Nel 1988, a dieci anni dal primo capitolo, uscì “Halloween 4: il ritorno di Michael Myers”, diretto da Dwight H. Little.
La pellicola è considerata uno dei migliori capitoli all’interno della saga. Proviamo a capire le ragioni dietro tale reputazione.

TRAMA
Haddonfield, 1988. Sono passati dieci anni dal massacro a opera di MIchael Myers. La superstite Laurie Strode è morta in un incidente stradale.
Il killer, in coma, deve essere trasferito di ospedale. Durante il tragitto, tuttavia, un discorso fra due infermieri porta al suo risveglio. Che cosa è stato rivelato? Esiste una figlia di Laurie, Jamie Lloyd, e vive ancora a Haddonfield.
Halloween si sta avvicinando e la bambina dovrà essere protetta da Myers, determinato a eliminare ogni residuo della propria famiglia. A provare a fermare il killer, ancora una volta entrerà in scena lo psichiatra Samuel Loomis…

L’IDEA INIZIALE
Se oggi Halloween III è considerato un cult, all’epoca si rivelò un enorme flop, incontrando l’ostilità di critica e pubblico. Sembrava insomma che la strada “antologica” per la saga di Halloween non fosse praticabile e che l’unico modo per proseguire fosse portare indietro Michael Myers dal mondo dei morti.
Prima di addentrarci nell’analisi di quell’ Halloween 4 che fu effettivamente realizzato, può essere interessante svelare l’esistenza di uno script alternativo per la pellicola. Questa sceneggiatura venne firmata da Dennis Etchison e avrebbe avuto una piega alquanto paranormale. Il ritorno di Myers sarebbe infatti avvenuto nella forma di una concretizzazione esoterica del trauma che i cittadini di Haddonfield avevano vissuto nel 1978. Myers sarebbe insomma stato presente, ma come entità trascendente. Come protagonisti sarebbero tornati Tommy e Lindsay, i bambini del primo film della saga, divenuti adolescenti.
I produttori, molto probabilmente, ritennero lo script troppo “rischioso” e decisero di propendere per la via che avrebbe minimizzato il pericolo di un altro flop al botteghino.

RITORNO A CASA
Come struttura narrativa questo “Halloween 4” segue molto da vicino le orme del primo capitolo: Myers fugge, si costruisce la tensione, Myers torna a Haddonfield e climax finale. In diverse scene sembra di assistere a una riproposizione aggiornata di analoghi passaggi della pellicola di Carpenter, specialmente per quanto concerne il primo atto dell’intreccio.
Dwight H. Little, dalla sua, non provò a cercare soluzioni visive nuove, ma si allineò al solco tracciato dai predecessori.
Insomma, c’erano le premesse per un sequel svogliato e anonimo, eppure Halloween 4 è considerato quasi all’unanimità come uno dei migliori capitoli della saga. Come mai?
In primis, il tentativo di recuperare le atmosfere del primo capitolo può dirsi pienamente riuscito. Complice l’aver girato davvero in autunno in una location del Midwest, l’aria di Halloween è palpabile in ogni inquadratura. Fa il suo ritorno, nelle scene serali, l’illuminazione bluastra che si era perduta in Halloween II. Possiamo quasi affermare che Halloween 4 faccia della fotografia virata al blu il proprio marchio di fabbrica. Lo vediamo già in una delle primissime sequenze: la piccola Jamie Lloyd guarda fuori dalla finestra in una sala completamente avvolta da un abisso indaco.
Dwight H. Little si premurò inoltre di costruire numerosi campi lunghi in cui la figura di Myers potesse fare capolino in maniera sinistra. Anche per tale aspetto è facile fare associazioni con il primo capitolo, ma non si arriva mai a viverlo come una mera fotocopia del lavoro di Carpenter.

