Ci sono film che provano a raccontare la violenza. E poi ci sono film che provano a interrogarla.
Good Boy di Jan Komasa appartiene chiaramente alla seconda categoria. Non è semplicemente un thriller disturbante, né un torture movie travestito da cinema d’autore. È piuttosto un esperimento morale: un film che mette lo spettatore davanti a una domanda scomoda e non gli offre nessuna risposta rassicurante.
La trama
Al centro della storia c’è Tommy, diciannovenne inglese che vive immerso nel rumore della contemporaneità. La sua vita è fatta di notti in discoteca, droga, provocazioni e soprattutto contenuti social. La sua identità pubblica si costruisce attraverso video in cui ostenta eccessi e comportamenti distruttivi, alimentando un pubblico che consuma quella violenza come intrattenimento. Ma quell’esposizione continua, un giorno, attira anche lo sguardo sbagliato. O forse quello giusto?
Chris, attivista per la sicurezza stradale e fervente sostenitore dei valori familiari, decide di intervenire. Non denunciando Tommy, ma rapendolo. Lo rinchiude nel seminterrato della sua casa di campagna, dove vive con la moglie Kathryn, una donna emotivamente distrutta, e il figlio Jonathan. Da quel momento inizia un processo di “rieducazione” brutale: catene, scosse elettriche, punizioni, umiliazioni. Una pedagogia della violenza che ha un obiettivo dichiarato: trasformare Tommy in un “bravo ragazzo”.
E qui emerge il vero cuore del film.

Una Cura Ludovico per l’era dei social
Il riferimento ad Arancia Meccanica è inevitabile, ma sarebbe riduttivo limitarsi a leggerlo come un semplice omaggio. Komasa prende quell’idea, la rieducazione forzata del deviante, e la trasporta nel presente.
Se nel film di Kubrick la violenza era fisica, urbana, brutale, qui è anche mediatica. È la violenza dell’esposizione, della spettacolarizzazione, della provocazione continua che i social network premiano e amplificano. Tommy non è soltanto un ragazzo autodistruttivo. È anche un prodotto del suo tempo: un giovane che ha trasformato la propria vita in contenuto. Basti pensare a quanto oggi si parli di “maranza” e di quanto questi, spesso, siano molto popolari online.
Il paradosso che il film costruisce è inquietante. Per correggere quella deriva, Chris utilizza un metodo ancora più estremo, ancora più violento. La domanda diventa allora inevitabile: se la violenza serve a eliminare la violenza, cosa rimane alla fine?

La zona grigia morale
Uno degli aspetti più interessanti di Good Boy è il rifiuto di una prospettiva morale chiara.
Chris è un mostro o è un uomo convinto di fare la cosa giusta?
Tommy è una vittima o un ragazzo che sta semplicemente pagando il prezzo delle proprie azioni?
Good Boy non offre una posizione netta, e questa ambiguità è probabilmente la sua qualità più disturbante. Komasa costruisce un racconto che costringe lo spettatore a muoversi dentro una zona grigia, dove i concetti di cura, punizione e vendetta finiscono per sovrapporsi.
In alcuni momenti sembra quasi di assistere a una perversa forma di terapia. In altri, invece, il meccanismo rivela tutta la sua natura sadica.
Ed è proprio questa oscillazione continua a generare disagio.

Un ritratto familiare profondamente disturbante
Se Tommy rappresenta il caos della giovinezza contemporanea, la famiglia di Chris incarna una forma diversa di disfunzione.
La grande e isolata casa di campagna diventa una sorta di laboratorio morale, ma anche una prigione emotiva. Kathryn, interpretata da Andrea Riseborough, è una presenza fragile e inquieta, una donna che sembra osservare gli eventi come se non avesse più la forza di reagire. Il figlio Jonathan, invece, è lo spettatore silenzioso di questa pedagogia della violenza.
La famiglia diventa così il simbolo di una società che pretende di educare ma che, nel farlo, non riesce a distinguere tra protezione e controllo.
Ed è proprio questo uno dei temi più interessanti del film: la tentazione di risolvere il disordine attraverso l’autorità assoluta.
Un film che parla del nostro tempo
Al di là della sua struttura da thriller psicologico, Good Boy è soprattutto un film sul presente.
Sul bisogno ossessivo di attenzione, sul rapporto tra libertà e responsabilità.
E sulla tentazione, sempre più diffusa, di pensare che il problema della violenza possa essere risolto con altra violenza.
Il personaggio di Tommy incarna perfettamente questa deriva. Non è il classico antagonista amorale, ma piuttosto il risultato di una cultura dell’esibizione permanente in cui il limite sembra non esistere più.
La sua punizione, però, apre un interrogativo ancora più inquietante: cosa succede quando qualcuno decide di imporre quel limite con la forza?

