Un urlo che squarcia lo schermo, il bianco e nero che ne fa da cornice perfetta. Ce la ricordiamo così l’entrata in scena della sposa di Frankenstein, interpretata da Elsa Lanchester, nel film di James Whale del 1935, The Bride of Frankenstein. Pochi istanti sullo schermo bastati per renderla un mito. E la ritroviamo ora protagonista in La Sposa!, il nuovo film scritto e diretto da Maggie Gyllenhaal, alla sua seconda regia dopo La figlia oscura (2021). Un omaggio, una rilettura del capolavoro di Mary Shelley sfacciata, senza filtri, incredibilmente esplosiva. Nel cast una magnifica Jessie Buckley (Hamnet, Beast), accanto a Christian Bale, Jake Gyllenhaal, Penelope Cruz, Annette Bening e Peter Sarsgaard.

La trama
Chicago, anni Trenta. Ida (Jessie Buckley) è una giovane donna che intrattiene i clienti di un nightclub appartenente al boss mafioso Lupino (Zlatko Buric). Una sera, Ida è coinvolta in un litigio che culmina con la sua morte. Un solitario Frank (Christian Bale) giunge in città per chiedere alla pionieristica scienziata Dr. Euphronious (Annette Bening) di creare per lui una compagna. I due riportano in vita proprio Ida, e così nasce La Sposa.
La riscoperta del Moderno Prometeo
Il film si inserisce in un filone creativo che sembra aver riscoperto il mito di Mary Shelley come bussola narrativa contemporanea. Nel giro di due anni abbiamo assistito ad altrettante trasposizioni del romanzo della Shelley, prima con Povere Creature! di Lanthimos, in cui Emma Stone ha prestato volto e voce all’iconica Bella Baxter, poi con Frankenstein di Guillermo del Toro, un’opera gotica in cui la creatura è più umana del suo creatore. Si arriva infine a La Sposa! di Maggie Gyllenhaal, che decide di dare ancora più spazio al personaggio della compagna di Frankenstein. Se nel romanzo originale la creatura femminile era poco più di uno snodo narrativo utile a muovere le fila del protagonista, qui Mary Shelley stessa diventa una voce interiore per la Sposa (o Penny, come la chiamerà Frank). L’autrice torna dall’aldilà per riprendersi la sua creatura, trasformando un’ombra letteraria in un personaggio vivo, autonomo e centrale. E questo è forse uno degli elementi più audaci e interessanti del film.

Un mix di generi: dal gangster movie all’horror
Definire la pellicola è un’impresa ardua, ed è qui che risiede il suo fascino irriverente. Il film oscilla costantemente tra il gangster movie e la commedia nera, strizzando l’occhio all’horror classico. La dinamica tra i protagonisti ricorda una sorta di versione resuscitata di Bonnie e Clyde: una coppia di fuorilegge che non deve più temere la morte perché l’ha già attraversata. Questo mix esplosivo rende il ritmo scoppiettante, trasformando il tema del diverso non in un dramma dell’esclusione, ma in un manifesto di ribellione punk. Buckley regala un’interpretazione memorabile nei panni della Shelley narratrice fantasma, Ida e la Sposa, accompagnandosi dignitosamente con Christian Bale, che porta sulla scena non un mostro ma una creatura in cerca di sé stessa.
Il citazionismo a Mel Brooks e il parallelismo con Joker
Il legame con il cinema del passato è evidente. Le citazioni a Frankenstein Junior sono diverse: da “Frankenstin” (la pronuncia che chiedeva Gene Wilder nel film di Mel Brooks) alla sequenza in cui la Sposa e Frank si lanciano in una coreografia sulle note di “Puttin’ on the Ritz“. Trovata simpatica e ben riuscita anche il personaggio di Ronnie Reed (Jake Gyllenhaal), star del cinema degli anni Venti e Trenta, anche se avrebbe meritato un po’ più spazio nella storia. Per quanto riguarda invece l’aspetto della ribellione contro la società, viene quasi naturale pensare al Joker di Todd Philips. Joaquin Phoenix nel 2019 portava sul grande schermo Arthur Fleck, icona di una lotta sociale contro l’élite. La Sposa qui dà vita a una mobilitazione per i diritti delle donne e, a differenza di una Harley Quinn più assoggettata a Joker, vuole libertà e indipendenza, come anche la vuole la detective Myrna Malloy (Penélope Cruz), costretta a definirsi la segretaria del collega Jake Wiles (Peter Sarsgaard).

Un film stravagante e con un’estetica d’impatto ma a tratti didascalico
Il cuore pulsante del film è l’emancipazione femminile, raccontata attraverso la rinascita fisica e psicologica di Penny. Tuttavia, la pellicola soffre di un eccesso di ambizione: da un certo punto in poi, la carne al fuoco diventa troppa. Gyllenhaal sembra non fidarsi totalmente della forza delle sue immagini, ricorrendo a dialoghi che spiegano o accentuano concetti che l’azione aveva già reso chiari (il reiterato grido femminista “Me Too” ne è un esempio). È un’opera che urla la propria libertà, ma che talvolta finisce per essere vittima della sua stessa esuberanza verbale.
La Sposa! è un’audace rappresentazione di una storia che funziona, nonostante qualche buco di trama, e che dà finalmente una voce piena alla controparte femminile di Frankenstein. Una rilettura del capolavoro di Mary Shelley sfacciata, senza filtri, incredibilmente esplosiva.

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