Da anni Guillermo del Toro sogna il suo Frankenstein. Non è solo un progetto cinematografico, ma un’ossessione personale, una promessa fatta a sé stesso e alla creatura di Mary Shelley.
Il regista messicano, che da sempre guarda al mostro come a una figura sacra, vede in Frankenstein la sintesi perfetta del suo cinema: la fusione tra orrore e umanità, tra l’abisso e la tenerezza. Dopo decenni di lavori preparatori, concept art e dichiarazioni d’amore verso il romanzo, la sua versione prende finalmente forma.
Del Toro ha più volte definito il testo di Shelley una delle sue “ossessioni fondanti”, al pari de Il labirinto del fauno e La spina del diavolo: storie in cui la ferita diventa poesia e il diverso si fa specchio dell’umano.

Il mito di Frankenstein: dal romanzo al cinema

Pubblicato nel 1818, Frankenstein di Mary Shelley è il primo vero romanzo gotico-scientifico, ma anche una riflessione sull’abbandono, sulla colpa e sulla paura del diverso.
La Creatura nasce non come mostro, ma come bambino respinto: un essere che impara a soffrire prima ancora di capire chi è.
Le versioni cinematografiche classiche, dalla Universal di James Whale fino alle riletture gotiche della Hammer, hanno privilegiato l’aspetto horror, il corpo deforme e il terrore dell’esperimento fallito.
Del Toro, invece, sembra voler recuperare la dimensione tragica e romantica della storia: non l’orrore della carne, ma quello della solitudine. La Creatura non spaventa solo perché è diversa, ma perché è umana in un mondo che non sa più riconoscere l’umanità.

Il mostro come anima ferita

In tutti i film di Del Toro, il mostro è una ferita che cammina. Da Il labirinto del fauno, a La forma dell’acqua, la creatura è sempre un riflesso dell’emotività umana, un simbolo del dolore e del desiderio di essere amati.
In Frankenstein, questa prospettiva raggiunge il suo apice.
La relazione tra il Dottor Frankenstein e la sua Creatura è costruita sul paradigma padre/figlio, creatore/creatura: una relazione divina e insieme profondamente terrena, dove l’amore e il rifiuto coincidono.
Il mostro diventa così l’incarnazione del figlio non voluto, dell’opera che sfugge al suo autore perchè non è una “cosa” come lui la vede, ma un essere vivente, in questo caso ancor più umano dell’ umano. Frankenstein non è solo lo scienziato folle, ma il genitore che non riesce a riconoscere il proprio errore, né a prendersene cura e che porta su di sè la memoria di un padre duro, punitivo e incapace di amare.
In questa dinamica, Del Toro inserisce una delle sue ossessioni più intime: la paura di creare qualcosa di bellissimo e terribile al tempo stesso , un tema che attraversa tutta la sua filmografia.

Gotico viscerale e visione romantica

Sul piano visivo, il film è un trionfo dell’estetica gotica di Del Toro. Ambientazioni vittoriane, laboratori meccanici, case dalle ombre liquide: spazi dove la scienza si mescola alla poesia, e il sangue convive con la luce.
Il gotico di Del Toro è un gotico “umido”, materico, intriso di carne e metallo, di fluidi e desideri.
Tra i colori dominanti, il bianco e il rosso cremisi già amati in Crimson Peak, raccontano la tensione tra purezza e passione, vita e morte.
C’è sempre una componente sensuale nel suo modo di rappresentare l’orrore: il corpo diventa tempio e prigione, la ferita un’apertura verso l’anima.
Il suo Frankenstein sarà probabilmente il più romantico mai visto: non un racconto di terrore, ma una storia d’amore impossibile tra un uomo, la sua opera e il vuoto che li separa. Ed era dai tempi dell’ interpretazione di Rory Kinnear in Penny Dreadful che non vedevo una tale profondità emotiva nella Creatura.

