Il film, uscito in sala questo mese, è il terzo lavoro del regista dopo Spontaneous e No one wil save you. Ma Brian Duffield è sceneggiatore da molto prima. Da Insurgent nel 2015, è la mente dietro a piccole chicche come La babysitter (2017), Underwater (2020) e Love and monster (2020). Whalefall nello specifico è tratto dall’omonimo libro di Daniel Kraus, e l’adattamento cinematografico è stato scritto a quattro mani dal regista e l’autore del romanzo, insieme.

Trama
Jay (Austin Abrams) è un ragazzo timido che torna nella sua città natale un anno dopo la morte del padre. Nonostante avesse con lui un rapporto complicato, decide di andare a cercare i suoi resti nell’oceano. Mitt (Josh Brolin) aveva infatti deciso di suicidarsi legandosi definitivamente con la natura che tanto amava, dopo una diagnosi di cancro ai polmoni in stato terminale.

La magia di Austin Abrams
Difficile non tirare le somme sul ragazzo del momento, dopo due ottime performance horror uscite nello stesso mese. Con Whalefall e Resident Evil, Abrams si è guadagnato la fiducia degli spettatori, dimostrando grandi doti recitative. Effettivamente si può dire che sia incredibilmente bravo a rendere uniche delle esperienze straordinarie, e lo fa proprio immaginando come le vivrebbe un personaggio ordinario. Tutto diventa più fresco e divertente, mentre prende i colori realistici della domanda: “tu cosa faresti se…?”.

“Dimostraglielo”
Il motore principale del personaggio di Jay è quello di smentire le vecchie accuse del padre, e di dimostrare che è capace di essere un uomo per come lo intende la società: coraggioso, performante, forte. Da subito quindi vediamo un ragazzo ferito da una figura paterna che è stata molto severa e dura nei suoi confronti, che porta sulle spalle le varie forme di violenza del cosiddetto maschilismo tossico. Il rapporto padre-figlio che viene rappresentato è quindi un rapporto segnato dalla pretesa che Jay fosse diverso da com’era e questo porta il protagonista a distaccarsi e a creare uno scudo di evitamento. Così non parla mai dell’accaduto, non legge la lettera che il padre gli scrive prima di suicidarsi – ma non trova pace. Sente comunque di dover dimostrare qualcosa a qualcuno (che non è uno smidollato, che non ha i polmoni deboli, che ha polso), solo che quel qualcuno non è il padre morto, ma sé stesso.
“Io non avevo le codine”
Questo è quello che dice Jay, in una scena in cui le sorelle si ricordano ridendo di un gioco che facevano con il padre: loro si facevano le code ai capelli e lui cercava di prenderle. Jay non ne sapeva neanche l’esistenza. È una scena che sembra quasi di riempimento all’inizio, ma a ripensarci è molto importante. Descrive perfettamente uno dei nuclei dei film, ossia quanta pressione vivono molti ragazzi quando in adolescenza devono cercare di rientrare in un ruolo spesso lontano dalla realtà (e molto poco sano). In una sola battuta si capisce quanto Jay invidiasse il rapporto che il padre aveva con le sue sorelle, completamente diverso da quello che aveva con lui e sicuramente meno carico di aspettative.

L’elaborazione della figura paterna
Durante la visione, mentre ridiamo delle buffe condizioni del protagonista (ma soprattutto di come le interpreta Abrams), potremmo avere un’intuizione: l’importante forse non era fare pace con il padre, ma fare pace con il modo in cui lui, dentro di sé, si rapportava con la figura di Mitt. La risoluzione di un rapporto con una persona difficile in famiglia non è tra le cose più facili, ma cominciare da noi stessi è un ottimo inizio. Oltretutto, nel ventre della balena i ricordi del padre gli danno varie soluzioni, ma le risorse erano interamente sue. Ha utilizzato le -tutto sommato poche- informazioni utili che gli ha dato il padre quando era in vita, sì, ma è lui che ha avuto l’intelligenza di metterle insieme per cavarsela.
Il significato del termine ‘whalefall’
Quando le balene muoiono, i loro resti creano degli ecosistemi che vivono moltissimo nell’ambiente sottomarino. Morendo quindi diventano un tutt’uno con la natura, e vita al tempo stesso. Questo è il fenomeno che si chiama ‘whalefall’, e il fenomeno di cui Mitt voleva fare parte.

Non c’è niente da fare, l’ho trovato davvero divertente. Sarà la particolarità della trama, sarà il mood di Austin Abrams: in questo film è davvero difficile non chiedersi cosa succederà nella scena successiva, e in un panorama di sequel e reboot è una piccola ventata di aria fresca. Ovviamente con le aspettative che si possono avere mentre si va a vedere un film di un ragazzo intrappolato nello stomaco di una balena, può valere la pena non perderselo.
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