Che Mario Bava sia stato uno dei più grandi Maestri del cinema italiano è ormai un dato di fatto. È anche assodato quanto sia stato sia un precursore che un rinnovatore dei generi, dal cinema gotico (La maschera del Demonio, 1960), al giallo italiano, dallo slasher (Reazione a Catena, 1971) al cinema pulp di Cani Arrabbiati (1974) fino ad arrivare alla fantascienza horror incarnata da Terrore nello Spazio, film del 1965 liberamente tratto dal racconto Una Notte di 21 ore di Renato Pestriniero.

Trama

Due astronavi, la Galliot e l’Argos, ricevono un misterioso segnale di soccorso proveniente dal pianeta Aura. Entrambi gli equipaggi decidono di indagare su quell’insolito SOS. Una volta atterrati sul pianeta però, i membri della Galliot impazziscono e iniziano ad aggredirsi l’uno contro l’altro. Solo la prontezza del capitano Markary riuscirà a evitare il peggio. Eppure presto gli astronauti scopriranno che stessa sorte è capitata ai membri della Argas che però, a differenza loro, si sono uccisi a vicenda. Come se non bastasse, sembrerebbe che su Aura esistano eteree e minacciose presenze e che lì i morti siano in grado di tornare in vita.

L’inconfondibile stile di Mario Bava

Basta la scena iniziale di Terrore nello Spazio per definire non solo il film, ma l’intera cinematografia di Mario Bava: mentre i titoli di testa si susseguono tra le profondità dello spazio, un’inquietante musica condita da effetti sonori futuristici ci introduce nella plancia della nave Galliot. Un movimento di macchina verso il basso ci proietta dall’esterno all’interno in un campo lungo che subito si stringe in un totale. Carrellate fluide introducono i membri dell’equipaggio alle prese con apparecchiature dal design retrofuturistico, mentre la costruzione delle scene sfrutta i movimenti lungo l’asse orizzontale e verticale per dare simmetria. Infine gli zoom, che annientano la profondità di campo quando la camera si focalizza sui primi piani. 

Girato con un budget ridicolo, Mario Bava si ritrova quindi a dover fare di necessità virtù. Sfrutta il proprio virtuosismo per dare dinamicità a una storia che parte senza preamboli e proietta lo spettatore in questo mondo fantascientifico. Astronavi, uomini e donne in tuta costretti ad affrontare l’indefinito e un pianeta sconosciuto e inquietante, immerso in sulfurei vapori, pronto a divenire una trappola mortale. I soldi sono pochi e le scenografia devono essere prese in prestito da altri set a Cinecittà. Non resta quindi che giocarsela, con gli interni costruiti in teatro di posa attraverso fogli di plexigas e strutture plastiche decorate con materiale industriale riciclato e lampadine colorate. Agli esterni, invece, il regista riesce a dare profondità di campo attraverso filtri cromatici, nebbie artificiali e la solita tecnica di Schufftan, che sfrutta specchi riflettenti e modellini plastici.

Vecchia e nuova fantascienza

In Terrore nello Spazio la camera da presa si muove sfruttando illusioni ottiche e creando geometrie che donano all’ambiente un’atmosfera opprimente, con i toni della fotografia che oscillano tra il blu e il rosso in un cocktail sulfureo che il Technicolor rende ancora più espressivo. Gioca con i carrelli, gioca con gli zoom improvvisi e con il montaggio che mette in risalto i primi piani. Il risultato è una fantascienza che pur prendendo ispirazione dal cinema di genere americano anni ’50 (L’Invasione degli Ultracorpi, La Cosa da un Altro Mondo, Il Pianeta Proibito) si rivela più emotiva, espressionista, persino fiabesca nella resa visiva. Una fantascienza nuova, che non gioca con le paure della guerra fredda ma si fa più esoterica e metafisica. Merito anche degli effetti speciali artigianali curati dallo stesso Bava con l’aiuto di un giovanissimo Carlo Rambaldi non accreditato.

Terrore nello Spazio è un film dall’appeal internazionale, girato non solo per il mercato italiano. Com’è internazionale anche il cast, tra cui spiccano l’americano Barry Sullivan, lo spagnolo Ángel Aranda e le italiane Evi Marandi e Norma Bengell. Interessante anche che la sceneggiatura originale, scritta da Mario Bava insieme ad Alberto Bevilacqua e Callisto Cosulich, sia stata riadattata per il mercato americano da Louis M. Heyward e Ib Melchior.

Il Mario Bava precursore

Terrore nello Spazio è una rara incursione nella fantascienza da parte di Mario Bava, che mette mano a un genere mai troppo popolare in Italia. Nel farlo anticipa quello che altri registi, soprattutto americani, faranno forse meglio di lui. Guardando il film e confrontandolo con Alien è impossibile non notare similitudini che vanno oltre il semplice incipit. Come è impossibile non riconoscere un’ispirazione lovecraftiana che tornerà in maniera più evidente ne La Cosa di John Carpenter. Ma se restassimo nell’ambito sci-fi faremmo torto al film: Bava sfrutta la conoscenza che ha sia del gotico che del giallo, costruendo Terrore nello Spazio su architetture esteriori (il pianeta alieno, le astronavi) e interiori (i tormenti e l’instabilità psicologica dei personaggi) e su una suspanse sempre più palpabile. E poi, senza colpo ferire, anticipa lo zombie movie romeriano, aggiornando e giocando con la figura dei morti viventi. E se il film procede lineare dando pian piano tutte le risposte agli enigmi che l’equipaggio della Galliot deve affrontare, con un colpo di coda nel finale ribalta tutto ciò che noi spettatori avevamo dato per scontato.

Non dobbiamo dimenticarci che Terrore nello Spazio è sì un film di fantascienza, ma anche un horror. Una storia di morti viventi e di fantasmi (Fantasmi da Marte riciclerà questa idea quasi quarant’anni dopo) che diventa la più fantascientifica storia di stregoneria. Gli abitanti di Aura impongono la loro “magia” aliena sugli sventurati astronauti caduti nella loro trappola, mentre la mente corre al Suspiria di Dario Argento, a questo punto ispirato al film di Bava non solo per l’impatto estetico. Perché Mario era un maestro vero, e cosa fa un maestro se non insegnare? 

Conclusioni

Forse Terrore nello Spazio, oggi, può risentire del tempo passato (quest’anno sono più di sessant’anni dall’uscita del film). Può apparire persino vecchio nella resa, eppure riesce ancora a sortire un fascino che io reputo irresistibile. Qui dobbiamo tirar fuori la parola capolavoro nel senso letterale del termine: Terrore nello Spazio è un’opera che ha fatto scuola ed è diventata fonte di ispirazione. È triste pensare che tanto tempo fa l’Italia, in questo ambito, faceva scuola, mentre oggi riesce a malapena ad inseguire.

Classificazione: 4 su 5.

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