Quando il lutto diventa possessione: i fratelli Philippou affondano nel trauma
Dopo il sorprendente successo di Talk to Me, i fratelli australiani Danny e Michael Philippou tornano con un’opera che alza drasticamente l’asticella dell’orrore contemporaneo. Il loro nuovo film, Bring Her Back – Torna da me, prodotto da A24 e girato tra gli spazi brulli e spettrali dell’Australia rurale, è un horror che non cerca scorciatoie. Non rincorre i colpi di scena, né si limita a replicare le dinamiche del primo film. Questa volta, i Philippou affondano nel dolore più intimo, quello del lutto, dell’ossessione, del rifiuto della perdita.
E lo fanno con un’intensità disturbante. Bring Her Back non è solo un racconto sovrannaturale, ma un viaggio viscerale nella psiche di chi non accetta la morte, e nel corpo di chi diventa tramite involontario di quel rifiuto.
Un dolore che si fa rituale
Al centro della storia ci sono Andy e Piper, due fratelli rimasti orfani, che vengono affidati a una donna solitaria e profondamente turbata: Laura, interpretata da una Sally Hawkins assolutamente trasformata e magnetica. La casa in cui si ritrovano è un luogo liminale: isolata, immersa nella campagna australiana, è al tempo stesso rifugio e trappola. Un ventre materno che però ha smesso da tempo di essere accogliente. Nella nuova casa vive anche il piccolo Oliver, un bambino silenzioso, enigmatico, la cui presenza mette subito a disagio. Fin dal primo istante in cui lo vediamo al centro dell’inquadratura, c’è qualcosa nel suo sguardo – o forse nella sua assenza – che turba profondamente, come se nascondesse un segreto che non osa essere rivelato. L’unico ad accorgersene però è il maggiore, Andy. Su di lui la madre affidataria sembra sfogare qualche frustrazione. A Piper, invece, Laura sembra gentile, premurosa… ma ha gli occhi di chi non ha mai davvero lasciato andare ciò che ha perduto. Solo che lei non può vederla.
Ben presto diventa chiaro che Laura ha perso una figlia. E che ha deciso di tentare l’impossibile per riportarla indietro.
Ho parlato con un angelo, mi ha mostrato come tornare a essere madre.
A partire da questa premessa, i Philippou costruiscono un horror che mescola possessione e ritualistica, ma in una forma nuova: non c’è la possessione come la conosciamo, con i soliti cliché diabolici. Qui è il dolore stesso a prendere corpo. È l’assenza a incarnarsi. E lo fa lentamente, attraverso gesti quotidiani, sguardi vuoti, oggetti carichi di significato: una VHS sbiadita, una camera perfettamente mantenuta, fotografie del passato. Con una mescolanza di elementi che appartengono a diversi sottogeneri horror i fratelli costruiscono un prodotto commerciale e moderno ma che non fa sconti a nessuno.

Un’origine reale. E devastante.
L’idea alla base di Bring Her Back nasce da una scena realmente vissuta da Danny Philippou. In un’intervista, ha raccontato di essere stato in ospedale quando sua cugina ha potuto stringere per l’ultima volta il corpo del figlio di due anni, morto poco prima, e sembrava non volesse lasciarlo. Quel momento, intimo, sacro, straziante, ha lasciato in lui un segno profondo. Un’immagine impossibile da dimenticare. Da lì, il film ha preso forma. E il trauma è diventato linguaggio cinematografico.
Non è un caso che il film sia permeato da una malinconia cupa, quasi senza speranza. I Philippou non si limitano a raccontare l’orrore. Lo elaborano. Lo assorbono. E poi ce lo restituiscono, crudo e deformato, come farebbe un corpo incapace di digerire un veleno.

Tra body horror e dolore psichico
Rispetto a Talk to Me, Bring Her Back si muove su un terreno più emotivo e meno giovanile. Non ci sono feste, smartphone o urbanità social. Qui l’orrore si annida nel corpo e nella mente. È un grief horror nel senso più pieno del termine: un film sul dolore che si trasforma in carne, sul lutto che contamina e possiede.
Il corpo è al centro dell’esperienza. I Philippou continuano a lavorare su un’estetica viscerale e disturbante: corpi che si piegano, si aprono, si offrono al passaggio di qualcosa di altro. Ma non è solo body horror fine a sé stesso. Qui ogni trasformazione è un gesto di amore malato, di disperazione assoluta. Ogni ferita è una porta aperta. Ogni cicatrice è una preghiera.
A fare da contrasto alla fisicità dell’orrore c’è la delicatezza di Piper, la sorella ipovedente di Andy, interpretata con sensibilità da Sora Wong. La sua fragilità non è mai sfruttata in modo spettacolare, ma diventa un centro silenzioso, un punto di resistenza umana in mezzo all’abisso.

Nessuna via di fuga
Dal punto di vista formale, Bring Her Back mostra una regia più matura, più controllata rispetto all’esuberanza di Talk to Me, ma non meno potente. L’uso del sonoro è soffocante, i silenzi sono spesso più pesanti dei dialoghi. La fotografia gioca con ombre, sfocature e profondità per immergere lo spettatore in uno spazio sempre instabile, sempre in disequilibrio.
Ma il vero cuore del film è la performance di Sally Hawkins. La sua Laura è una figura tragica, pericolosa, a tratti patetica, ma mai ridicola. Non è un mostro. È una madre che ha perso tutto. E che ha deciso di perdere se stessa, pur di non accettare la perdita.
Elemento fondamentale in Bring Her Back è l’acqua. Non è solo un richiamo alla morte della bambina, annegata nella grande piscina, ma assume una valenza profondamente simbolica. Elemento di confine tra la vita e l’aldilà, l’acqua è da sempre associata alla trasformazione, al passaggio, alla rinascita… ma anche alla dissoluzione. Qui diventa mezzo di evocazione e annientamento: ciò che ha portato via la vita si trasforma nello strumento del rito finale. La pioggia torrenziale che accompagna il climax non è solo sfondo atmosferico, ma un vero e proprio battesimo oscuro, un’inondazione emotiva che travolge corpi e volontà. Come se il dolore, ormai incontenibile, si riversasse sul mondo per reclamare ciò che è stato perduto.

Bring Her Back è un film che non lascia scampo. Non ci sono salvezze facili, né messaggi rassicuranti. Non offre catarsi, ma solo riflessione. E una domanda che resta sospesa: se potessi riportare indietro chi ami… a quale prezzo lo faresti?
Un film pericoloso
Le prime reazioni lo definiscono “fisicamente scioccante”, “emotivamente devastante”, “un pugno allo stomaco senza anestesia”. Ed è vero. Ma sarebbe riduttivo fermarsi lì. Bring Her Back è anche un’opera profondamente umana. Una meditazione sulla perdita, sulla colpa, sulla follia che nasce quando l’amore diventa ossessione.
È un film che può disturbare, e lo fa. Ma anche commuovere, se lo si guarda con occhi disposti a farsi ferire.

































