Se il secondo capitolo era stato il film della transizione, Venerdì 13 Parte 3 (1982) rappresenta il momento della cristallizzazione estetica. È il film divenuto cult per l’istante in cui Jason Voorhees smette di essere un uomo deforme nascosto da un sacco di iuta per farsi brand. Eppure, dietro la potenza di quell’immagine che avrebbe dominato l’immaginario horror per i decenni a venire, si nasconde una pellicola in realtà piuttosto fragile, caratterizzata da una povertà di scrittura che la rende, paradossalmente, uno dei capitoli meno ispirati dell’intera saga.

La maschera da hockey: la genesi di un vuoto
Il merito storico di questo terzo episodio, diretto ancora una volta da Steve Miner, è racchiuso in un singolo gesto: Jason che indossa la maschera da hockey sottratta alla vittima di turno. È un momento di una potenza visiva dirompente, capace di cancellare in un istante la precarietà di un villain che non aveva ancora trovato una precisa definizione. Il gesto di indossare la maschera da hockey, sarà quello che permetterà a Jason di affermarsi successivamente nell’Olimpo delle icone slasher anni ’80.
Con la maschera, Jason perde definitivamente quel tratto di umanità ancora percepibile nel secondo film, per diventare un’astrazione del male, una macchina da guerra. Non vediamo più il suo sguardo, non percepiamo più il suo dolore o il suo legame con la madre: vediamo solo un volto fisso, indifferente, implacabile. È qui che nasce il mito pop, ma è anche qui che la saga inizia a perdere quella profondità drammatica che il secondo capitolo aveva a suo modo tentato di costruire. La maschera non serve solo a coprire il volto di Jason, ma sembra servire anche a coprire le enormi lacune di un film che non sa bene dove andare.

Una saga destinata a procedere per inerzia
Anche il più grande estimatore della saga, come il sottoscritto, non può ignorare un fatto oggettivo: il terzo film di Venerdì 13 sembra procedere per inerzia, per allungare un franchise che, dal punto di vista narrativo, si è già esaurita con il secondo film. Anzi, è proprio la saga stessa che, da questo capitolo in poi, non farà altro che avanzare per inerzia: non per sviluppare una vera e propria narrazione ma per portare avanti il mito di Jason. Un mito la cui creazione è in gran parte merito di questo terzo capitolo.

Una sceneggiatura alla deriva
Se si prova a sollevare il velo dell’iconicità, ci si accorge che Venerdì 13 Parte 3 è un film drammaticamente vuoto. La sceneggiatura è una sequenza meccanica di stereotipi che non riescono mai a diventare personaggi: il gruppo di giovani vittime è probabilmente il più anonimo e meno caratterizzato dell’intera serie.
Manca la tensione psicologica del primo film e manca la figura forte della “final girl” come Ginny Field. Chris, la protagonista di questo capitolo, porta con sé un trauma legato a un precedente incontro con Jason, ma l’idea viene gestita in modo confuso e sbrigativo, senza mai generare una vero processo catartico. Tutto procede per inerzia, seguendo lo schema dello slasher più stereotipato: arrivo, trasgressione, morte. Non c’è inventiva, non c’è atmosfera, solo un’attesa indifferente del prossimo omicidio.

L’inganno del 3D: quando la tecnica diventa zavorra
Il vero grande problema di questo capitolo, però, è l’espediente tecnico che ne ha condizionato la messa in scena: il 3D. Nato con l’intento di risollevare le sorti spettacolari del franchise, l’uso della stereoscopia dell’epoca finisce per affossare la regia.
Molte inquadrature appaiono forzate, ridicole e tecnicamente povere, pensate esclusivamente per “bucare lo schermo” con oggetti che puntano verso lo spettatore: dal titolo iniziale agli oggetti metallici utilizzati da Jason per perpetrare gli omicidi. Questa ossessione per l’effetto speciale (peraltro poco riuscito e oggi datato oltre ogni limite) rallenta il ritmo della narrazione e distrae dalla suspense. Invece di costruire la paura attraverso l’ombra e il non detto, il film si riduce a un baraccone da fiera che cerca di stupire con trucchi prospettici che, privi della profondità del cinema vero, risultano solo fastidiosi.

L’icona che salva il franchise
Perché, dunque, continuiamo a parlare di questo film? La risposta è semplice: perché Jason è diventato Jason. Venerdì 13 Parte 3, in Italia accompagnato dal sottotitolo Weekend di terrore, è l’esempio perfetto di come un’intuizione visiva possa sopravvivere a un film mediocre. La potenza grafica della maschera è stata così forte da oscurare la debolezza della trama, la povertà dello sviluppo e l’inutilità del 3D.
Il film non è memorabile per la sua qualità cinematografica – che è ai minimi storici per la saga fino a quel momento – ma per la sua capacità di aver creato un’icona del terrore. È un guscio vuoto, ma è un guscio che ha dato al cinema horror una delle sue facce più riconoscibili.

Conclusioni
In definitiva, il terzo capitolo è un’opera di puro marketing travestita da horror. Se il secondo film era stato un “ponte” nobile, questo è una passerella commerciale che si regge su un unico, formidabile elemento di design. È il film che ha salvato economicamente il franchise regalandogli un volto eterno, ma che artisticamente ha segnato il passo, dimostrando che, a volte, per entrare nella leggenda basta una maschera, anche se dietro non c’è rimasto quasi nulla.
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