Starman è uno dei film più insoliti nella carriera di John Carpenter, e forse proprio per questo è rimasto un po’ ai margini rispetto ad altre opere del regista. Il progetto aveva attraversato diverse fasi prima di arrivare nelle sue mani e, per impostazione, sembrava appartenere più naturalmente al cinema di Steven Spielberg. Carpenter sceglie una strada personale, usando la fantascienza in un racconto sentimentale che è anche un viaggio attraverso l’America.

Trama: Dopo aver ricevuto un messaggio proveniente dallo spazio, un’entità extraterrestre raggiunge la Terra e assume le sembianze di Scott, il marito defunto di Jenny Hayden, una giovane vedova interpretata da Karen Allen. Braccato dalle autorità, l’alieno costringe inizialmente la donna ad accompagnarlo in un viaggio attraverso gli Stati Uniti, diretto verso un luogo in cui potrà ricongiungersi con i suoi simili. Jenny si ritrova così accanto a una creatura di cui non conosce le intenzioni, mentre lui deve imparare a orientarsi in un mondo del quale ignora persino le regole più elementari. Quello che comincia come una fuga si trasforma progressivamente in un incontro destinato a cambiare entrambi.
Per John Carpenter la fantascienza non era una novità, ma cerca di trattare il materiale di partenza con qualcosa di diverso. Il viaggio diventa l’occasione per mettere a confronto due modi completamente diversi di guardare alla vita, e proprio le situazioni più quotidiane finiscono per rivelare aspetti sorprendenti dei protagonisti. L’alieno osserva gli esseri umani con la curiosità di chi si trova davanti a qualcosa di completamente nuovo, fraintendendo abitudini e convenzioni con risultati spesso esilaranti. La sua ingenuità genera momenti di comicità senza mai trasformarlo in una macchietta, e permette al film di affrontare anche questioni più profonde con una leggerezza che non ne riduce il significato. Jenny invece parte da una posizione di paura e ostilità, comprensibile di fronte a una situazione così scioccante, ma durante il viaggio comincia a scoprire qualcosa di inatteso nella creatura che ha davanti. Il rapporto fra i due cresce attraverso le esperienze condivise e trova proprio in questa naturalezza una delle ragioni della sua efficacia.

L’alieno arriva sulla Terra con il desiderio di conoscere gli esseri umani, e si trova davanti una società che reagisce alla sua presenza soprattutto con ostilità. Le autorità sono pronte a considerarlo una minaccia da eliminare, mentre lo scienziato di turno cerca di capire che cosa stia realmente accadendo. Carpenter sa come introdurre questi contrasti senza dover ricorrere a discorsi morali inflazionati, lasciando che siano soprattutto i comportamenti dei personaggi a parlare. La paura dell’ignoto diventa uno dei temi centrali del film, affrontato con uno sguardo sorprendentemente aperto e una fiducia nell’umanità che, considerando il resto della filmografia del regista, rende Starman ancora più particolare.
Carpenter sfrutta quindi il viaggio per alternare i momenti più intimi alle inquadrature ampie dei paesaggi americani, dando al film un respiro insolito e lontano dalle atmosfere a cui ci aveva abituati. Le strade e le soste lungo il percorso accompagnano l’evoluzione del rapporto fra Jenny e l’alieno, mentre gli incontri con il mondo esterno contribuiscono a rendere sempre più evidente il cambiamento di entrambi. Particolarmente riuscita è la trasformazione iniziale dell’alieno nelle sembianze del marito, una sequenza che conserva ancora oggi una notevole efficacia. Gli effetti speciali sono reggono ancora benissimo e rendono la metamorfosi impressionante senza privarla della sua dimensione inquietante. È un momento fondamentale anche per il modo in cui introduce il tema dell’identità, destinato ad assumere un significato sempre più profondo man mano che Jenny impara a conoscere la creatura che ha davanti.

Jeff Bridges è perfetto nel ruolo dell’alieno, il suo personaggio deve imparare a comunicare e a muoversi in un mondo di cui non comprende, e riesce a rendere questa condizione attraverso la gestualità e gli sguardi che possono risultare buffi senza diventare mai gratuiti. La sua interpretazione restituisce la curiosità di chi scopre ogni cosa per la prima volta, facendo emergere gradualmente anche una sensibilità nuova. Il personaggio cambia durante il viaggio, e questo cambiamento si riflette nel modo in cui guarda Jenny e comincia a comprenderne i sentimenti. Karen Allen è altrettanto convincente nei panni di Jenny, una donna ancora profondamente segnata dalla morte del marito. La presenza dell’alieno la mette di fronte a qualcosa di difficile da accettare, perché il volto che ha davanti appartiene all’uomo che ha perduto, eppure la creatura che lo abita è completamente diversa da lui. Allen riesce a rendere credibile questa contraddizione, passando dalla paura alla curiosità e poi a un coinvolgimento sempre più profondo. Il suo personaggio non dimentica il dolore, e proprio per questo la possibilità di aprirsi nuovamente alla vita acquista un peso particolare.
La sintonia con Bridges è uno degli elementi migliori del film, perché il rapporto fra i due si sviluppa con una spontaneità che rende credibile anche la sua componente più romantica. Alcuni dei momenti più belli nascono proprio dal tentativo di Jenny di spiegare all’alieno che cosa significhi amare qualcuno, mentre lei stessa si ritrova a confrontarsi con sentimenti che credeva ormai impossibili. La storia riesce così a parlare di perdita e rinascita senza scivolare nel sentimentalismo forzato.
Un discorso a parte merita la colonna sonora di Jack Nitzsche, che considero una delle più belle mai realizzate per il cinema. Il tema principale ha una forza emotiva rara, con quelle sonorità elettroniche ampie e malinconiche che sembrano racchiudere la distanza fra due mondi e, allo stesso tempo, la possibilità di trovare un punto d’incontro. È una musica che riesce a emozionare anche al di fuori del film e che, a ogni nuovo ascolto, sembra acquistare ulteriore profondità. Basta risentire quel tema per ritrovare immediatamente la malinconia della storia e la bellezza del rapporto fra Jenny e l’alieno.
John Carpenter ha avuto il coraggio di misurarsi con un materiale inedito per lui, che sembrava appartenere molto più al cinema di un regista come Spielberg, e ha dimostrato di avere un controllo assoluto anche su una storia distante dai suoi lavori precedenti. Carpenter ha la capacità di dare a ogni elemento una funzione precisa all’interno del film, mantenendo una coerenza interna in ogni scelta che fa, comprese quelle più personali, facendo sì che ogni passaggio contribuisca davvero alla costruzione dell’opera. Non mostra mai incertezze, sa quale storia vuole raccontare e come vuole raccontarla.

Starman rimane uno dei film più belli e sottovalutati di Carpenter, un’opera che riesce a unire fantascienza e romanticismo con una sensibilità che conserva intatto il proprio fascino. La sua forza sta nella capacità di commuovere senza forzature e di lasciare qualcosa anche molto tempo dopo la visione. E ogni volta che torna a risuonare il tema principale di Nitzsche, diventa difficile non ripensare alla bellezza di questo film e al motivo per cui meriterebbe un posto ancora più importante nella sua filmografia.
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