Interpretazioni e tensione narrativa
Gran parte della forza del film risiede nelle interpretazioni.
Anson Boon costruisce un Tommy credibile proprio perché non cerca mai la simpatia dello spettatore. È arrogante, provocatorio, spesso irritante. Ma nel momento in cui perde ogni libertà, il personaggio si trasforma lentamente in qualcosa di diverso, rivelando una fragilità che prima rimaneva nascosta.
Stephen Graham, invece, già apprezzatissimo nella serie Adolescence, offre una performance che oscilla continuamente tra autorità paterna e violenza repressa. Il suo Chris non è un villain tradizionale: è un uomo convinto di stare facendo qualcosa di necessario. Ed è proprio questa convinzione a renderlo ancora più inquietante.
Un’esperienza scomoda
Good Boy non è un film facile da digerire.
Non lo è per la violenza, che resta spesso cruda e disturbante, ma soprattutto per il modo in cui manipola la nostra percezione morale. Lo spettatore si trova più volte a chiedersi se Tommy meriti davvero ciò che gli sta accadendo ed è proprio questa domanda a diventare il vero meccanismo perturbante del film.
Perché quando iniziamo a considerare accettabile la violenza come forma di rieducazione, significa che qualcosa dentro di noi ha già iniziato a cambiare.

Il bisogno di essere visti
C’è poi un momento del film che sposta completamente la prospettiva e introduce una riflessione ancora più disturbante. Quando Tommy riesce finalmente a riavvicinarsi alla sua vita di prima, ciò che trova non è libertà, ma vuoto. Una madre incapace di accorgersi davvero della sua presenza o della sua assenza. Un ambiente in cui l’indifferenza sembra la regola. Persino la relazione che aveva lasciato alle spalle appare ormai consumata nello stesso circolo autodistruttivo di eccessi, droga e fuga dalla realtà.
Ed è qui che Good Boy suggerisce una domanda molto più inquietante di quelle che poneva fino a quel momento: quanto siamo disposti a sopportare pur di essere visti da qualcuno?
Perché nella prigionia di Chris, per quanto brutale e distorta, Tommy sperimenta qualcosa che nella sua vita non aveva mai davvero avuto: attenzione. Qualcuno che lo osserva, che lo controlla, che pretende qualcosa da lui. Una forma malata di relazione, certo, ma pur sempre una relazione.
Il film non giustifica mai quella violenza, ma suggerisce con una lucidità spietata che, in un mondo dove l’indifferenza è la norma, perfino il dolore può assumere la forma paradossale di un legame.
Conclusione
Good Boy non cerca rassicurazioni né soluzioni morali facili. È un racconto crudele, ironico a tratti, profondamente ambiguo, che osserva la violenza e la libertà con uno sguardo spietato e lucido.
Komasa ci mostra due forme di solitudine: quella rumorosa e autodistruttiva di chi vive esposto allo sguardo degli altri, e quella silenziosa di chi non viene visto da nessuno. Ed è in questo contrasto che nasce il vero disturbante paradosso del film: perfino il dolore, in un mondo dove l’indifferenza è la norma, può assumere la forma di un legame.
Good Boy non schiera lo spettatore da una parte o dall’altra. Non c’è redenzione facile, né moralismo consolatorio. Rimane sospeso nel vuoto, lasciando solo una domanda scomoda, capace di risuonare molto dopo i titoli di coda:
quanto dolore siamo disposti ad accettare pur di sentirci finalmente visti?

































