“Lizzie Borden prese un’ascia…”, una filastrocca popolare che racconta uno dei casi di cronaca nera più discussi della storia americana. Dopo le storie di Jeffrey Dahmer, i fratelli Menendez e Ed Gein, Ryan Murphy dedica il quarto capitolo della serie antologica Netflix alla donna accusata, nel 1892, di aver ucciso i genitori a colpi d’ascia. La giovane fu assolta alla fine del processo perché “non sarebbe stata in grado di compiere un gesto simile in quanto donna”. Nel ruolo di Lizzie c’è la giovane Ella Beatty, figlia d’arte di Warren Beatty e Annette Bening, e conosciuta già per il film A24 If I had legs, I’d kick you. Torna, nel ruolo di Andrew Borden, Charlie Hunnam, che aveva vestito i panni di Ed Gein nella stagione precedente. La storia di Lizzie Borden porta con sé una narrazione fedele ai fatti storici che si mischia con molti aspetti romanzati che non sempre funzionano.

Chi era Lizzie Borden

A livello temporale, la storia di Lizzie Borden è quella più lontana raccontata da Murphy. Lizzie Borden viveva a Fall River, in Massachusetts con la famiglia. Lei e la sorella maggiore Emma erano rimaste orfane della madre Sarah Morse, prima moglie del padre Andrew, e morta prematuramente. Il padre si risposò allora con Abby Durfee Gray, una donna ostile e mai ben vista dalle sorelle Borden. Lizzie fu l’unica sospettata e accusata del brutale omicidio a colpi d’ascia (18 alla matrigna e 13 al padre, al contrario dei 40 di cui parla la filastrocca) dei signori Borden, consumatosi il 4 agosto 1892 all’interno della loro casa. Nonostante i fortissimi indizi, il celebre processo del 1893 si concluse con una sentenza di assoluzione. All’epoca, l’opinione pubblica e la giuria ritennero improbabile che una giovane donna della buona società, attiva in chiesa e apparentemente fragile, potesse compiere un atto di tale violenza. Il caso rimase ufficialmente irrisolto e Lizzie morì nel 1927, lasciando il suo patrimonio a parenti, amici e alla Lega per la protezione degli animali.

Lizzie_Borden_1890

Attenzione: da questo punto dell’articolo sono presenti SPOILER su La storia di Lizzie Borden

Il delitto imperfetto

Ryan Murphy apre la quarta stagione di Monster con l’omicidio di Andrew e Abby Borden. Un bagno di sangue, come suggerisce anche il titolo dell’episodio stesso. Da lì inizia la ricostruzione della vicenda che, tra flashback e flashforward sapientemente inseriti nel contesto, torna in maniera circolare al momento effettivo del delitto con una scena che si perde tra visioni di fantasmi e dialoghi in parte banali. Qui Murphy pecca soprattutto di una cosa: la mancanza di tensione, che purtroppo riguarda tutto il prodotto. Non c’è la vittima colta di sorpresa, che in preda al panico spalanca gli occhi e grida, come neanche il tipico rallentamento della narrazione che creerebbe quella suspense tipica di una scena di questo tipo. C’è un Andrew Borden disperato e infine rassegnato davanti al proprio destino, che si ricongiunge con la defunta moglie Sarah. Qualcosa di sicuramente diverso dalla scena nella stagione su Ed Gein, con inquadrature fisse nella casa buia con l’arredamento in pelle umana. Oppure, per citarne un’altra, la scena del secondo episodio di Dahmer quando il 14enne tenta di fuggire dal suo appartamento, pregna di disagio.

Andrew_Borden_slain_body_1892
Il corpo di Andrew Borden

La mamma è sempre la mamma

Rimane al centro del filone di Monster il tema del rapporto con la famiglia, comune a tutte le storie trattate nelle quattro stagioni della serie. E anche qui trova la propria inclinazione. Il motivo che ha spinto Lizzie a uccidere è legato ai maltrattamenti subìti dalla matrigna e l’indifferenza totale del padre di fronte a questa condizione. La mancanza di una figura materna degna di questo ruolo ha segnato profondamente la sua infanzia e il resto del suo vissuto. La Abby Borden di Rebecca Hall, estremamente convincente in quest’interpretazione, ricorda molto la madre di Parker Crane in Insidious 2, che negava al figlio di sentirsi chi voleva essere. Ed è quello che Abby fa con Lizzie: la fa sentire sbagliata per il suo carattere, non perde occasione di umiliarla davanti ad altri per il suo ciclo mestruale abbondante, la considera “vergognosa” per il suo essere nubile e la zittisce ogni volta che ritiene inopportuno un suo intervento. La madre di Ed Gein proibiva al figlio di avere rapporti sessuali con donne perché lo considerava un peccato morale, da osservante cristiana. Un tema che trova, in tutti i casi citati, un adattamento convincente e credibile.

