1999: il millennio sta per finire e al Festival Internazionale del Cinema di Berlino David Cronenberg vince l’Orso d’Argento con eXistenZ, di cui è autore, regista e produttore. Ironico che un film premiato di un autore di culto, a fronte di un investimento di 15 milioni di dollari, ne abbia incassati soltanto 2 857 998.

Trama
Allegra Geller (Jennifer Jason Leigh) è una celebre designer di videogiochi organici, osteggiata dai cosiddetti “realisti”, un gruppo organizzato contrario ai videogame biologici. Durante la presentazione della sua ultima creazione, eXistenZ, viene coinvolta in un attentato ed è costretta a fuggire insieme a Ted Pikul (Jude Law). Per verificare che il prototipo del gioco non sia stato danneggiato durante la colluttazione, i due decidono di entrare nel mondo virtuale di eXistenZ, collegandosi tramite un’interfaccia biologica che unisce il corpo umano alla console.

L’incognita dell’identità e della realtà
Il cinema di David Cronenberg ha sempre portato avanti una sua precisa poetica. Parliamo di un percorso iniziato nel lontano 1969 con l’esordio del regista, Stereo, e che è arrivato fino ai giorni nostri con la sua ultima fatica, The Shrouds (2025). Se ci pensiamo, è impossibile non trovare nel suo cinema una costante riflessione su due principi: quello di realtà e quello di identità. Da una parte personaggi che mutano fisicamente e psicologicamente, che non sono quello che appaiono, che non sanno chi sono, dall’altra una realtà mai cristallizzata che cambia, si confonde, non è come viene percepita. Questo portò nel 1983 a Videodrome e alla nascita de la nuova carne: la fusione tra corpo e media.
eXistenZ, nel 1999, si pose esattamente come momento evolutivo di questo processo. Tutto si riduce al titolo del film, che poi è anche il titolo del gioco di cui il film parla e in cui è ambientato: eXistenZ. La prima lettera, la “e”, è volutamente minuscola mentre le due lettere maiuscole non sembrano scelte a caso: la X è l’incognita mentre la Z è l’intero. Volendo azzardare un’interpretazione, eXistenZ potrebbe riferirsi all’incertezza dell’esistenza nella sua interezza. Non a caso tutto, nel film di Cronenberg come nella vita, è incerto e inafferrabile. Noi spettatori non sappiamo a cosa credere e non lo sanno neanche i personaggi, che non sanno cosa sia reale e cosa artificiale e non sono più in grado di definire loro stessi e la loro identità, scissa non più tra giocatore e personaggio ma derivante dalla fusione delle due cose.

Cos’è quindi eXistenZ? Meglio ribadirlo: è sia il film che il gioco, e se il secondo compenetra il primo, il primo viene definito dal secondo. Gli attori interpretano personaggi che, a loro volta, sono quelli del “videogame” su più livelli, in una sorta di narrazione transmediale da cui è impossibile uscire, riducendo tutto a un effetto matrioska, ma circolare. Da questa giostra emerge una specifica domanda: cos’è il reale? La mia risposta coincide con una citazione di Matrix: non è il cucchiaio a piegarsi, siamo noi. È l’individuo a determinare realtà e identità, come abbiamo imparato da altri film del canadese: M. Butterfly, Spider, A History of Violence, solo per fare alcuni esempi. Da qui parte un discorso metacinematografico che vede il cinema come mezzo di sovrascrittura del reale. In eXistenZ assistiamo a una sovrascrittura costante che ridefinisce senza soluzione di continuità quello a cui spettatore e personaggi assistono.

Body horror e cyberpunk
Negli anni ’80 David Cronenberg è stato sinonimo di body horror, ma dagli anni ’90 le cose cambiarono. Se le trasformazioni e le modifiche corporee restarono importanti, la visione del regista si allargò. Il corpo restò al centro, ma le mutazioni furono sempre più sottili. eXistenZ potrebbe anche considerarsi uno spartiacque: il corpo umano, nella realtà fantascientifica del film, è ormai definitivamente modificato: è definitivamente nuova carne. Non esiste più differenza tra biologico e sintetico, la tecnologia non è più fatta di metallo e circuiti e si integra con il corpo dando vita a nuovi mondi, nuove realtà. Il corpo è hardware e il richiamo al cyberpunk è servito.
Nella realtà di eXistenZ, molto simile a quella di un gioco di ruolo o di un’avventura grafica, troviamo il corpo violentato dalla tecnologia e sostituito dall’avatar per poi perdersi in uno cyberspazio viscerale. Nel film compaiono elementi sacri e profani: la sacralità messianica di Allegra Geller, a cui la trascendenza dell’essere umano viene affidata e che viene venerata e allo stesso tempo odiata come fosse una divinità (o un demone), la metafora sessuale rappresentata dal sistema di gioco, caratterizzato da un pod che si collega per via neurale attraverso una bioporta installata nella zona lombare. L’attitudine di eXistenZ è molto più vicina a quella del cyberpunk giapponese che a quella occidentale, caratterizzato da una fantascienza viscerale in cui il corpo e la macchina sono arrivati alla coesione definitiva. L’orrore del corpo è compiuto, la mutazione completata, il body horror assimilato (almeno fino a Crimes of the Future).

