Si esce dalla sala e la prima cosa che viene in mente non è “bel film” o “brutto film”. È una domanda scomoda, e il fatto che sia scomoda è già il segno che Bad Apples ha fatto il suo lavoro. Non chiudere un bambino in cantina, no, questo non lo farebbe nessuno. Ma quel momento dopo – quello in cui Maria si accorge che senza Danny la classe respira, che i bambini ridono, che le lezioni finalmente arrivano da qualche parte – e invece di correre a rimediare si ferma un istante. Quell’istante lo riconosce chiunque abbia mai desiderato, anche solo per un secondo, che qualcuno sparisse per rendere la vita più semplice. Ed è un riconoscimento che non fa piacere.

Bad Apples è questo, prima di essere qualunque altra cosa: un film costruito attorno a un’esitazione. Jonatan Etzler, regista svedese al suo primo lavoro in lingua inglese, e la sceneggiatrice Jess O’Kane hanno preso un romanzo del connazionale Rasmus Lindgren – si intitola De Oönskade, “gli indesiderati”, e viene da rimpiangere che quel titolo non sia sopravvissuto – e ne hanno tirato fuori una storia che comincia come un dramma sull’insegnante allo stremo e finisce da tutt’altra parte. Maria Spencer insegna alle elementari, nel Somerset. Ha in classe Danny, dieci anni, il bambino che tutti hanno avuto in classe o che sono stati: quello che rompe tutto, che non si lascia contenere e che, quando rompe tutto, fa finire nei guai la maestra e non se stesso. Una gita in uno stabilimento dove si lavorano le mele va a rotoli per colpa sua, e a prendersi la ramanzina è Maria. Poi qualcosa va troppo oltre, Danny finisce chiuso nella cantina di casa sua, la polizia sospetta il padre, e la classe – questa è la crudeltà del film – diventa un posto sereno.

Una maestra che non chiede scusa

Di Saoirse Ronan bisogna parlare con calma, perché senza di lei questo film semplicemente non esisterebbe. Etzler ha raccontato che l’attrice cercava un personaggio antipatico, e c’è qualcosa di commovente in un’interprete che per quindici anni è stata la ragazza per cui il pubblico faceva il tifo – Lady Bird, Jo March, la Eilis di Brooklyn – e che a un certo punto decide di usare tutto quell’affetto accumulato contro chi la guarda. Perché è esattamente ciò che accade: lo spettatore vuole che Maria se la cavi. Lo vuole mentre lei fa cose indifendibili. E Ronan non aiuta mai, non cerca il perdono con lo sguardo, non concede una sola scena in cui il personaggio spiega perché andrebbe capito. Lascia il pubblico da solo con la propria complicità.

La sua Maria non è cattiva. È finita. È una donna che ha smesso di aspettarsi che qualcuno la protegga – la dirigente, i colleghi, il sistema – e che, nel vuoto lasciato da quella protezione, si è costruita una regola tutta sua. Ronan la interpreta per sottrazione: la compostezza che si incrina di un millimetro alla volta, la stanchezza non come umore passeggero ma come clima permanente. Non ci sono scene madri. Ci sono cento piccoli scarti, ed è di quelli che ci si ricorda a distanza di giorni

E poi c’è Danny. Il giovane Eddie Waller ha il compito più ingrato del film: farsi detestare a dieci anni per poi farsi compatire, e riesce nella prima parte con uno sguardo solo, di quelli che fanno pensare “ah, ecco, capisco”. Che è già una condanna, a guardarla bene: il film porta chi lo guarda a fare con Danny esattamente ciò che fanno gli adulti attorno a lui. Lo etichetta prima di conoscerlo. Etzler ha detto che Maria, Danny e Pauline – l’altra bambina ai margini della classe, interpretata da Nia Brown – sono tre persone che non trovano posto, e che il film in fondo parla di questo: cosa si fa con chi non entra. Sembra la chiave più onesta per guardarlo.

Il proverbio preso alla lettera

La gita allo stabilimento è la scena in cui il film scopre le carte, forse troppo presto. Le mele scorrono sul nastro, le buone da una parte, le ammaccate dall’altra, e non serve molto per capire dove Etzler voglia andare a parare. La metafora è insistita – lo hanno scritto in molti, e a ragione – e un regista più sicuro l’avrebbe lasciata lavorare da sola. Ma vale la pena difenderla un momento, perché dietro l’ovvietà dell’immagine c’è una domanda che il film ha il coraggio di porre e che pochi film pongono.
Il proverbio dice che una mela marcia rovina tutto il cesto. Su questo proverbio si regge ogni logica dell’esclusione mai praticata: l’espulsione, la classe speciale, il “non è adatto a questo ambiente”, il collega di cui si spera il trasferimento. Bad Apples prende il proverbio sul serio e domanda: e se avesse ragione? E se togliere Danny rendesse davvero gli altri ventinove più felici, più bravi, più sereni? Quanto vale la pace di molti contro la libertà di uno?

