A distanza di due anni dall’uscita del primo capitolo, il regista danese Tom Six decise di deliziarci con il secondo capitolo della sua trilogia: The Human Centipede 2. Più sporco e più estremo del precedente, The Human Centipede 2 è una discesa verso l’inferno, su una strada colma di sangue e feci umane.

Trama

Martin (Laurence R. Harvey) è un uomo affetto da un deficit cognitivo. Abusato dal padre in tenera età e maltrattato dalla madre, che vede in lui la causa dell’incarcerazione e separazione dal marito, Martin sviluppa una vera e propria ossessione per la pellicola The Human Centipede di Tom Six. Ossessione che lo porterà alla malsana decisione di provare a ricreare l’iconico e disturbante centopiedi umano.

Recensione

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Infatti, se pensavate che The Human Centipede fosse un film estremo e disturbante, con The Human Centipede 2 Tom Six decide di alzare l’asticella, e non di poco. Abbandonate la regia pulita e gli ambienti asettici e sterilizzati del primo capitolo, ed entrate in una spirale di violenza estrema, dove ambienti sporchi e strumenti di fortuna la fan da padrone. Non adatto ai deboli di cuore (e di stomaco), The Human Centipede 2 metterà a dura prova anche gli appassionati di cinema estremo (come la sottoscritta).

The Human Centipede 2: una panoramica

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Quando si parla di cinema estremo, il dibattito si orienta quasi sempre sull’opportunità di mostrare un orrore così esasperato. E’ quello che è successo anche con The Human Centipede 2. Dopo il successo del primo capitolo, diventato un cult nei circuiti underground (e non solo), Tom Six decide di esagerare, riflettendo sulla violenza che può scaturire quando, a compiere determinate operazioni chirurgiche, non è più un medico preparato, ma una persona comune. Il film si fa quindi più violento e più sporco tanto da essere inizialmente bannato nel Regno Unito dalla BBFC [1] [2]. Regia e fotografia seguono volutamente e pedissequamente questo cambio di registro, passando dall’uso della camera stabile e da una fotografia asettica, all’uso della camera a mano e del bianco e nero, ampliando il senso di straniamento [3]. Con un forte (e dichiarato) richiamo a Eraserhead di David Lynch e Schindle’s List di Steven Spielberg, Six crea questa ambientazione capace di catalizzare completamente l’attenzione dello spettatore sulla vicenda, più che sul contesto [3]. Come da sue stesse dichiarazioni, infatti, l’utilizzo del colore avrebbe distratto il pubblico da ciò che veniva effettivamente rappresentato.

Attraverso l’utilizzo di inquadrature ravvicinate e ombre marcate sui luoghi e sullo stesso corpo di Martin il regista compie una vera e propria operazione di exploitation, rendendo Il Perturbante (Das Unheimliche, termine coniato da Sigmund Fred) una vera e propria chiave di lettura. Quello che viene rappresentato, non ha niente di oggettivamente spaventoso. Un parcheggio londinese, una casa di periferia, un uomo obeso, non sono aspetti che possono creare inquietudine. La sinergia tra l’uso della camera a mano, la scelta del bianco e nero e delle inquadrature strette garantisce, soprattutto nei primi tre quarti del film, la creazione di un climax di angoscia che non è, tuttavia, giustificato (non completamente almeno) da ciò che viene riprodotto sullo schermo. E’ solo nell’ultima mezz’ora, infatti, che vedremo l’esplodere della violenza di Martin. Tuttavia, una volta arrivati alla sequenza finale, lo stato d’animo dello/a spettatore/trice è già fortemente alterato. Sappiamo cosa ci stiamo aspettando, ma non sappiamo ancora quanto sconvolgente possa essere. E l’attesa è decisamente all’altezza delle aspettative.

Potere e gerarchie: la sottomissione dell’altro come atto di rivendicazione di sé

Trascendere l’intera saga di The Human Centipede da un’analisi circa la sottomissione e il potere, sarebbe quantomeno impreciso. L’intera idea ruota attorno al concetto di coprofilia, già nota nel ambiente del cinema estremo tramite l’immensa opera di Pasolini: Salò o le 120 giornate di Sodoma. Benché il tenore e il registro dei due prodotti siano decisamente distanti, in entrambi emerge (per dichiarata volontà o meno da parte degli ideatori), un’analisi del rapporto tra potere e sottomissione. Nell’opera del maestro Pasolini, gli aguzzini sono tutti appartenenti all’alta borghesia e rappresentanti dei poteri dell’allora Repubblica Sociale di Salò: il Duca (potere politico), il Vescovo (potere ecclesiastico), il Presidente della Corte d’Appello (potere giudiziario) e il Presidente della Banca Centrale (potere economico). Nel momento in cui i giovani vengono obbligati ad ingerire feci, il simbolismo rimanda alla critica del sistema capitalistico e ai suoi rappresentati che obbligano i giovani ad ingoiare m*da. Il potere, in questo caso, è direzionato dall’alto verso il basso.

Nel caso della sequenza iniziale della trilogia di The Human Centipede abbiamo ancora un’imposizione dall’alto. Il Dr. Heitler è un medico nazista [2], quindi, ancora una volta, un esponente dell’alta borghesia e detentore della conoscenza. Le sue vittime sono due turiste statunitensi e un ragazzo giapponese, che si trovano invischiati nel delirio di onnipotenza di un uomo di successo. Tanto in Salò, quanto in The Human Centipede (First Sequence) l’estremo atto di sottomissione (ossia l’assunzione di feci altrui), viene imposto da individui che esercitano un potere che già detengono: lo fanno perché possono farlo.

