Immaginate un androide con un processore da 50 GHz in grado di coordinare una missione della NASA e giocare (e vincere) un milione di partite di scacchi simultaneamente. Immaginate poi che questo androide abbia l’aspetto di Megan Fox e che, nonostante queste capacità, decida di voler essere la moglie di Michele Morrone e di soddisfare ogni suo bisogno: ecco Subservience, il thriller sci-fi di S.K. Dale (Till Death), disponibile su Prime Video.

Trama

Nick (Morrone) è un padre lavoratore che, dal momento in cui la moglie Maggie (Madeline Zima) viene ricoverata in ospedale in attesa di un trapianto di cuore, non riesce a badare da solo alla casa e ai figli. Decide quindi di comprare una SIM, ovvero il robot-Megan-Fox dotato di intelligenza artificiale di cui sopra, a cui delegare la cura della sua famiglia. Alice, questo il nome della cyborg, a causa di un reset effettuato da Nick, inizia a sviluppare un attaccamento morboso nei confronti del protagonista. Non ci vorrà molto prima che l’equilibrio di questa famiglia perfetta venga minacciato dalla gelosia di Alice, desiderosa di sostituire Maggie.

subservience michele morrone

Le riflessioni sull’IA

Quest’anno il cinema sci-fi e action, non senza contaminazioni horror, ci ha regalato due film con al centro dei robot super tecnologici: Companion e M3GAN 2.0. Entrambi, seppure in maniera diversa, hanno portato l’attenzione sulla responsabilità umana nel discorso sulle intelligenze artificiali. In Companion, la discussione ruota attorno alla condizione di un altro subalterno (donna, ndr) e alla tendenza al controllo di questo altro da parte di chi si considera superiore. M3GAN 2.0, invece, sottolinea la superficialità di frasi fatte come “le macchine ci sostituiranno”, siccome sta sempre all’essere umano comprendere quale sia il modo giusto di rapportarsi ad esse. Subservience ci prova a gettare le basi per una riflessione del genere, ma il risultato lascia un po’ a desiderare. Da un lato, infatti, il film di S.K. Dale sembra volersi focalizzare sulla condizione femminile e sul ruolo di cura che la società attribuisce alla donna. Dall’altro, sembra voler imbastire un discorso sullo sfruttamento degli androidi come forza lavoro inesauribile. I due discorsi ci sono (seppur abbozzati) ma, mentre il secondo in parte gli riesce, il primo finisce per sfociare in una conclusione alquanto reazionaria.

I robot ci sostituiranno?

Nel mondo futuristico di Subservience, i SIM sono ovunque e chiunque, apparentemente, può permettersi di acquistarli e metterli al lavoro. I robot non sono solo babysitter e camerieri, ma anche muratori e medici: questo genera enorme frustrazione nelle persone che si vedono sostituite e reagiscono in maniera violenta. Nella società capitalista, avere a disposizione un androide che non si stanca mai (e che non deve essere tutelato e pagato) è un vantaggio senza pari. Il film pone l’accento sulla spregiudicatezza dei datori di lavoro che scelgono questa via – più economica e più redditizia – ma non dirige mai la rabbia di chi subisce i licenziamenti verso di loro. Lo stesso Nick non viene quasi mai posto sotto giudizio. L’unico momento in cui ciò avviene, è quando Alice gli fa notare che avrebbe potuto assumere una persona in carne ed ossa, invece che acquistare lei. Ma Nick, in fondo, non lo ha fatto apposta. Il protagonista appare sempre come una vittima degli eventi e di Alice, una femme fatale che vuole distruggere l’idillio del suo nido. Anche l’azione scatenante, ciò che ha triggerato la modalità assassina di Alice, viene presentata come un’ingenuità compiuta da un bravo marito e padre di famiglia.

subservience

Questione di prospettiva

Subservience si sfilaccia man mano che la narrazione prosegue. Se voleva essere una critica al sistema – economico, sociale e/o culturale – non ci riesce. E non riesce neppure a dare valore al suo cavallo di battaglia: Alice è quasi solo una bambola da mettere in mostra, senza un vero spessore. Anche quando diventa macchina da distruzione, non ha una reale ragione d’essere. La presenza di Megan Fox nei panni di un cyborg sexy faceva sperare in una riflessione sull’oggettificazione, ma così non è stato. La sceneggiatura di Will Honley e April Maguire ha optato per un racconto più conservatore, che portasse al centro la famiglia e la sua salvaguardia e che ristabilisse nel finale l’equilibrio precedentemente incrinato da una minaccia esterna. Volendo lasciare da parte il messaggio, Subservience non brilla neppure per regia. L’idea è che Dale volesse fare il suo thriller erotico, ma il risultato è un exploitation immotivato dei corpi dei suoi protagonisti. Nonostante l’eleganza e l’inquietudine dell’ambientazione, cui corrispondono quelle delle movenze di una precisa Megan Fox, Subservience non ha alcun guizzo registico o visivo. Se Fox è perfetta, anche Michele Morrone è la scelta azzeccata per il ruolo di un aspro e passionale uomo in jeans e scarponi che non si mette mai in discussione.

subservience megan fox


In definitiva, Subservience aveva tutte le carte in regola per essere un B-movie sulle implicazioni etiche e sociali dell’uso improprio dell’intelligenza artificiale. Ma, purtroppo, ha preferito virare verso una narrazione prevedibile e conservatrice.

Classificazione: 2 su 5.

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