In quel caotico finire degli anni settanta, mentre terrorismo e cronaca nera inquietavano il pubblico più delle finzioni cinematografiche e il genere thrilling sembrava iniziare a segnare il passo a favore di un horror più carnale e gore, usciva al cinema Solamente nero. Seconda pellicola del genere di Antonio Bido che dopo il successo de Il gatto dagli occhi di giada ci regalava, a tempo quasi scaduto, un colpo di coda appassionato e citazionista che racchiudeva in sé un intero filone.

LA TRAMA

Stefano, insegnate in crisi, si reca nell’isola di Murano ospite del fratello sacerdote. Ben presto, quella che doveva essere una vacanza per riprendersi da un esaurimento nervoso si rivela un incubo, per via di alcuni delitti che ruotano attorno a conoscenze del prete, che fanno riemergere antichi traumi sepolti…

UNA CHIARA ISPIRAZIONE

Il successo raggiunto dal precedente film aveva assicurato a Bido totale carta bianca nel progetto Solamente nero. Sceneggiatura, attori e musiche sono passate quindi per scelta del regista stesso e queste scelte ne delineano chiaramente le ispirazioni. La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati non era ancora un cult ma la sua influenza nel gotico rurale si faceva già strada e non è certo un caso che Bido voglia assolutamente per il suo nuovo film Lino Capolicchio (qui sbarbato) e lo chiami pure Stefano, come nella pellicola avatiana. Ma non è l’unica strizzata d’occhio al regista emiliano, ci sono parecchie situazioni che ricordano la pellicola girata due anni prima. Dall’incontro tra il protagonista e la bella Stefania Casini (voluta grazie a Suspiria) ad alcune dinamiche dell’indagine di Stefano che sembra a tratti una riproposizione del Capolicchio restauratore del 1976.

Ma non basta questo a definire Solamente nero come un film carico di suggestioni derivate da illustri precedenti. C’è anche molto Argento (come normale all’epoca) nelle soggettive dell’assassino e in alcune dinamiche di delitto, in particolare la complicata scena del motoscafo dove la vittima emula quasi il Carlo di Profondo Rosso, ma si trova in un canale anziché in una strada. Le musiche poi, orchestrate dai Goblin (ma non composte da loro per questioni produttive) ci regalano un altro rimando al regista romano per questo Solamente nero, che anche nel titolo vuole essere un contraltare della pellicola argentiana.

UN FILM RIUSCITO

Queste riflessioni su Solamente nero e sulle sue ispirazioni (volute o istintive) non deve sminuire però un film che ha la sua dignità e il lavoro di un regista che ha una buona mano e personalità sufficiente a prendersi il rischio di qualche momento di ironia. La scena nella quale la giovane Sandra alla fine di un vicolo si scontra contro un uomo con la fisarmonica che fa partire un suono da jump scare è una trovata assolutamente geniale che non può essere uscita per caso, ma è frutto della capacità di un regista che si regala perfino il lusso di un finale hitchcockiano, con tanto di corsa disperata su un campanile.

LA LOCATION PERFETTA

Ulteriore nota di merito per Solamente nero è la scelta di Bido di girare a Murano, lontano dalle location da cartolina di Venezia ma in una cornice che ne suggerisce comunque la presenza, sfruttandone al massimo le strette calli, gli oscuri vicoli e quella sensazione di sospensione temporale che la laguna sa regalare alle storie che in essa sono ambientere. Capolicchio non ha proprio fortuna con i traghetti e mentre in La casa dalle finestre che ridono il film si apriva con il suo approdo sul delta del Po’, qui lo vediamo arrivare in laguna, ancora una volta ignaro del guaio in cui si sta cacciando.

DA VEDERE PERCHE’?

Solamente nero è un buon thriller che, pur giocando e rimescolando situazioni classiche della narrazione thrilling (traumi infantili, provincia, quadri, medium, preti, memorie sepolte, omertà, isolamento del protagonista) riesce ad avere una sua freschezza, anche grazie alle doti di un regista capace e intelligente.

Classificazione: 3 su 5.