Anche Donald Pleasence riporta in scena un dottor Loomis che segue le orme già percorse dal personaggio nel primo capitolo. L’interpretazione dell’attore britannico rimane tuttavia così sentita e convincente da permettere allo spettatore di prendere ancora una volta le sue parti senza indugio. Halloween 4 resta peraltro l’ultimo capitolo della saga in cui il ruolo di Loomis rimane degno di nota. Nel quinto avremmo infatti avuto elementi di caratterizzazione poco convincenti, mentre nel sesto il personaggio sarebbe comparso poco per l’età avanzata dell’interprete.
Dal secondo capitolo viene poi preso lo spunto di un blackout per garantire a Myers un territorio di caccia più agevole. Se tuttavia nel film del 1981 esso riguardava un unico edificio, in Halloween 4 Myers fa saltare luce e comunicazioni nell’intera città. Oltre a garantire una più facile sospensione dell’incredulità, tale elemento gioca a favore della già citata componente visiva “dark” dell’opera.
IL MALE NON MUORE MAI
Passiamo invece agli elementi di originalità di questo sequel.
Come protagonista non abbiamo più una ragazza adolescente, ma una bambina. Tale caratteristica costituisce, a ben vedere, una deviazione rispetto all’intero filone dello slasher. Era infatti raro avere personaggi così giovani come target potenziali di un serial killer, preferendovi nuclei di giovani dalla dubbia simpatia. In effetti gran parte del kill count effettivo della pellicola è dato da adolescenti e adulti, ma rimane curiosa la scelta di avere una bambina delle elementari come vittima designata dell’assassino. Il personaggio di Jamie viene poi portato in scena da una bravissima Danielle Harris, che esprime in maniera eccellente ogni sua malinconica sfumatura caratteriale. Anche il fatto che la sceneggiatura si prenda ilproprio tempo per farci conoscere la bambina e le dinamiche che le ruotano attorno è un solido punto a favore per la costruzione di uno dei migliori personaggi della saga.

Ed è così che arriviamo a uno dei colpi di scena finali meglio riusciti dell’intero panorama slasher. Dopo che Myers sembra essere stato ucciso, Jamie torna a casa assieme a Loomis e ai propri familiari. Quando il sipario sulla vicenda è pronto a calare arriva tuttavia lo shock, con Jamie che pugnala la madre adottiva. Un inquietantissimo passaggio del testimone tra zio e nipote incorniciato dalle urla di un Loomis in preda alla completa disperazione.
La tematica silente della pellicola è infatti la ciclicità del male. Se il punto di arrivo è costituito dal plot twist di chiusura, il foreshadowing iniziale ci arriva dalla scena della scelta del costume. Jamie infatti, senza sapere nulla di Myers, sceglie di vestirsi da clown proprio come il killer aveva fatto nel 1963, poco prima di assassinare la sorella Judith. Questo aspetto è inoltre un primo assaggio di quanto sarebbe stato riproposto quasi 35 anni dopo con Halloween Ends (2022), in cui abbiamo un analogo passaggio del testimone tra Myers e un’altra persona.
La saga di Halloween si sarebbe potuta chiudere, almeno per il momento, così. Purtroppo, complici i buoni incassi, venne subito messo in cantiere un quinto capitolo.

Halloween 4 ha anticipato poi una delle tematiche cardine di Halloween Kills (2021), con l’introduzione di una combriccola di vigilantes determinati a eliminare Myers. La cieca smania del gruppo lo porterà, purtroppo, a uccidere a sangue freddo un innocente. Già Halloween II, con la morte di Ben Tramer, aveva messo in guardia sull’insensata fretta nell’ottenere giustizia. In questo capitolo tuttavia il tema riceve uno sviluppo più organico, con una condanna più evidente.

Interessante, anche se solo accennato, è poi l’uso di Myers come parte della mitologia della città. Ciò avviene in un passaggio in cui il killer sembra moltiplicarsi, per poi scoprire che si tratta di un gruppo di ragazzi che hanno deciso di indossarne le vesti. Possiamo quindi presumere che Myers, nei dieci anni dal massacro del 1978, sia diventato una sorta di icona macabra per Haddonfield.
L’ABITO (NON) FA IL MONACO
Uno degli aspetti più controversi tra i fan della saga riguarda la maschera indossata da Myers in questo sequel. Se nella locandina compare infatti la maschera del primo capitolo, nel film il killer ne indossa una visibilmente diversa.
Di un colore bianco accecante e dai tratti somatici meno definiti, la maschera risulta comunque inquietante, ma il confronto con l’originale sorge spontaneo. Nel momento in cui ci si mette a fare paragoni, sembra quasi che il “volto” del killer in questo film sia una copia a basso costo di quanto visto nei primi due. Non è comunque un buco di trama, dato che nella logica interna dell’intreccio non si tratta della stessa maschera.

Verosimilmente, se si fosse optato per una maggiore onestà in sede di elaborazione della locandina, la questione avrebbe avuto un risalto più contenuto.
La maschera di Myers è poi al centro di uno degli errori più inspiegabili e spassosi dell’intera saga. Quando Loomis sta cercando Myers all’interno della scuola di Jamie, il killer lo aggredisce indossando una maschera bionda e con la pelle rosacea. Si tratta, senza dubbio, di uno dei prototipi non ultimati che erano presenti sul set.
Ma perché nessuno, dagli interpreti al regista, ha notato la differenza? Ad oggi, non esiste una risposta. Gli appassionati hanno colmato la lacuna con una fan theory suggestiva: non si tratta di Myers, ma dello spirito di Ben Tramer, deciso a perseguitare l’uomo che ritiene il responsabile della sua morte.


