Il corpo di Abby Borden
Il corpo di Abby Borden

Tre donne e un filo rosso sangue

La storia di Lizzie s’intreccia sin dall’inizio con quella di Elisabetta Báthory, contessa ungherese vissuta tra il 1560 e il 1614, soprannominata anche “Contessa Dracula”. Secondo le fonti dell’epoca, avrebbe ucciso tra le 100 e le 300 persone, giovani donne nello specifico, fra cui moltissime torturate in maniere atroci. L’elemento storico incontra poi il metacinema con il flashforward negli anni Ottanta e l’entrata in scena di Aileen Wuornos, serial killer statunitense attiva in Florida tra il 1989 e il 1990, conosciuta come “Assassina dell’autostrada”, e autrice dell’omicidio di sette uomini che, secondo le sue dichiarazioni, l’avevano aggredita o avevano tentato di violentarla mentre lavorava come prostituta lungo le autostrade.

La Wuornos fu poi condannata a morte con iniezione letale a 46 anni. Interpretata qui da una magistrale Sarah Paulson, Aileen si presenta a Richard Mallory, la sua prima vittima, come “Lizzie Borden”. Da qui instaura un rapporto immaginario maestro-allievo con Lizzie, a cui dà piena ragione per l’omicidio dei genitori che la maltrattavano. Un elemento che, in questo caso, risulta decisamente sopra le righe sono i dialoghi immaginari che Aileen, a causa della sua schizofrenia, intrattiene con una Lizzie ormai defunta. Questa atmosfera da allucinazione appare fuori tema, quasi macchiettistica. Detto questo, entrambi gli intrecci narrativi funzionano e arricchiscono la storia.

"Woman in period costume sits at a candlelit table, holding a glass of red wine, with a serious expression in a dimly lit, elegant room."
Rebecca Hall nei panni di Abby Borden in La storia di Lizzie Borden. Cr. Netflix © 2026

Il ritratto di Lizzie e la componente horror lasciata in disparte

Lizzie viene dipinta quasi come una Biancaneve vittoriana: il suo essere fanciullesca e infantile a 32 anni, conservando quel tratto innocente, da una parte è coerente con la filosofia di Ryan Murphy di far empatizzare lo spettatore con l’assassino a causa del passato difficile (tratto che accomuna tutti e quattro i protagonisti delle varie stagioni), ma dall’altra cade inevitabilmente nel sensazionalismo. Le sequenze horror sono efficaci ma decisamente troppo poche. Ci si concentra molto sul gore, che funziona molto bene, come nella sequenza della cena a base di ostriche avariate, che ricorda da vicino la celebre scena della cena con il capitano di “Triangle of Sadness” di Ruben Östlund, ma ci si dimentica della tensione, come spiegato sopra.

Il manifesto femminista fuorviante

Al tutto si aggiunge una Lizzie raffigurata come suffragetta e paladina dei diritti delle donne, che dopo la sua assoluzione cambia casa e pure nome in Lizbeth (cosa non successa nella realtà). Certamente Lizzie non viveva da donna libera, anzi era schiava dei ricatti del padre interessato solo a potere e soldi e al fatto che la figlia si sposasse un giorno. In questo contesto si salva Jessica Barden, che interpreta la star del cinema e del teatro americano Nance O’Neil. Quest’ultimo è un personaggio davvero interessante: se all’inizio sembra una semplice aggiunta per “decorare” la storia, verso la fine conquista il centro della scena, ricordando un po’ la Eudoria di Helena Bonham Carter in Enola Holmes nel settimo episodio della serie di Murphy, quando prepara Lizzie ad affrontare il processo, con lezioni di recitazione vere e proprie.

"Woman in vintage Edwardian attire and large feathered hat stands indoors near ornate staircase, looking serious and composed, with soft lighting highlighting her intricate lace dress."
Jessica Barden nei panni di Nance O’Neill in La storia di Lizzie Borden. Cr. Netflix © 2026


La storia di Lizzie Borden, al netto di tutto, va premiata per la riproduzione fedele di gran parte degli accaduti storici e per il cast che regala interpretazioni convincenti. Plauso anche per i costumi e la scenografie curati al dettaglio. Gli spunti metacinematografici convincono, ma ne resta una struttura da romanzo rosa true crime d’epoca con pochi accenni horror e la mancanza di una reale tensione drammatica, che scivola a tratti in scelte narrative eccessivamente sensazionalistiche.

Classificazione: 3 su 5.

Leggi anche: M – Il mostro di Düsseldorf diventa un fumetto ; Monster: La storia di Ed Gein – La genesi del male nell’immaginario americano