Diverso è il caso di The Human Centipede 2. Martin è un uomo disprezzato dalla società e da essa escluso. Vittima di abusi (fisici e psicologici) e oggetto di continuo scherno, vede nella sottomissione delle altre persone un suo tentativo di rivalsa. La violenza diventa, quindi, il mezzo con cui affermare la propria presenza nel Mondo, ovviamente nel modo più sbagliato possibile. Ancor di più, nella sequenza censurata, vediamo quanto il desiderio di Martin sia anche quello di poter rientrare a far parte di quella società che lo rifiuta. Martin, infatti, si cinge il pene con del filo spinato e poi pratica violenza sessuale sull’ultimo componente del centopiedi umano. La violenza e la dominazione sono gli unici mezzi che conosce per entrare in contatto con la persone. E saranno gli stessi strumenti che utilizzerà per diventare parte del suo centopiedi umano.

Quando ti viene insegnato che la violenza e la dominazione sono gli unici linguaggi possibili, allora saranno anche gli unici che saprai riconoscere e mettere in pratica.

Abuso, mascolinità e corpo

Un altro aspetto determinante per leggere questa pellicola controversa è identificare il ruolo del genere. Martin è un uomo con deficit cognitivo che è stato a lungo abusato dal padre. Benché gli abusi fisici siano equivalenti in termini di dolore e di conseguenze fisiche e psicologiche per uomini e donne, in letteratura è ben noto il ruolo della mascolinità tossica nella gestione delle conseguenze di un abuso fisico su una persona sessualizzata come uomo. L’abuso, in questo caso, non ferisce solo il corpo e la fiducia, ma lo colloca in una posizione che il copione patriarcale gli insegna a leggere come incompatibile con la mascolinità.

La ricerca sui sopravvissuti uomini rileva proprio il peso delle norme maschili e della scarsa legittimazione sociale nel modo in cui si comprende e si racconta l’abuso.

Nel tentativo di sottrarsi a quella posizione Martin non cerca un’autonomia diversa, ma anzi esercita il potere attraverso il dominio sessuale e la sottomissione dei corpi altrui. La sua “rivalsa” riproduce il modello patriarcale che lo ha ferito. Ancor di più, nella ricerca di una nuova posizione all’interno del sistema opprimente, sceglie di riprodurre un animale che ha proprio un’accezione di aggressività fallica. Più volte, nel film, ci viene ricordato che il millepiedi è un animale estremamente aggressivo e che, simbolicamente, rimanda al fallo e all’aggressività maschile. Martin diventa, così, strumento e simbolo di quello stesso sistema che ha tentato di schiacciarlo e opprimerlo.

Imitazione, media e censura

La pellicola nasce proprio dall’idea di Six di fare un film sul copycat. Il regista ha dichiarato che l’idea gli venne dopo che gli spettatori del primo film gli chiesero se qualcuno avrebbe potuto imitarlo [1]. L’imitazione non si limita, quindi, solo alla concezione del sistema patriarcale, ma anche al ruolo che i media hanno nel plasmare le menti, soprattutto le più vulnerabili. Il copycat non è quindi un concetto esterno al film, ma il motore stesso della storia. Martin guarda il primo film e tenta di riprodurlo. La pellicola ci interroga quindi sul rapporto tra opera e spettatore: è possibile mettere sullo schermo tanta efferatezza senza che vi sia il concreto rischio di imitazione?

La posizione del regista sembra abbastanza netta: è solo un film. Queste parole emergono da una delle vittime di Martin, la quale tenta di dissuadere l’aguzzino dal perseguire il suo intento criminoso. Eppure nello studio proposto da Shah e Kaushik [4] le due autrici definiscono il crimine imitativo attraverso quattro elementi: il crimine che fa da precedente, il modello criminogeno mostrato dai media, chi lo imita e il nuovo atto. Dai loro risultati emerge che circa il 25% dei criminali intervistati afferma che la cultura popolare e i media abbiano influenzato le loro azioni in qualche modo.

Senza dare, o tentare di darci, una risposta definitiva, il film involontariamente apre il dibattito sull’arte e sui limiti della rappresentazione. Se, infatti, è assolutamente legittimo e difendibile che gli adulti abbiano il completo e totale diritto di scegliere cosa guardare, è altrettanto rilevante interrogarsi su quanto i media possano avere influenze su menti giovani o fragili, soprattutto da quando l’accesso ad internet e a contenuti violenti è diventato semplice e privo di controlli.

Martin rappresenta il caso estremo: una mente fragile e abusata che, alla ricerca di punti di riferimento, rivede nella pellicola di Six, il mezzo con cui ottenere la sua rivalsa sociale.

Conclusioni

The Human Centipede 2 non è solo un cult del cinema estremo, è una pellicola che apre (più o meno volontariamente) il dibattito e il dialogo sulla violenza, sull’abuso, sull’arte e sull’opportunità di mostrare contenuti estremi. Con più sfaccettature di quanto si possa immaginare, è un’opera controversa che permette di andare oltre il semplice disgusto fine a sé stesso.

Classificazione: 4 su 5.

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