Carrie, il primo romanzo pubblicato da Stephen King, esce nel 1974; nel 1976, appena due anni dopo, Brian De Palma dirige la versione cinematografica con Sissy Spacek. Dopo 52 anni dall’uscita del romanzo e 50 tondi tondi dalla sua trasposizione più famosa, come può essere ancora raccontata la storia di Carrie? Mike Flanagan risponde con una serie TV, i cui 8 episodi della prima stagione sono attualmente tutti disponibili su Prime Video.
Trama
Dopo la morte di Ralph White (Tahmoh Penikett), avvenuta a causa di un incidente sul lavoro, la polizia scopre che in casa con lui vivevano anche la moglie Margaret (Samantha Sloyan) e la figlia Carrie (Summer H. Howell). Quest’ultima sembrerebbe, addirittura, non essere mai uscita di casa neppure una volta. Ora che i servizi sociali sono venuti a conoscenza della loro esistenza, Margaret è costretta a trovarsi un lavoro per non perdere la custodia della figlia, e Carrie a frequentare il liceo. La sua inesperienza e gentilezza la rendono da subito bersaglio dei bulli; nel frattempo, però, i suoi poteri telecinetici iniziano a emergere, attirando l’attenzione di un’organizzazione misteriosa.

Il bullismo nell’era social
È bene affermarlo subito: i classici, e Carrie ormai è diventato un classico della letteratura, esistono per essere modificati, rimaneggiati, attualizzati. L’importante è non tradirne il messaggio o l’essenza e Flanagan, che conosce benissimo King al punto da esserne diventato il migliore adattatore, non lo fa mai. La sua Carrie è una ragazzina di 15 anni che ha appena perso un genitore (“metà del suo mondo”) e che, nel 2026, non è mai andata a scuola, non ha mai avuto contatti con i suoi coetanei, figuriamoci se conosce le mode o se ha idea di come funzionino le dinamiche tra adolescenti. Eppure, nonostante possa apparire aliena, nonostante il dolore e lo scombussolamento che sta vivendo, Carrie è gentile, è curiosa, è amichevole. Proprio il suo entusiasmo e il suo comportamento amabile la rendono il target perfetto per quegli adolescenti che, al contrario di Carrie, rispondono ai traumi con la rabbia. La prima ad accanirsi contro di lei, al punto da creare un account social per umiliarla, è Chris Hargensen (Alison Thornton). L’account, nato per pubblicare il video di Carrie quando viene tormentata dalle compagne all’arrivo delle sue prime mestruazioni (l’evento canonico che sprigiona i suoi poteri), presto si ingrandisce, arrivando a pubblicare immagini e pettegolezzi su studenti, insegnanti, genitori.


La violenza nelle scuole
Nel 2026, qualsiasi storia ambientata in un liceo americano non può ignorare l’elemento della violenza. Per questo all’ingresso della Ewen High School ci sono i metal detector, per questo gli studenti devono effettuare esercitazioni anti-sparatorie, per questo i litigi assumono dimensioni rivoltose. Il corpo docenti e il preside (Matthew Lillard) vengono dipinti come comprensivi ma incapaci di gestire realmente i problemi dei ragazzi; le istituzioni sono impreparate, e lo si vede benissimo durante la scena della mediazione tra Carrie e Chris che sfocia in una rissa brutale. La stessa professoressa Dejardin (Amber Midthunder) qui ha un’influenza minore su Carrie rispetto a quella che aveva nel materiale originale. Mentre nel romanzo e nel film di De Palma la professoressa contribuisce alla macchina che porterà alla tragedia, qui la Dejardin di Midthunder non interferisce, nel bene e nel male, oltre la punizione che infligge alle studentesse che avevano bullizzato Carrie nello spogliatoio. Ma poi, presa dai suoi problemi personali e dal suo timore di non essere abbastanza per i suoi studenti, dimentica di fare effettivamente qualcosa per essere un vero sostegno. Carrie è un’opera che ha sempre parlato del fallimento di un’intera società, ma Flanagan ce lo mostra con maggiore chiarezza, intessendo una rete di dinamiche complesse e ricche di sfumature, in cui non è possibile individuare un colpevole assoluto.
L’attualizzazione dei personaggi
Sue Snell (Siena Agudong) è, come sempre, una leader amata e rispettata, con un futuro brillante davanti a sé. Inizialmente complice della bulla Chris, Sue comprende il suo errore e chiede scusa, prima di raggiungere un punto di non ritorno; in questo adattamento, però, non vede Carrie come un progetto, come la reietta da salvare per sentirsi meglio con se stessa. Non ha nei suoi confronti quell’atteggiamento paternalistico che l’aveva spinta a chiedere al suo fidanzato Tommy di accompagnare Carrie al ballo. Anche Tommy (Joel Oulette) resta il ragazzo premuroso di sempre, ma Flanagan gli regala una sfumatura di gentilezza ulteriore, attribuendo unicamente alla sua volontà la scelta di portare Carrie al ballo. Il lavoro migliore però, a mio avviso, è quello svolto sui personaggi di Chris e Margaret. Chris, l’antagonista principale di Carrie in ogni adattamento, qui è una ragazzina completamente distrutta dall’ambiente familiare disfunzionale che la circonda. Con un padre che la tratta come un peso e una madre che l’ha lasciata sola per sfuggire a quel marito sgradevole, Chris ha imparato a sopraffare per non essere sopraffatta. È talmente accecata dalla rabbia che anche nel momento in cui potrebbe chiedere scusa per tamponare i danni, non lo fa. Ormai ha superato una soglia oltre la quale non c’è ritorno. È un personaggio che non sa ancora bene come muoversi nel mondo, e si ritrova spesso manipolata dagli adulti e, infine, incastrata nelle sue stesse scelte sbagliate. Così come per gli adulti e gli altri “complici”, vengono sottolineati il dolore e l’inadeguatezza di Chirs, senza che questi ne giustifichino il comportamento o annullino le responsabilità nella tragedia finale.

