Julia Ducournau scrive e dirige il suo terzo lungometraggio, la sua opera fino ad ora più intima e commovente. Alpha non è estraneo al body horror, ma la regista decide di allontanarsi dal “distacco” offerto dal genere: il potere catartico rimane, ma viene meno la sicurezza di star guardando qualcosa di fittizio, qualcosa che non può toccarci. E quindi Alpha tocca parecchio, come un ago nella pelle.
Trama
In un tempo non specificato – sembrano gli anni ‘90 di una realtà alternativa – Alpha (Mélissa Boros), una ragazzina di 13 anni, torna a casa da una festa con un tatuaggio sul braccio, eseguito con un ago di dubbia provenienza. La Madre (Golshifteh Farahani), un’altruista e inarrestabile dottoressa, teme che la ragazzina possa aver contratto un virus letale che trasforma le persone in marmo. Alla paura del contagio si unisce lo scompiglio portato in casa dalla comparsa di Amin (Tahar Rahim), il fratello tossicodipendente della madre.
La mutazione
Ancora una volta, Ducournau ci porta nella vita di una protagonista che sta attraversando una trasformazione o, come la definisce l’autrice stessa, una mutazione. Mentre in Raw avevamo una ragazza alla scoperta delle sue pulsioni cannibalesche e in Titane seguivamo la storia di una persona – donna non è preciso – che si muoveva al di fuori di qualsiasi norma e convenzione, in Alpha c’è una ragazzina sulla soglia dell’adolescenza, ancora ricettiva e malleabile come una bambina ma in viaggio verso la creazione di una propria identità. Sul suo braccio, una A sghemba tatuata contro la sua volontà, un marchio e veicolo d’infezione non solo in relazione alla malattia, ma anche al trauma. Alpha infatti non è “orrore” nel senso più classico e puro, ma utilizza il corpo per narrare il trauma, personale e collettivo, che se irrisolto si trasmette alle nuove generazioni proprio come una malattia.

Lo stigma della malattia
Alpha non ha un’ambientazione precisa: come accennato più sopra, sembra di essere negli anni ‘90, ma non sono quelli del nostro mondo. Piove sabbia rossa e le persone infettate da questa fittizia malattia muoiono quando diventano completamente di pietra. Ducournau sposta la narrazione su un piano differente per evitare di raccontare “un fatto storico”, ma il senso di sospetto e l’emarginazione cui viene sottoposta la protagonista derivano senza dubbio da ciò che è realmente accaduto durante l’epidemia di AIDS tra gli anni ‘80 e ‘90. Alpha sanguina continuamente, dal braccio tatuato ma non solo, e questo fa sì che venga allontanata, bullizzata, marchiata come infetta pericolosa. A questo trattamento si contrappone il comportamento della Madre (simbolicamente senza nome), personaggio estremamente razionale da un lato – è una dottoressa – ma profondamente amorevole ed emotivo dall’altro, al punto da farsi carico del dolore dei suoi cari e di perfetti sconosciuti. Il suo amore, che può sembrare soffocante, dona al film una profondità struggente, palpabile e materiale: non ci sono infatti solo sangue e buchi nella carne, ma anche abbracci e mani strette le une nelle altre.

Costruzione di un mondo onirico
Il mondo di Alpha risulta sospeso tra realtà e sogno, tra passato e presente. La chiave di lettura del film viene offerta dal poema di Edgar Allan Poe A dream within a dream, letto dal professore di inglese di Alpha. Semplificando, il poema presenta una voce narrante confusa e disorientata che riflette sul tempo e sulla permanenza delle cose. La struttura è divisa in due stanze, che terminano con due versi identici; mentre nella prima stanza, però, si tratta di un’affermazione, nella seconda – che corrisponde al finale del poema – diventa una domanda.
Take this kiss upon the brow!
And, in parting from you now,
Thus much let me avow —
You are not wrong, who deem
That my days have been a dream;
Yet if hope has flown away
In a night, or in a day,
In a vision, or in none,
Is it therefore the less gone?
All that we see or seem
Is but a dream within a dream.
I stand amid the roar
Of a surf-tormented shore,
And I hold within my hand
Grains of the golden sand —
How few! yet how they creep
Through my fingers to the deep,
While I weep — while I weep!
O God! Can I not grasp
Them with a tighter clasp?
O God! can I not save
One from the pitiless wave?
Is all that we see or seem
But a dream within a dream?
L’incertezza, invece di svanire, si intensifica. Il narratore è frustrato dai granelli di sabbia che gli scivolano via dalle dita, da qualcosa che, per quanto vorrebbe, non riesce a trattenere. La vita così appare come un sogno o un ricordo che non riusciamo ad afferrare. La sofferenza prende il sopravvento e la logica viene meno, ed è impossibile distinguere la realtà dall’illusione. Alpha si muove in questa confusione, corre in maniera forsennata verso una meta che possa finalmente offrire chiarezza e permettere alle due protagoniste, mamma e figlia, di slegarsi dal sogno.

I riferimenti
Oltre al poema, da Edgar Allan Poe viene ripreso anche il racconto La maschera della morte rossa. Si tratta di una breve comparsa, una figura con una maschera rossa in cui Alpha si imbatte nella scena girata nel locale notturno. Non è solo una citazione “visiva”: così come nel racconto, anche in Alpha assistiamo a un tentativo di negare la realtà e di respingere qualcosa di inevitabile. Non è possibile, in altre parole, fuggire dal mondo e chiudere fuori la morte. A questo si collega anche la sindrome di Gisant (il cui nome fa riferimento alle statue funerarie – statue come i malati del film), un concetto della psicogenealogia che descrive una persona incapace di elaborare un lutto che ha colpito la famiglia. La persona finisce così per far rivivere il defunto nella generazione successiva, “imprimendolo” su di essa; non a caso, la A sul braccio della protagonista è l’iniziale di Alpha ma anche di Amin. Nipote e zio si rispecchiano l’una nell’altro continuamente, al punto da compiere gli stessi gesti, gli stessi movimenti.

Una regista riconoscibile
Ducournau ci restituisce un mondo freddo, dai colori desaturati, per dimostrare come il trauma collettivo di un’epidemia abbia diviso le persone, invece di unirle. I flashback, infatti, benché formino quasi un continuum con il presente – al punto che le due linee si fondono – sono caratterizzati da colori più caldi e accesi e da una patina di nostalgia. La regista, inoltre, fa sprofondare la sua protagonista in ogni inquadratura, quando è sospinta da un vento troppo violento o circondata da persone troppo grandi. Insiste sui dettagli, sui volti, inserendoli in una narrazione frantumata, con un montaggio spesso ellittico e una colonna sonora travolgente e al contempo straniante, volutamente “eccessiva”. Degne di nota anche le interpretazioni, su tutte quella di Tahar Rahim che appare completamente trasfigurato.
Alpha è un viaggio emotivamente strabordante che mescola l’orrore al dramma, mettendoci davanti alla nostra finitudine. La sabbia di cui parlava Edgar Allan Poe, è vero, non possiamo trattenerla tra le dita. Ma la vita non è fatta di immobilità o persistenza: ha senso solo se muta.
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