Ho già citato Matrix, che di eXistenZ è contemporaneo. Entrambi i film si poggiano sulle solide fondamenta di Philip K. Dick ed entrambi riflettono sulla definizione di realtà e identità. Ma se in Matrix la sovrapposizione tra fisico e virtuale si fa netta, in eXistenZ resta sospesa fino alla (non)fine. Questo perché Cronenberg non riesce mai a dare una risposta alle domande che si pone, il suo cinema è sempre stato un tentativo (fallito) di trovare una rappresentazione pratica a quesiti metafisici. A fallimento non dobbiamo dare un’eccezione negativa, ma attribuire il senso di una ricerca costante che è propria dell’artista.
Quando nel finale un personaggio si chiede “stiamo ancora giocando?”, sentiamo Cronenberg interrogarsi sull’enigma dell’esistenza e sulla capacità del cinema di rappresentare il reale: il regista plasma la realtà, la ridimensiona, la confeziona, crea una realtà altra che si confonde con la nostra e le si sovrappone, rendendo indistinguibili i confini tra cosa è vero e cosa è falso. Per poi ripiombare nella scissione completa una volta che i titoli di coda iniziano a scorrere, le luci della sala si riaccendono, lo schermo si spegne. Ma in un gioco di scatole cinesi, anche la nostra realtà si rivela un costrutto neurologico che ci ingabbia e si rivela un’illusione. In sintesi, eXistenZ è un gioco che simula la realtà ma è anche il film che, essendo cinema, fa la stessa cosa per lo spettatore “nuova carne” che ha interiorizzato l’esperienza audiovisiva e percepisce ormai il mediale più del reale.

Un bellissimo insuccesso
eXistenZ fu un insuccesso clamoroso. Enormemente apprezzato dalla critica, il pubblico rifiutò il film nonostante il successo al Festival di Berlino e le caratteristiche da film commerciale. eXistenZ è forse il film meno cupo di David Cronenberg fino a quel momento, pieno com’è di ironia e di trovate visive estremamente pop rese magnificamente dalla fotografia del solito Peter Suschitzky e dagli effetti visivi affidati a Stephan L. Dupuis. Allo stesso tempo eXistenZ è cinema esistenzialista, ma for dummies, molto meno criptico nell’impostazione tanto filosofica quanto meramente cinematografica, dove ogni elemento parla allo spettatore in maniera evidente. L’evidenza è la storia, per comprendere la quale Cronenberg dissemina indizi sin dalle prime scene e che, al di là della struttura a scatole cinesi, si dimostra estremamente lineare.
Anche la scelta degli attori protagonisti non sembra essere stata casuale: Jennifer Jason Leigh era ormai un nome affermato e Jude Law un attore in ascesa, soprattutto dopo Gattaca del 1997. Entrambi funzionano alla perfezione e sono circondati da un cast “secondario” di tutto rispetto, dal “Nono Dottore” Christopher Eccleston al mitico William Dafoe, da Don McKellar al grande Ian Holm. Con queste premesse, difficile quindi comprenderne l’insuccesso in sala se non, forse, proprio per quella mancanza di appigli e per il pessimismo che si respira durante tutto il minutaggio del lungometraggio, oltre all’aspetto visivo organico che può rivelarsi respingente per molti versi.

David Cronenberg ebbe l’idea di eXistenZ dopo un’intervista da lui fatta allo scrittore Salman Rushdie, nel 1995. Per chi non lo sapesse, Rushdie è stato oggetto di un fatwa in seguito alla pubblicazione del romanzo I Versi Satanici (1988). La fatwa non è altro che una condanna a morte, una vera e propria taglia sulla testa a cui seguirono una serie di attentati alla vita di Rushdie, che costrinsero lo scrittore a rimaner nascosto e, per lungo tempo, a comunicare con il mondo esterno attraverso un computer dalla stanza in cui viveva. Da quell’incontro Cronenberg se ne uscì con una domanda: cosa sarebbe successo se a essere oggetto di una fatwa fosse stato un programmatore di videogiochi? Il risultato fu il primo film del canadese basato su un’idea originale dai tempi di Videodrome e, non a caso, i parallelismi tra le due opere sono evidenti.
Perché parlando di realtà virtuale si compie un ulteriore passo verso la definizione dell’uomo nuovo generato dalla contaminazione transmediale di quella che definiamo vita. Non a caso Allegra Geller è una profetessa, il pod da lei inventato ha fattezze uterine e il collegamento avviene attraverso quello che appare inequivocabilmente come un cordone ombelicale. La metafora della nuova nascita servita su un piatto d’argento. Prima era la cassetta che riprogrammava, ora è la rete. E poi c’è il cinema, che crea nuovi mondi e realtà parallele in cui è facile perdersi. Un po’ come accade proprio in questo film.
eXistenZ è un film estremamente sottovalutato dal pubblico ma che si è dimostrato un tassello fondamentale nella poetica di David Cronenberg. Un film che ancora oggi, a più di venticinque anni di distanza, risulta attuale per le tematiche affrontate e per la piacevolezza durante la visione. Cronenberg ci accompagna in un nuovo mondo, tra fantascienza e horror, body horror e cyberpunk. Ed è bellissimo.
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