C’è stato un tempo in cui registi sconosciuti e squattrinati, dotati però di idee chiare e in alcuni casi rivoluzionarie, giravano opere a budget zero che si sarebbero rivelate fondamentali per la storia del genere horror. Sam Raimi, ad esempio, ha realizzato La casa con due spicci – un film che può tranquillamente insegnare come si costruisce un’inquadratura. Tra questi autori va inserito anche Frank Henenlotter, che non ha raggiunto la popolarità di un Raimi o di un Peter Jackson – entrambi arrivati poi a grandi franchise – ma che con mezzi ridottissimi ha imposto un immaginario orrorifico ancora oggi citato e ripreso. Come dimenticarsi di Basket Case, realizzato con un budget di 35.000 dollari, e Brain Damage, entrambi diventati cult a pieno titolo. Esiste poi un film che ha anticipato molte istanze femministe e ha lanciato un chiaro messaggio senza bisogno di urlarlo (sto parlando proprio di te, La Sposa!), un film che periodicamente torna a far parlare di sé – è diventato virale, ad esempio, in occasione dell’uscita di Povere Creature! Sto parlando di Frankenhooker, una commedia horror del 1990 che rivisita in chiave grottesca ed eccessiva il mito di Frankenstein, e più in particolare della sua Sposa.

frankenhooker
A sinistra, Emma Stone in Povere Creature! (2023, Yorgos Lanthimos); a destra, Patty Mullen in Frankenhooker (1990, Frank Henenlotter).

Trama

Jeffrey Franken (James Lorinz) è un giovane mad scientist, rifiutato più volte dalla scuola di medicina, che si diletta in esperimenti strambi con pezzi di corpi umani. La sua fidanzata, Elizabeth Shelley (Patty Mullen), gli fa spesso da cavia per “operazioni” che dovrebbero farle perdere peso, in nome di un amore e una fiducia incondizionate che nutre per l’uomo. Un giorno, però, la giovane perde tragicamente la vita proprio mentre sta orgogliosamente facendo sfoggio di un’invenzione dell’amato. Lo scienziato, così, preso dallo sconforto e sul punto di perdere il senno, cerca un modo per riportare in vita la fidanzata a partire dai pezzi che è riuscito a portarsi a casa dal luogo della tragedia. Per sopperire ai pezzi mancanti, il protagonista si rivolge a un gruppo di prostitute; il suo intento è trovare le parti migliori per ricostruire Elizabeth.

Di Frankenstein e Spose

Frankenhooker si apre con Franken (non c’è bisogno di specificare a cosa faccia riferimento il suo cognome) chiuso in casa che gioca con un occhio umano conficcato in un cervello, mentre in giardino la sua fidanzata e la sua famiglia stanno celebrano il compleanno del padre di lei. Nel tentativo di far comportare e muovere secondo la sua volontà il giocattolino realizzato, Franken lo trafigge, quasi a lobotomizzarlo. Già da questo incipit comprendiamo non solo quanto il mad scientist sia isolato dalla realtà e dagli affetti, ma anche la sua tendenza a piegare la realtà – e la vita – alla sua visione. Di personaggi maschili che bramano qualcosa per sé ne è pieno il cinema dell’orrore, ancora di più se quel qualcosa è rappresentato da una donna. James Whale, nel seminale La moglie di Frankenstein nel 1935, aveva già dimostrato la tragedia cui conduce il tentativo di imporre un ruolo ad un’altra persona che dovrebbe poter decidere per sé stessa. Con l’avvento del body horror, poi, la riflessione ha iniziato a includere ancora più esplicitamente il corpo: è il caso, ad esempio, di Bride of Re-Animator (in italiano Re-Animator 2, 1990) di Brian Yuzna, in cui il corpo femminile viene assemblato nella forma desiderata. Frankenhooker fa lo stesso, ma in maniera – se possibile, rispetto a Yuzna – ancora più irriverente e grottesca.

“Wanna date?”

Franken, per riportare indietro la fidanzata, la ricompone con “pezzi nuovi” che seleziona accuratamente dai corpi di alcune prostitute. Henenlotter porta dunque la riflessione sulla mercificazione dei corpi all’estremo, ma non con uno sguardo giudicante sul mestiere delle sex workers; a essere messo sotto la lente d’ingrandimento è il comportamento di Franken che misura le circonferenze di seni e cosce per trovare quelli perfetti per la sua nuova fidanzata. La nuova Elizabeth (dal nome della moglie del dottor Frankenstein in La moglie di Whale) Shelley (ovviamente, dall’autrice del romanzo da cui tutto è partito) non ha praticamente più nulla della ragazza che abbiamo conosciuto all’inizio del film, fatta eccezione per brevissimi momenti in cui riemerge il suo amore per i pretzel. Elizabeth è ora un’accozzaglia di tratti di donne diverse di cui adotta movenze e parole (“Wanna date? Looking for some action?”) che ripete senza comprendere. Il suo comportamento, insomma, sfugge al controllo di Franken, alla sua logica, alle predizioni fatte. La Sposa se ne va così in giro per una New York sporca e fatiscente a fare quello che la sua memoria muscolare ha conservato, facendo però esplodere gli uomini che la approcciano e con cui ha dei rapporti sessuali.

Il trionfo dei mostri

Il finale è quanto di più ironico possa esistere: Elizabeth, ripresa coscienza di se stessa, è entusiasta del risultato scientifico raggiunto da Franken (risultato che lui stesso definisce “inutile” perché limitato solo ai corpi femminili – insomma, a chi importa di una scoperta scientifica utile solo al sesso femminile?). L’entusiasmo dura però pochissimo, giusto il tempo che Elizabeth abbassi lo sguardo e si renda conto che quello che indossa non è il suo corpo, ma la versione idealizzata e costruita dal mad scientist. In un rovesciamento totale di ruoli, alla fine è Elizabeth a indossare camice e stetoscopio e a restituire a Franken un assaggio della sua stessa medicina. E non c’è bisogno di arrivare a vedere Franken ridicolizzato, con tanto di protesi mammarie, per renderci conto di essere dalla parte del mostro: quell’esperienza marginalizzata è la stessa di chi trova rifugio in questo tipo di film, in barba a chi dice che l’horror non è politico e/o sociale. Henenlotter, quasi 40 anni fa, lanciava un messaggio chiaro con protesi in lattice, teste palesemente finte e gente che esplodeva, senza il bisogno di urlarlo o ripulirlo. Frankenhooker è un piccolo gioiello da tenersi stretto, anche perché fa parte di un cinema che non esiste più.

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Classificazione: 4 su 5.

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