È una domanda antica, e ha una parente letteraria precisa: Quelli che si allontanano da Omelas, il racconto di Ursula K. Le Guin in cui una città perfettamente felice deve la propria felicità a un bambino tenuto chiuso al buio, e tutti lo sanno. Le Guin non dava risposte; mostrava solo che alcuni, saputo del bambino, se ne andavano. Etzler è meno consolatorio. Nel suo Somerset nessuno se ne va, perché la cantina non è ai margini della città: è in casa, e la chiave l’ha girata qualcuno che si conosce bene. Che il regista abbia pensato a Le Guin o no – questa è una lettura proposta, non una dichiarazione sua – è il livello a cui il film diventa davvero interessante. E c’è una seconda domanda, più silenziosa, che riguarda quella parola del titolo originale: indesiderati. Danny è marcio, o è stato selezionato come tale? Il film suggerisce, senza mai dirlo apertamente, che una scuola con le classi troppo piene, gli insegnanti allo stremo e la fretta di etichettare non trova le mele marce: le produce, e poi le scarta per proteggere il resto del raccolto. La cantina di Maria non è un’anomalia del sistema. È il sistema portato a casa.

Quasi divertente, quasi disturbante

Sarebbe disonesto fingere che Bad Apples sia il film che avrebbe potuto essere. Le sue crepe sono vere e si vedono. La prima è la plausibilità: la trama chiede di sorvolare su parecchie cose, e Etzler non costruisce un mondo abbastanza stilizzato da rendere l’implausibile irrilevante. Il Somerset del film è troppo vero per ciò che vi accade, e l’attrito tra realismo e assurdo non sempre produce scintille – a volte produce solo attrito.

La seconda è il messaggio. Il film vuole dire qualcosa sull’educazione, sull’inclusione e sull’esclusione, ma nel farlo finisce per tirare da due parti: mostra che allontanare Danny funziona e insieme pretende che se ne provi orrore, e non trova il punto in cui le due cose si tengono. Si può sostenere che l’ambiguità sia voluta, e in parte lo è. Ma c’è una differenza tra l’ambiguità di chi ha pensato a lungo e quella di chi non ha deciso, e Bad Apples oscilla tra le due senza mai posarsi.

La terza è il tono. La commedia nera è il genere più difficile che esista, perché deve essere davvero comica e davvero nera, e ogni cedimento da una parte indebolisce l’altra. Qui il film è spesso quasi divertente e quasi disturbante, e quel “quasi” è la sua ferita. Chi arriva aspettandosi una farsa feroce troverà troppa gravità; chi arriva aspettandosi un thriller morale troverà troppa ironia. Non è un caso che la critica si sia divisa fin dalla prima di Toronto: c’è chi ha visto una satira calibrata e chi un film né abbastanza scioccante né abbastanza divertente. Hanno ragione entrambi, ed è un problema.

Quel secondo che brucia ancora

Bad Apples è un film imperfetto costruito attorno a un’idea perfetta e a un’attrice che le rende giustizia. Non è la satira feroce che il trailer promette né il dramma sociale che la prima mezz’ora lascia intuire, ma qualcosa di più scomodo e meno risolto: una parabola sul prezzo della pace, sulla stanchezza che rende accettabile l’inaccettabile, e su quanto poco basti – un incidente, una porta chiusa, una classe finalmente silenziosa – per scoprire di essere capaci di cose che non si sarebbero mai immaginate.

Nessuno chiuderebbe un bambino in cantina. Ma chiunque abbia insegnato, o cresciuto un figlio, o semplicemente condiviso un ufficio per troppi anni, ha desiderato almeno una volta che qualcuno sparisse per rendere la vita più leggera. Maria Spencer è solo quella che ha avuto l’occasione. Il film chiede cosa si sarebbe fatto al suo posto, e non lascia rispondere troppo in fretta. Forse è per questo che, uscendo dalla sala, la domanda non è se il film sia riuscito. È un’altra, e brucia di più.

Classificazione: 2 su 5.