il mostro la vera paura
Una delle cose centrali del film è che il focus dell’orrore non sono le creature. Sono gli spazi. Le Backrooms inquietano per il silenzio, per la sensazione di essere al di fuori della realtà, persi. Soli, ma non totalmente e con la sensazione costante di disagio e ansia.
Sembrano luoghi che abbiamo già attraversato almeno una volta nella vita: centri commerciali vuoti, corridoi d’ufficio deserti, magazzini illuminati male, stanze senza identità. Eppure andando avanti, guardando meglio, si trova un dettaglio fuori posto, qualcosa che…non dovrebbe essere come è.
Parsons capisce perfettamente il concetto di “liminal horror”: quella sensazione disturbante di trovarsi in un luogo familiare ma completamente sbagliato. Il film infatti lavora continuamente sul senso di disorientamento.
I neon ronzano, gli spazi si ripetono. Le geometrie sembrano cambiare, farsi sempre più complicate ed il tempo perde significato. E lo spettatore finisce lentamente intrappolato insieme ai protagonisti.
In alcuni momenti Backrooms ricorda l’angoscia analogica di Skinamarink, mentre in altri sembra un incubo digitale sospeso tra found footage, videogiochi e horror cosmico.

Kane Parsons non gira “come un regista classico”
Guardando Backrooms si percepisce chiaramente che Parsons viene da internet e non dalla scuola di cinema tradizionale. La grammatica visiva è diversa: movimenti strani, tempi morti volutamente opprimenti, inquadrature che sembrano “trovate” più che costruite a tavolino. E’ come se avesse letteralmente tradotto in immagini le idee nate dalla sua (si può dire stravagante?) fantasia.
È un horror che parla la lingua della Gen Z e dell’era digitale senza bisogno di spiegarsela continuamente. E forse è proprio questo che rende il film così interessante anche al di là del risultato finale: Backrooms sembra davvero l’inizio di un cambio generazionale nell’horror contemporaneo.
Non a caso Parsons è diventato il regista più giovane della storia di A24. E sinceramente, vedendo il film, si capisce perché lo studio abbia deciso di rischiare su di lui.
Atmosfera prima di tutto
Attenzione, però. Chi cerca una trama lineare o un horror tradizionale potrebbe restare spiazzato.
Backrooms non è interessato a spiegare tutto. Non vuole dare regole precise e soprattutto non vuole rassicurare nè svelare come, quando e perchè.
Quello che fa, riuscendo piuttosto bene, è costruire un’esperienza.
Ed è proprio l’atmosfera il vero cuore del film. La scenografia di Danny Vermette e la fotografia di Jeremy Cox trasformano gli ambienti in qualcosa di vivo, soffocante e irreale anche grazie alle stanze completamente ricostruite in studio (dove, si dice, alcuni attrezzisti stiano ancora vagando senza meta alla ricerca dell’ uscita).
Mentre chi entra nelle backrooms esplora, i corridoi sembrano non finire mai.
Ogni stanza appare identica ma diversa ed ogni angolo trasmette la sensazione che qualcosa stia osservando, anche quando non c’è niente in scena.

Quando il film decide finalmente di mostrare l’orrore in maniera più concreta, lo fa senza perdere quella sensazione di mistero che ha reso iconico il progetto originale.
Mentre la prima parte è più lenta, “di costruzione” se vogliamo per la lettura psicologica e caratteriale del nostro protagonista, la seconda parte ci regala qualche jumpscare e qualche entità che abita questi stranianti spazi aumentando un pochino il ritmo.
Personalmente ho apprezzato particolarmente il finale.
Non spiega davvero tutto (e meno male) ma lascia intuire qualcosa di molto interessante: le Backrooms sembrano nutrirsi dei ricordi delle persone che finiscono al loro interno, quasi come se assorbissero frammenti di memoria, identità e trauma per continuare a espandersi.
Non capiamo davvero chi sia la Async né Parsons ci dice chi siano esattamente gli uomini con le tute protettive che studiano questo luogo impossibile. Sappiamo soltanto che stanno cercando di comprenderlo, forse perfino di controllarlo, senza però avere davvero idea di cosa abbiano davanti.

Un film imperfetto, ma importante
Backrooms non è un film perfetto.
A tratti si dilata troppo e alcune scelte narrative rischiano di lasciare volutamente sospesi più del necessario. Non tutto funziona sempre allo stesso livello e chi non conosce il fenomeno online potrebbe percepire alcuni passaggi come eccessivamente astratti o persino confusi. Questa natura frammentata e ripetitiva del film potrebbe lasciare perplessi, o forse addirittura annoiare, gli spettatori più maturi e/o con meno familiarità di questo mondo narrativo.
E credo che questo sia anche uno degli aspetti più divisivi dell’opera: chi conosce già la creepypasta e tutta la lore costruita online probabilmente amerà entrare finalmente dentro quell’universo sul grande schermo. Chi invece non ha familiarità con le Backrooms potrebbe uscirne più stranito che terrorizzato, chiedendosi continuamente cosa stia succedendo davvero.
Ma sinceramente, trovo che sia anche questo a renderlo interessante.
Perché Backrooms non assomiglia quasi a nessun horror mainstream uscito negli ultimi anni. È un film che nasce da internet, pensa come internet e inquieta come internet, regalandoci finalmente una degna trasposizione cinematografica di una creepypasta (vogliamo tutti dimenticare il film su Slenderman, vero?)
E nel bene o nel male, questa cosa si sente in ogni singolo fotogramma.
Kane Parsons prende una storia che poteva tranquillamente rimanere l’ennesimo trend passeggero e prova a trasformarla in cinema vero. A volte inciampa, altre volte crea immagini potentissime, ma raramente dà la sensazione di stare giocando sul sicuro.
E oggi, in un panorama horror spesso pieno di formule già viste, non è poco.


































