The Invitation è un film in cui per un’ora e mezza non succede quasi niente. Una cena, otto persone, una casa sulle colline di Los Angeles. E si esce da quella casa con l’ansia addosso, perché per tutto il tempo non si è capito di chi fidarsi.
Karyn Kusama lo ha portato a SXSW nel 2015, e in America è uscito in sala solo nella primavera del 2016. Costato poco, girato tutto in una villa, senza un solo jump scare. È il film con cui la regista è tornata al cinema indipendente dopo anni di lavori su commissione, e si vede che è tornata per fare una cosa sua.
La cena
Will ed Eden hanno perso un figlio. Il bambino è morto in Messico, in un incidente d’auto: guidava Eden, Will era ubriaco. Da allora non si sono più visti, e si sono divisi la colpa e il silenzio.
Anni dopo Eden organizza una cena nella casa dove i due hanno vissuto e invita anche Will, che arriva con Kira, la sua nuova compagna. In casa ci sono David, il nuovo marito di Eden, e altri amici che Will non vedeva da allora. Eden e David sono tornati da un viaggio e dicono di aver superato il lutto: c’è un gruppo, c’è un percorso, il dolore si può lasciare andare. Con loro ci sono anche Sadie e Pruitt, che a quella cosa credono davvero.
Will comincia a sospettare che la serata non sia solo una cena. Ma Will non è una persona di cui fidarsi: ha perso un figlio e si sente in colpa per come è morto. Quando dice che qualcosa non torna, non si può sapere se ha ragione o se sta addossando la sua colpa a un gruppo di amici che non riconosce più. Per tutta la cena il dubbio resta aperto, e il film non chiede allo spettatore di avere paura: gli chiede di non fidarsi di nessuno. Poi, alla fine, il dubbio lo scioglie. E la risposta è peggiore del sospetto.

Will ed Eden
Logan Marshall-Green e Tammy Blanchard fanno la stessa cosa in due modi opposti: nessuno dei due alza la voce, e il film sta tutto in questa differenza. Will sta zitto perché è sopraffatto. Eden sta zitta perché ha smesso di sentire.
Marshall-Green interpreta Will per sottrazione, senza una battuta da citare, e la sua calma si spezza da qualche parte: nelle mani, nel modo in cui si alza da tavola, nel momento in cui finalmente dice quello che pensa e nessuno gli crede. È un uomo che non riesce più a stare nella conversazione, e più la serata va avanti, più si vede.
Blanchard fa il contrario: la sua calma non si spezza mai. Sorride, serve da bere, non si arrabbia, e ogni frase che dice serve a riscrivere quello che è successo. Il lutto lo ha superato, quindi chi non lo ha superato è rimasto indietro. È una donna gentile che ti sta togliendo qualcosa, e tu non riesci a dirle di no.

La gentilezza
Kusama lo ha detto in più interviste: il film parla dell’obbligo di essere gentili, e di cosa succede quando quella gentilezza ti porta a fare cose che non vuoi fare. Chiunque sia stato a una cena dove qualcuno diceva cose assurde e nessuno si alzava sa di cosa parla il film.
Nella cena funziona perché nessuno se ne va, e ognuno ha una buona ragione per restare. Ben deve gestire una figuraccia. Tommy non vuole mettere in imbarazzo sua moglie. Kira, che è la nuova arrivata, non vuole passare per quella che rovina la serata. Will non vuole passare per il matto, anche perché gli altri hanno già deciso che lo è. Nessuno crede a quello che sta sentendo e nessuno dice niente, e la tensione del film sta tutta lì: non in quello che succede, ma in quello che non viene detto.
C’è anche un’altra cosa che Kusama ha raccontato, ed è il centro del film: cosa succede quando rivedi una persona che hai amato e ti sembra uno sconosciuto. È quello che prova Will guardando Eden, ed è quello che prova Eden guardando Will. Nessuno dei due è diventato un mostro. Hanno solo smesso di essere le persone che si conoscevano.

Come è girato
Il film è in CinemaScope, cioè in formato largo, e per una storia che si svolge in una casa è una scelta insolita. Il motivo è che in un’inquadratura così larga la casa non entra tutta insieme: la macchina da presa mostra cose che Will non sta guardando, e lo spettatore le vede prima di lui. Kusama lavora molto sui bordi dell’inquadratura, su quello che resta fuori. Il montaggio di Plummy Tucker alterna piani lunghi, dove una conversazione va avanti troppo, e stacchi improvvisi sulle facce.
La musica di Theodore Shapiro è elegante e tranquilla, da serata bene. È proprio per questo che diventa insopportabile: sembra di stare a una cena vera e non a un film dell’orrore. Non c’è nessuna musica che avvisa che sta per succedere qualcosa, quindi la tensione non cala mai. Kusama è una regista molto precisa, e non lo fa vedere: non c’è una scena in cui si pensa “che bella inquadratura”, si pensa solo che quella serata deve finire
Il vero orrore
Il finale non lo racconto, ma una cosa va detta, perché è la ragione per cui il film esiste: Hay e Manfredi, gli sceneggiatori, l’hanno pensato prima di tutto il resto, e il film è stato costruito a ritroso partendo da lì. E il finale non è mai stato il punto. Il punto è quello che viene prima.
Perché il vero orrore di The Invitation non è quello che succede alla fine. Il vero orrore sono loro: persone normali, educate, che per un’ora e mezza ti tengono seduto a un tavolo mentre ti sminuzzano. Eden non ti minaccia, ti sorride e ti offre da bere. David non ti urla contro, ti parla con calma di quanto è stato bene lui da quando ha capito come si vive. Pruitt non ti dice che sei sbagliato, ti dice che ti vuole bene. È una coercizione che non ha bisogno di alzare la voce, perché si serve di una cosa che diamo per scontata: la buona educazione. Tu non riesci ad alzarti perché alzarti vorrebbe dire accusare. Non riesci a dire quello che pensi perché lo diresti a degli amici. E più resti, più cominci a dubitare di te stesso invece che di loro. Il film non ti spaventa: ti toglie il terreno sotto i piedi, e lo fa usando la tua stessa gentilezza.
E c’è un’altra cosa, che è forse la più sgradevole. Quella casa è abitata da un’atmosfera da eletti: hanno trovato la risposta, hanno smesso di soffrire, sanno come si sta al mondo. È il modo in cui si presentano i gruppi peggiori, e il film lo mostra senza esagerare, con gente che ti sembra simpatica e persino generosa. Il problema è che una persona che sta male accanto a loro è una persona che non ha ancora capito. E chi non ha ancora capito, in quella casa, va aiutato. Anche se non vuole.
The invitation un film su quello che si è disposti a sopportare per non fare una scenata a una cena fra amici, e su quanto poco ci vuole perché qualcuno si convinca che hai ragione tu.
Il finale arriva, è vero, ed è violento, e il dubbio che ci ha tenuto addosso per novantanove minuti alla fine lo scioglie. Ma quando arriva, la cosa peggiore l’abbiamo già vista: l’abbiamo vista nei modi e nei sorrisi di chi ci ha tenuto a tavola.
Kusama
Fatto con un cast corale, una sola location e pochi soldi. Non ha usato la ristrettezza come scusa per fare un film povero: ha fatto un film che sta in piedi solo grazie a come è scritto e a come è recitato.
The Invitation non chiede di essere capito: chiede che si resti seduti e gentili. Ed è la gentilezza, in quella casa, la cosa che fa più paura.


































