Il 21 settembre è entrato a far parte del catalogo di Prime Video “Signal One: Primo Contatto”, film del 2026 scritto e diretto da Jonathan Sobol. Il cast vanta nomi di rilievo come Dennis Quaid, Isabelle Fuhrman, Josh Hutcherson e David Thewlis.

La pellicola si inserisce nel prolifico filone fantascientifico che indaga l’esistenza di civiltà extraterrestri.

 Ci troviamo di fronte a un prodotto dimenticabile o dotato di una propria personalità? Cerchiamo di capire.

TRAMA

I brillanti scienziati informatici Annika Kask e Sam Houston vengono assunti per coadiuvare l’astrofisico Perry Glassner su una piccola isola dei Caraibi. Qui, Glassner ha stabilito una propria base di ricerca e ultimato il progetto “LITTLEMOUTH”, un dispositivo in grado di captare le frequenze di origine extraterrestre e inviare segnali di ritorno. Ma è veramente sicuro rompere il “silenzio” che ha celato la presenza della civiltà umana dall’alba dei tempi?

A BASSA VOCE, MA DI FRETTA

“Signal One” non è una pellicola che si propone di affrontare la propria materia in maniera rumorosa. Non troverete inseguimenti, esplosioni o navi spaziali dal design complesso.Siamo di fronte a un’opera che si propone di riflettere e ipotizzare più che di mostrare. Tale aspetto “intimo” si rivela anche uno dei più grandi punti di forza del film di Stobol.

La tematica principale di “Signal One” è la comunicazione. Innanzitutto, si affronta la possibilità di uno scambio reciproco di informazioni con civiltà extraterrestri. Tuttavia, prestando maggiore attenzione diventa possibile notare come la possibilità di una comunicazione sia anche uno dei perni principali attorno a cui ruota il rapporto tra i personaggi terrestri. La caratterizzazione di ogni membro del cast principale è volutamente netta e delineata fin dal principio. Abbiamo l’intraprendente Charlie (Hutcherson), l’accorta Annika (Fuhrman), il tormentato dottor Glassner (Thewlis) e l’ambizioso Houston (Quaid). In particolare, il rapporto fra Annika e Charlie risulta scandito da costanti “scricchiolii” dovuti alle proprie differenze di vedute, in cerca di un assestamento che possa portare a un terreno comune. In tal senso, la scrittura dei dialoghi riesce a mantenere un ottimo equilibrio fra semplicità e incisività, non risultando mai noiosa.

Anche le interpretazioni sono ottime. Un plauso va in particolare a Isabelle Fuhrman, sostanziale protagonista assoluta della pellicola. Chi la ricorda soprattutto come Esther in “Orphan”, troverà in Annika un personaggio senza dubbio diverso, ma arricchito parimenti dalle doti attoriali della propria interprete. Anche David Thewlis merita la dovuta attenzione. Fra tutti, il personaggio del dottor Glassner è quello che può più presentarsi, a un primo impatto, come “macchiettistico”. Nelle prime scene che lo vedono coinvolto, Glassner sembra seguire il topos dello scienziato eccentrico ma geniale. Nel corso della vicenda, tuttavia, ne vengono rivelate le fragilità e traumi. In virtù del minutaggio limitato, questo disvelamento doveva essere più mostrato che spiegato. Ed è qui che l’interpretazione di Thewlis si rivela fondamentale nel farci arrivare le sfumature più tormentate e malinconiche del personaggio.

Come accennato, la durata della pellicola è piuttosto contenuta. A visione ultimata, purtroppo, tale fattore va ad intaccare alquanto il grado di apprezzamento dell’intero prodotto. Sono difatti numerosi i passaggi e le tematiche che avrebbero necessitato di un maggiore respiro. La storia personale di Annika e l’ultimo atto della vicenda risultano gli elementi più penalizzati da questo approccio veloce e ristretto.

Dal punto di vista visivo, “Signal One” risulta piacevole senza eccellere. Non troviamo scelte visive memorabili o atipiche, seguendo i binari di una gradevole ordinarietà. 

LA FORESTA OSCURA

Uno degli aspetti più interessanti di “Signal One” risiede nell’andare a trattare la cosiddetta “Teoria della Foresta Oscura”, una delle ipotesi più inquietanti riguardo la possibilità di vita extraterrestre. Secondo tale visione, il cosmo risulterebbe colmo di civiltà in grado di comunicare, le quali sceglierebbero tuttavia di mantenere il silenzio. Tale “foresta oscura” permetterebbe ai singoli pianeti abitati di salvaguardarsi dalla possibilità che i segnali possano essere intercettati da civiltà più avanzate e bellicose. Un’ulteriore declinazione di questa ipotesi teorizza che la Foresta Oscura non sia tanto una condizione preventiva quanto una conseguenza di quanto successo in passato, rendendo più concreta la presenza di “predatori” pronti a cogliere ogni eventuale rumore.

Sebbene nella pellicola apprendiamo della presenza di diversi messaggi in codice provenienti dal cosmo, il terzo atto finisce per avvicinarsi in maniera più evidente ai postulati dell’ipotesi trattata. L’invio ingenuo, per tentativi, di messaggi spaziali da parte della Terra viene pertanto visto come rottura di un silenzio, aprendo la possibilità di minacce future e indefinite. Ed è molto azzeccato come, nella pellicola, non otteniamo tutte le risposte che ci si aspetterebbe. “Signal One” non vuole essere un film tanto sul primo contatto con gli alieni, quanto sul primo tassello del collasso che tale contatto potrebbe comportare. Le note di vaghezza e ambiguità con cui le vicende si articolano (e si chiudono) permettono alla pellicola di avere una nota di autentico orrore cosmico. Ogni minaccia viene lasciata all’immaginazione e, per questo, risulta ancora più sinistra.

In definitiva, “Signal One” è un film che merita attenzione. Sebbene risenta di una durata troppo limitata, la pellicola riesce comunque a imbastire un intreccio avvincente e piuttosto fresco, avvalendosi inoltre di ottime interpretazioni.

Potete recuperare “Signal One” su Prime Video.

Classificazione: 3 su 5.