Ignorato al momento dell’uscita e cresciuto poi nel tempo grazie al passaparola, come spesso capita ai cult di razza, L’ultimo uomo della terra, uscito nel 1964, è ancora oggi una pellicola che affascina e stupisce per il suo sguardo profetico su tematiche e suggestioni che caratterizzeranno il genere fanta/horror nei decenni successivi.

TRAMA

Robert Morgan è un ex scienziato unico sopravvissuto in una terra popolata da strani vampiri. Mentre di giorno passa al setaccio la città in cerca di infetti da eliminare, di notte si barrica in casa assediato dalle creature della notte. Un giorno, l’incontro con una donna che sembra normale lo fa sperare in un nuovo inizio…

IO SONO PROFETICO

Sembra urlarlo a squarciagola il regista Ubaldo Ragona, buon direttore della fotografia con solo due lungometraggi all’attivo arrivati proprio a metà di quegli anni ’60. E profetico lo è davvero L’ultimo uomo della terra, col suo bianco e nero che trasforma Roma in una fossa comune a cielo aperto, con il suo utilizzo dei pochi mezzi a disposizione in maniera intelligente ed efficace e con il suo saper sfruttare un colosso come Vincente Price per fargli portare tutto il peso della pellicola.

Storia di scienza e di sopravvivenza, il film nella sua breve durata tocca svariati argomenti. Dall’epidemia che uccide la popolazione (visibile nei flashback del protagonista) all’isolamento e relativa lotta per non venire infettato di chi rimane inspiegabilmente immune, fino alla possibile creazione di una nuova società ibrida nella quale il “normale” diventa il nemico.

L’ultimo uomo della terra anticipa suggestioni che vedremo, nei decenni a seguire, in decine e decine di altri racconti. E non parliamo dei successivi altalenanti remake del film, ma del concetto stesso di orrore che negli anni seguenti prenderà forma, cercando punti di contatto tra vampiri, zombi e ambientazioni post apocalittiche. Parlando di fantascienza con lo scopo di analizzare la società.

Certo il talento di Matheson che crea il racconto Io sono leggenda non è cosa da poco, è lui l’autore che crea un mix tra più aspetti della paura e li fa convergere in un racconto senza speranza. L’ultimo uomo della terra però ha la capacità di raccogliere la sfida letteraria e trasformarla in un film asciutto, senza fronzoli, che parla allo spettatore trasmettendo un sentimento di angoscia crescente, fino ad un finale beffardo che anticipa le tematiche e le critiche sociali di quel capolavoro che è L’alba dei morti viventi di Geroge A. Romero.

UN CULT PROBLEMATICO

Nonostante la pregevole fattezza e la lungimiranza della pellicola di Ragona, L’ultimo uomo della terra non è un film a cui il destino ha sorriso molto. Dopo essere stato produttivamente rifiutato dalla mitica Hammer (nonostante la presenza di un fantastico Vincent Price) anche la regia complessiva del film sembra avere qualche lato oscuro, essendo stata attribuita in alcune edizioni estere non solo a Ragona ma anche allo statunitense Sidney Salkow, mestierante con molta più esperienza e film all’attivo dell’ Ubaldo nazionale.

Oltre a ciò, nonostante L’ultimo uomo della terra sia da tutti considerato il più fedele adattamento del romanzo Io sono leggenda di Richard Matheson, lo scrittore non ne amò molto il risultato finale (al quale collaborò) preferendo comparire sotto pseudonimo.

DA VEDERE PERCHE’?

L’ultimo uomo della terra è un film senza tempo, godibile oggi come lo era il giorno della sua uscita. La pellicola di Ubaldo Ragona sembra uscita da uno dei migliori episodi di Ai confini della realtà ma con un respiro più cinematografico e una lungimiranza sul genere che ispirerà (direttamente o indirettamente) generazioni di registi a venire. Girato in buona parte all’ E.U.R. come molti film che all’epoca cercavano un’ambientazione straniante, L’ultimo uomo della terra è un piccolo gioiello che non deve essere ignorato.

Classificazione: 3.5 su 5.

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