Con The Conjuring – Il Rito Finale (The Conjuring: Last Rites), arrivato nelle sale il 4 settembre 2025, si chiude un ciclo iniziato dodici anni fa. Dopo aver ridefinito l’horror mainstream e aver dato vita a un universo espanso di spin-off, il Conjuringverse, il franchise dei Warren arriva al suo capitolo conclusivo. Diretto da Michael Chaves, il film segna un addio sentito a Ed e Lorraine, interpretati ancora una volta da Patrick Wilson e Vera Farmiga.

È un epilogo che divide la critica ma che, personalmente, ho trovato riuscito. Non tanto per i brividi o l’originalità, quanto per la scelta coraggiosa di mettere al centro non il demone, ma la famiglia.

Una trama che intreccia indagine e vita privata

La vicenda ci porta nel 1986, con un prologo ambientato vent’anni prima. I Warren, ormai ritirati dall’attività sul campo a causa dei problemi cardiaci di Ed, vengono coinvolti nel caso della famiglia Smurl, tormentata da uno specchio maledetto che sembra fungere da portale oscuro. L’indagine non è solo l’ennesimo scontro con il Male, ma diventa lo specchio (in tutti i sensi) dei timori più intimi: il rischio di perdere ciò che si ama. Non si tratta solo di un nuovo oggetto infestato, ma di un simbolo che mette in discussione il passato e il presente dei Warren, legandosi anche alla loro vita privata.

Qui entra infatti in gioco la figlia Judy (interpretata da Mia Tomlinson) ormai adulta, che si prepara al matrimonio. La sua linea narrativa porta la saga su un terreno nuovo: non più soltanto lotta contro il soprannaturale, ma anche eredità, responsabilità e continuità familiare. Judy si trova ad affrontare la propria eredità familiare e il timore di essere risucchiata nell’oscurità che ha segnato i suoi genitori. Possiede infatti lo stesso dono della madre, deve imparare a padroneggiarlo e conviverci, ed è suo malgrado legata allo specchio in questione.

Pregi: sentimento, nostalgia e la forza degli attori.

Quello che ho apprezzato maggiormente è il respiro emotivo del film. Non è un capitolo costruito per terrorizzare a ogni scena, ma per chiudere un cerchio. Il Rito Finale insiste sulla relazione tra Ed e Lorraine, sulla loro dedizione reciproca e sul fardello che hanno portato per anni. Vera Farmiga e Patrick Wilson riescono ancora a trasmettere intensità e autenticità, restano impeccabili: intensi, credibili, capaci di trasmettere l’umanità dietro le icone horror. Il pubblico ritrova nei loro sguardi e nelle loro fragilità la stessa intimità che aveva reso speciale il primo Conjuring nel 2013.

La sottotrama di Judy ha poi un valore che va oltre la finzione: il marito Tony, nella vita reale, sarà colui che erediterà la gestione del museo degli oggetti maledetti. Questa scelta narrativa, così legata alla storia vera dei Warren, conferisce alla conclusione un peso simbolico notevole. È come se il film volesse dirci che i Warren escono di scena, ma la loro eredità resta.

Visivamente, la fotografia cupa e le atmosfere gotiche funzionano, e Michael Chaves, pur non raggiungendo l’ efficacia registica di James Wan, costruisce alcune sequenze suggestive, soprattutto nelle apparizioni legate allo specchio che riescono a restituire il senso di inquietudine che ha sempre contraddistinto la saga.

Difetti inevitabili

Certo, i difetti non mancano. Alcuni jump scare sono telefonati e poco incisivi, e alcuni momenti di fan service – come il ritorno di Annabelle – appaiono forzati, quasi un tentativo di riciclare vecchi simboli più che di proporne di nuovi. A questo si aggiunge una certa dipendenza dalla CGI, che in alcuni passaggi spezza l’atmosfera anche se, devo ammettere, non è stata così invasiva come nel precedente capitolo. In generale, chi cerca un horror innovativo potrebbe restare deluso ma, a differenza di altri, io non l’ho trovato noioso né stanco. Il ritmo più intimo e riflessivo mi è sembrato in linea con l’idea di un “ultimo rito”: non un crescendo spettacolare, ma un saluto.

Il Rito Finale ha sicuramente un procedere lento, meno ossessionato dal mostrare demoni a tutti i costi, ma per me questa scelta ha funzionato. Ho apprezzato il fatto che il focus fosse sul nucleo familiare dei Warren più che sul caso in sé. È un film che parla di come il male minacci sempre ciò che abbiamo di più caro, e di come siano i legami affettivi a costituire l’arma più forte. Scorre e si lascia seguire, soprattutto se ci si lascia trasportare dal lato emotivo della storia.

Il significato del finale

Il finale è calzante. Non tanto per lo scontro con l’entità, quanto per il significato che porta con sé. Lo specchio diventa il filo conduttore della saga, rivelando un legame sotterraneo tra tutte le vicende affrontate dai Warren. È una scelta che non apre nuove strade (ed è giusto così, se davvero parliamo di un ultimo capitolo), ma dà coerenza e un senso di compiutezza.

E poi c’è la scena post-credits, che richiama l’inizio di tutto e ci ricorda come questa saga sia sempre stata anche un grande racconto di memoria, di testimonianza e di riflessi — a volte spaventosi, a volte malinconici. Lega tutto alla figura dello specchio, rivelandolo come filo rosso dell’intera saga. È una scelta che dona coerenza all’universo narrativo, ed in parallelo, il matrimonio di Judy chiude sul piano umano, bilanciando il buio con la luce.

È un doppio finale che funziona: da una parte la continuità tematica (il male come riflesso sempre pronto a tornare), dall’altra la continuità affettiva (una famiglia che va avanti).

Conclusione

The Conjuring – Il Rito Finale non è il film più spaventoso della saga, né quello più innovativo. Ma è quello che, per me, ha saputo restituire meglio la dimensione più intima e umana dei Warren. Ho lasciato la sala con la sensazione di aver assistito a un vero addio, fatto più di amore e nostalgia che di demoni urlanti ed è il capitolo che ho sentito più personale e intimo. Al posto dell’ennesima escalation di esorcismi e possessioni, ho trovato un racconto che parla di amore, eredità e legami. È un addio che lascia dietro di sé dei difetti – qualche fan service di troppo, qualche spavento prevedibile – ma che, per me, resta convincente.

Forse il modo migliore per chiudere era proprio questo: non con il rumore del terrore, ma con la voce calma di una famiglia che resiste ricordandoci che dietro le croci, i rosari e le stanze infestate, c’è sempre stato l’amore ostinato di chi sceglie di proteggere gli altri.

Classificazione: 3 su 5.

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