Oggi, 31 Luglio, è il compleanno del sensei Junji Ito, mangaka divenuto una vera e propria icona dell’horror made in Japan.
Solamente qualche giorno fa, l’autore è stato indotto, nell’ambito del San Diego Comic-Con, nella prestigiosa Eisner Hall of Fame, alla quale accedono coloro che più hanno contribuito al linguaggio fumettistico su scala globale.
Per celebrare la ricorrenza, andremo a trattare una delle opere più recenti di Ito: “Sensor”.

TRAMA
La vicenda ruota attorno a Kyoko Byakuya, enigmatica ragazza venuta in contatto col remoto villaggio di Kiyokami. Qui, la presenza del vicino vulcano ha portato al massiccio rilascio nell’aria di capelli di pele, filamenti di magma con aspetto molto simile alle fibre capillari umane.
Un inspiegabile evento verificatosi nel villaggio, farà sì che sulle tracce della ragazza si mettano Wataru Tsuchiyado, un giornalista, e i membri della setta Indigo Shadow, il cui scopo è servirsi di Kyoko per attingere alla conoscenza e ai poteri del cosmo…

RECENSIONE
Sensor è una delle opere più criptiche di Junji Ito. Ancora prima di addentrarsi nella recensione, quindi, ne consigliamo la lettura in modo che ognuno possa farsi una propria, autonoma, opinione. Buona parte di questa cripticità, per ammissione dello stesso autore, viene dalla sua gestazione. Infatti Sensor, come la maggioranza della produzione fumettistica giapponese, è stata inizialmente pubblicata in capitoli su una rivista antologica mensile.
Inizialmente l’opera avrebbe dovuto avere il titolo di “Viaggio di una Succuba” e presentare una narrazione semi-verticale nei singoli capitoli. Protagonista e narratrice, cioè, sarebbe stata Kyoko , che avrebbe affrontato un diverso evento inspiegabile in ogni capitolo, per poi confluire in una visione di insieme che avesse a che vedere coi poteri della ragazza. Un ruolo simile, di narrazione e filo conduttore, è andato invece al giornalista Wataru, che Ito ha visto come più adatto a prestarsi a tale posizione. Insomma, nel corso della pubblicazione su rivista, l’autore si è ritrovato più volte a scontarsi coi propri personaggi, che hanno obbligato il flusso narrativo ad aprirsi una strada imprevista.

Ciò si riscontra con forza nella porzione centrale di “Sensor”, che presenta passaggi (gli insetti con tratti umanoidi, la rete di specchi) che hanno il sapore delle storie autoconclusive di Ito più che di tasselli di una narrazione continua. E, probabilmente, sono anche fra le parti che rimangono più impresse. Se infatti “Sensor” zoppica nel costruire una visione d’insieme organica, i singoli capitoli sono un eccellente condensato della maestria del sensei nel creare situazioni disagianti e impensabili.

Il tutto è arricchito da una componente artistica magistrale. Essendo una delle opere più recenti del mangaka, “Sensor” ne presenta lo stile più sicuro e maturo, con un uso più massiccio dei retini digitali per fornire profondità alle superfici e con un enorme grado di dettaglio per le manifestazioni orrorifiche. Alcune tavole sono tra le migliori della produzione di Ito e ne testimoniano il talento unico per il gusto del grottesco. Le apparizioni, a volte, hanno lo sguardo rivolto al lettore, in un simbolico sfondamento della quarta parete che non può fare altro che mettere in soggezione.
Molto interessante è poi il tentativo di confrontarsi con un orrore cosmico e con gli sforzi da parte dell’essere umano di comprenderlo. In linea con la visione lovecraftiana, Ito ci presenta una realtà che supera ogni tentativo di comprensione. Anzi, come testimoniato dalla setta Indigo Shadow e i suoi adepti, avvicinarsi a uno spiraglio di quella oscura dimensione non può fare altro che portare alla corruzione dell’animo e del corpo. Perfetta metafora visiva sono le nubi a forma di solchi cerebrali, che schiacciano coloro che tentano di fare propri i segreti dell’universo (i registri akashici, nella mitologia della storia). E’ quindi un sapere troppo grande, o troppo spaventoso, quello con cui i personaggi della storia si trovano a confrontarsi.

In linea con questa visione, un grado di cripticità della storia sarebbe comprensibile e apprezzabile. Ito, in effetti, è un maestro nel creare fratture terrificanti nella quotidianità senza fornirvi alcuna spiegazione. In “Sensor”, tuttavia, non si può fare a meno di notare come il ritmo della narrazione sia discontinuo. Il capitolo finale, in particolare, non è carente tanto in ciò che si racconta, quanto in come lo si racconta. Gli eventi con cui la faccenda si chiude, con una nota di incertezza e cauto ottimismo, sarebbero stati molto più soddisfacenti se fossero stati suddivisi in almeno due capitoli. La chiusura arriva invece con una crescente accelerazione che lascia il lettore spiazzato, ma non nel senso positivo ricercato da Ito.
Purtroppo, il sensei si sarà ritrovato frenato dalle limitazioni della paginazione fissa che la pubblicazione su una rivista richiede. Sarebbe bastato tagliare sulle fasi centrali dello svolgimento per arrivare a una conclusione più compiuta. Tuttavia, come già accennato, la gestazione della storia ha subito svolte improvvise.

































