Nel 1987 la regista Jackie Kong omaggiava un classico dello splatter dando vita ad un film strampalato e scorretto che sfidava le regole della narrazione di genere. Nasceva così una horror comedy diventata cult, i cui demeriti finirono per diventare qualità.

TRAMA

Due fratelli, gestori di una tavola calda, riesumano il cervello del loro zio defunto per aiutarlo in un folle piano interrotto vent’anni prima: resuscitare la dea Sheetar mediante un rituale di sangue e darle un nuovo corpo composto da parti di donne particolarmente disinibite…

LASCIATE OGNI LOGICA O VOI CHE GUARDATE

Già le poche righe di trama aiutano a capire la follia alla base del progetto Blood Diner. Omaggio dichiarato al capostipite Blood Feast di Herschell Gordon Lewis, la pellicola girata da Jackie Kong (una donna regista horror, non così scontato negli anni ’80) però mette da subito in chiaro che i livelli di delirio non avranno confini, in una narrazione galoppante che non si preoccuperà di scadere più volte nel ridicolo.

Mutilazioni senza sangue, occhi che volano come palline da ping-pong, cadaveri che sfidano la gravità venendo lanciati come fantocci, omicidi che ricordano più le zuffe dei Looney Toons che un film horror, nulla in Il ristorante all’angolo si pone il problema di apparire coerente e verosimile, a partire dagli attori (molti dei quali improvvisati) che regalano performance tutt’altro che indimenticabili.

LO SPIRITO SPLATTER

Eppure nel film della Kong troviamo tutta la sana goliardia che proprio nel corso degli anni ’80 aveva contribuito a creare il sottogenere dello splatter per come lo intendiamo oggi. Pellicole nelle quali l’elemento gore prende il sopravvento e sostituisce in importanza tutto il resto, della trama alla effettiva logicità di ciò che avviene sullo schermo.

Il ristorante all’angolo prende ciò che di buono era già stato fatto in Il ritorno dei morti viventi e in alcuni prodotti Troma diventati di culto e lo mescola aumentando a dismisura la scarsa attenzione al dettaglio, rendendo la pochezza dei mezzi a disposizione della produzione un valore stesso del prodotto finale.

Personaggi bidimensionali ai limiti dell’idiozia si alternano sulla scena, dai due fratelli psicopatici indottrinati da un zio follemente sopra le righe, alla sgangherata compagine poliziesca nella quale si salva solo la detective donna, unica a dimostrare acume e senso della realtà.

IL (BASSO) COSTO DELLA LIBERTA’

Il ristorante all’angolo rappresenta forse il culmine di un genere splatter comedy che, passando per il Re-Animator di Stuart Gordon, culminerà a fine decennio in quel capolavoro di Society di Brian Yuzna, pellicola di tutt’altra caratura e con una critica sociale per nulla banale. Tornando al film della Kong, rivisto oggi può apparire come uno degli splatter anni ’80 più anarchici e fuori dagli schemi di sempre, poiché non cerca punti di vista morali o messaggi di critica verso la società, ma il divertimento scorretto fine a se stesso.

Il ristorante all’angolo è il biglietto gratuito per una giostra sgangherata, un tunnel dell’orrore di periferia dove i manichini sono posticci ma ci regalano comunque brividi di gioia, nel loro onesto e infantile tentativo di stupirci ad ogni costo.

Intrattenimento decerebrato nell’accezione più positiva e liberatoria del termine, che piega forma e sostanza al servizio della volontà di divertire con un cattivo gusto dal sapore quasi fumettistico.

Classificazione: 2.5 su 5.