Il 1999 è stato un anno di transizione e di estrema fertilità per il cinema americano, specialmente per quel filone rivolto a un pubblico giovane che cercava di smarcarsi dalle commedie romantiche zuccherose del decennio precedente. In un panorama affollato di balli scolastici, primi amori impacciati e riti di passaggio raccontati con rassicurante candore, Cruel Intentions atterra come un meteorite di cinismo puro.

L’ispirazione del regista

L’intuizione del regista e sceneggiatore Roger Kumble è tanto folle quanto geniale: prendere Le relazioni pericolose di Pierre Choderlos de Laclos — un romanzo epistolare del 1782 che dissezionava la corruzione morale dell’aristocrazia francese pre-rivoluzionaria — e trapiantarne l’anima nera nei lussuosi attici dell’Upper East Side di Manhattan. Il risultato è un’opera che trascende il concetto di “teen drama” per diventare un trattato spietato sulla noia, sul potere e sulla manipolazione, travestito da intrattenimento pop.

La prigione dorata e l’estetica del potere

Fin dalle prime inquadrature, il film stabilisce un linguaggio visivo preciso. Il mondo in cui si muovono i protagonisti è fatto di lenzuola di seta, piscine coperte, automobili d’epoca e appartamenti che somigliano a musei disabitati. Questa opulenza non è un semplice sfoggio estetico, ma la gabbia dorata che genera la sociopatia dei due fratellastri.
Avendo tutto ciò che il denaro può comprare a un’età in cui la maggior parte dei loro coetanei deve ancora capire chi è, Sebastian Valmont e Kathryn Merteuil soffrono di un’apatia cronica. Per loro, le emozioni reali sono state sostituite dall’adrenalina del controllo. L’estetica del film, caratterizzata da colori saturi, luci fredde e costumi dal taglio chirurgico, riflette perfettamente questa aridità emotiva. I protagonisti non si vestono, si corazzano; ogni tailleur firmato, ogni occhiale da sole è uno scudo contro l’umanità che li circonda.

I fratellastri

Il cuore pulsante e avvelenato della narrazione risiede nella dinamica tra i due fratellastri, incarnati da due attori in assoluto stato di grazia che sovvertono le loro stesse immagini pubbliche.
Kathryn Merteuil, interpretata da una magistrale Sarah Michelle Gellar, è una delle figure femminili più affascinanti e complesse del cinema di fine millennio. Mentre il mondo la idolatrava come l’eroina positiva di Buffy l’ammazzavampiri, qui la Gellar costruisce un mostro di calcolata freddezza. Kathryn è profondamente consapevole del doppio standard imposto dalla società borghese: agli uomini come Sebastian è concesso essere dei seduttori impenitenti, mentre lei deve mantenere l’illusione della purezza. La sua reazione a questa ipocrisia è geniale e diabolica. Nasconde la cocaina nel crocifisso d’argento che porta al collo e usa il suo ruolo di “brava ragazza” come arma di distruzione di massa. La sua cattiveria non è mai casuale; è una vendetta sistematica contro una società che vorrebbe domarla.


Dall’altra parte, Ryan Phillippe infonde a Sebastian Valmont una malinconia sotterranea che lo rende tragico prima ancora che inevitabilmente condannato. Sebastian è il ritratto del nichilismo giovanile: annota le sue conquiste in un diario rilegato in pelle (il perfetto equivalente moderno delle lettere del romanzo originale) non per passione, ma per archiviare il suo potere, riesce a bilanciare l’arroganza estrema di un dandy annoiato con squarci improvvisi di vulnerabilità. Quando incontra un sentimento reale, non sa letteralmente come decodificarlo, ed è qui che il suo castello di carte inizia a crollare.

I personaggi “secondari”

Se i predatori sono affascinanti, le loro prede servono a delineare i contorni della loro crudeltà. Il personaggio di Annette Hargrove (Reese Witherspoon) rappresenta l’anomalia nel sistema operativo dell’Upper East Side. Annette è idealista, ferma nei suoi principi e, soprattutto, autentica. Inizialmente può sembrare il personaggio meno sfaccettato — la sua incrollabile bussola morale la rende quasi bidimensionale rispetto alle contorsioni psicologiche dei fratellastri — ma è proprio la sua immutabilità a renderla la rovina di Sebastian. È l’unica persona a non giocare secondo le regole di Kathryn, scardinando il meccanismo dall’interno.


Ben diverso è il destino di Cecile Caldwell (Selma Blair), che incarna l’innocenza nella sua forma più malleabile e grottesca. Cecile è la vera vittima sacrificale della storia. Le sequenze in cui viene “educata” dai due fratellastri — culminanti nel celeberrimo bacio al parco, un momento di altissima tensione erotica e manipolatoria — sono un capolavoro di commedia nera. Attraverso Cecile, il film mostra quanto sia facile corrompere chi è stato cresciuto nella totale ignoranza del mondo reale, protetto solo dai soldi e dall’ingenuità dei genitori.

La musica come colonna portante

A cementare lo status di Cruel Intentions nell’immaginario collettivo interviene un uso del sonoro e della musica che rasenta la perfezione. La colonna sonora non è un semplice accompagnamento, ma il coro greco della tragedia.
L’incipit del film, con Sebastian che guida per le strade di New York sulle note aggressive e sporche di Every You Every Me dei Placebo, stabilisce immediatamente il tono: stiamo entrando in un mondo di dipendenze, seduzione e distruzione.
Ogni brano è scelto con una precisione chirurgica. Basti pensare alla celebre sequenza della scala mobile, dove la freddezza calcolata di Sebastian si incrina per la prima volta lasciando spazio all’amore puro, cullata dalle note eteree di Colorblind dei Counting Crows.
La chiusura dell’opera è, tuttavia, il vero colpo da maestro. Il climax finale si dipana in un crescendo inarrestabile orchestrato su Bitter Sweet Symphony dei The Verve. La macchina da presa osserva il crollo definitivo dell’impero di menzogne di Kathryn, smascherata non da un confronto fisico, ma dalla diffusione del diario di Sebastian. È una catarsi perfetta, in cui la vendetta si consuma in modo silenzioso e devastante tra i corridoi del college, mentre gli sguardi di giudizio distruggono la reputazione della “stronza” per eccellenza.

Cruel Intentions non cerca mai di giustificare i suoi protagonisti o di offrire morali rassicuranti. Sceglie invece di guardare in faccia l’oscurità del privilegio, trasformando una scommessa meschina in una tragedia moderna sull’incapacità di amare. E nel farlo, ci regala un affresco indelebile di una gioventù perduta, elegante, e meravigliosamente tossica.