“Rideranno tutti di te”
Margaret non è più solo la fondamentalista religiosa di King e De Palma, ossessionata dal peccato e spezzata dalle violenze subite. Nel 2026 sarebbe una caratterizzazione limitante, che rischia di non risuonare con un pubblico più giovane. La Margaret di Flanagan è sicuramente una donna estremamente religiosa, che costringe Carrie a inginocchiarsi di continuo per pregare. Ma lo fa principalmente perché ha difficoltà a capirla, quindi tronca ogni occasione di dialogo mandandola a parlare con un’autorità superiore che non può essere messa in discussione e con la quale non ci può essere un effettivo scambio comunicativo. Carrie, infatti, rimprovera più volte sua madre perché le nasconde le cose o perché non si ferma mai realmente a parlare con lei. Dal canto suo, la madre è convinta di essere sempre nel giusto e di vedere e comprendere cose che gli altri non vedono e comprendono – non a caso, è una complottista che non crede neppure nell’esistenza delle malattie mentali. Eppure, non è una monodimensionale madre-mostro: in lei ci sono amore e desiderio di protezione, che però sfociano nel controllo, in un soffocante bisogno che Carrie sia e faccia quello che vuole lei. E quando i figli si rivelano diversi, perché non sono un’estensione dei genitori, quando si ribellano a imposizioni che da piccoli accettavano come naturali, ecco che agli occhi di chi li ha cresciuti iniziano ad apparire come dei mostri. E si inizia a temerli.
Il potere femminile
I primi 7 episodi della serie sono aperti dal voice over di Kate Siegel, moglie di Flanagan e attrice ricorrente nelle sue opere, che poi scopriremo essere a capo della misteriosa organizzazione che seguiva e voleva sapere di più su Carrie. L’attrice (che ha anche diretto il terzo episodio) racconta, nelle scene di apertura, le storie di donne dotate di poteri simili a quelli di Carrie. Indipendentemente dall’età, dall’etnia o dall’epoca in cui sono vissute, tutte queste donne sono accomunate dalla loro esclusione sistematica dalla società, se non addirittura dalle violenze che subiscono. Streghe, pazze, pericolose, bugiarde; mai eccezionali o incredibili. Il mondo teme e odia le donne potenti, fino al punto che chi scopre di possedere una qualche abilità particolare ne è prima di tutto terrificata e tenta di associarla a qualcosa di esterno. Nell’ultima puntata, infatti, scopriamo che anche Margaret ha un po’ di shining (luccicanza), ma non l’ha mai espresso perché lo temeva, e alla sua prima manifestazione l’ha subito attribuito a Dio. Questa rivelazione spiegherebbe anche perché Margaret sia così spaventata dalle abilità della figlia: troppo immersa in una cultura della repressione, crede che per Carrie sprigionare completamente ciò che lei ha cercato di tenere a bada potrebbe portarla a non essere accettata o potrebbe trasformala in un mostro – senza comprendere che è la repressione stessa a nuocere alla figlia.

Il finale
Flanagan porta Carrie al ballo, la fa incoronare reginetta insieme a Tommy e poi le fa cadere addosso il famigerato secchio di sangue di maiale. La prima reazione di Carrie è rabbiosa, istintiva, è desiderio di vendetta: fa esplodere i cellulari che la stanno riprendendo, ferendo gravemente chi glieli stava puntando contro, e tenta di far del male a Chris e al complice Billy, finendo però per uccidere il povero Tommy. Dopo averle concesso questo sfogo, Flanagan decide di intraprendere una via diversa rispetto a King e De Palma. Non si tratta di depotenziare Carrie e delegittimare la sua rabbia, ma di offrirle la possibilità di non lasciarsi consumare da quest’ultima. La scelta di far “prendere il controllo” a Emaline – personaggio capace di proiezione astrale, che si era presentata a Carrie come una sua compagna di scuola e che si rivela invece essere una “fuggitiva” che non vuole essere controllata da nessuno – risponde a precise logiche narrative. Emaline, che aveva spinto Carrie a riappropriarsi del suo potere, sul finale finisce per rappresentarne il lato oscuro. Compie la strage attraverso di lei, mettendo in atto la sua personale nozione di giustizia, apparendo come ciò che Carrie stessa sarebbe potuta diventare se abbandonata e costretta a fuggire, covando rancore per anni e anni.
Flanagan, insieme a un team di registe e sceneggiatrici tra cui Elizabeth Padden, Justina Ireland e Dani Parker, re-immagina Carrie come la protagonista di un teen-drama sovrannaturale contemporaneo, amplia l’universo narrativo – anche per collegarlo a Doctor Sleep e altre opere di King, come La torre nera – e fa dei cambiamenti che non sono piaciuti a tutti, ma che gli permettono di esplorare ulteriormente la storia di un’adolescente che ha scelto la gentilezza. La serie è stata già rinnovata per una seconda stagione.
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