Il cast: un triangolo gotico

Il cast scelto da Del Toro è perfettamente in linea con questa visione.
Oscar Isaac interpreta il Dottor Frankenstein, uomo geniale ma ossessionato dal controllo; Jacob Elordi è la Creatura, fragile e spaventosa allo stesso tempo; Mia Goth , musa dell’horror contemporaneo, incarna la figura femminile che lega e separa i due poli della narrazione ed interpreta il doppio ruolo di Elizabeth e della madre di Victor; e Christoph Waltz appare come il magnate che finanzia gli esperimenti del dottore, incarnando la tentazione del potere e dell’ambizione.
Si delinea così un triangolo gotico tra creatore, creatura e musa, un intreccio di desiderio, colpa e redenzione.
Del Toro ama raccontare questi rapporti ambigui, dove il sentimento si confonde con la distruzione e la bellezza nasce sempre da un errore. E’ Elordi ad affascinare totalmente, la sua interpretazione, priva di parola per la metà dell’opera, avviene tramite gesti, postura e sguardi eppure è di una potenza incredibile.

Temi: colpa, solitudine, diversità

Il cuore di Frankenstein è la solitudine.
La Creatura è un simbolo eterno dell’emarginato, di chi non trova posto nel mondo e diventa mostro agli occhi degli altri.
Del Toro riprende questa figura per parlare della paura del diverso, della colpa del creatore e della responsabilità verso ciò che si genera, che sia un figlio, un’idea o un’opera d’arte.
Il corpo, in questo senso, diventa il vero campo di battaglia: materia, identità e anima si fondono in una riflessione sulla condizione umana.
Il Dottore e la sua Creatura non sono nemici, ma due metà dello stesso essere: chi crea e chi viene creato condividono la stessa condanna.
E ancora una volta, Del Toro si rispecchia nel suo protagonista: anche lui, come regista, è un artigiano che modella mostri, un demiurgo che dà vita a mondi imperfetti ma profondamente sinceri.

Riflessi nel cinema di Del Toro

Il percorso che porta a Frankenstein è disseminato di anticipazioni.
La forma dell’acqua può essere considerata la sua “fiaba sorella”: la storia di un amore tra un mostro e una donna che scopre in lui la parte più pura dell’umano.
Crimson Peak ne anticipa la componente estetica e romantica, fatta di fantasmi e desiderio.
E Pinocchio, con il suo legno che prende vita, è un laboratorio filosofico sul tema della creazione e del dolore, quasi un preludio diretto al mito di Frankenstein.
Tutti questi film compongono una costellazione in cui il mostro è sempre una metafora di amore e morte, di ciò che l’uomo tenta di comprendere ma non può controllare.

L’Arte che Plasma il Mostro

In Frankenstein di Del Toro, il percorso del Mostro non si nutre solo di rimandi cinematografici, ma vive di riferimenti iconografici che amplificano il suo ruolo di creatura fragile, liminale, mai davvero colpevole. A partire dalla “Creazione di Adamo”: in una delle sequenze più delicate, Elizabeth (Mia Goth) sfiora con un dito la mano della Creatura, riproducendo esattamente il gesto michelangiolesco del contatto sospeso. È un momento che non celebra la potenza della vita, bensì la sua precarietà: non un Dio che dà origine all’uomo, ma un uomo che tenta di riconoscere ciò che ha generato senza comprenderlo.

Poco dopo emerge un altro riferimento esplicito, quello all’“Incredulità di San Tommaso” di Caravaggio. Ancora Elizabeth, con la stessa tenerezza che attraversa tutto il film, posa il dito nella ferita sul costato del Mostro. È un gesto che ribalta il significato originario: Tommaso cercava una prova della resurrezione, qui invece il tocco diventa un tentativo di confermare l’umanità di chi non avrebbe mai dovuto esistere, come se la ferita fosse l’unico luogo tangibile in cui riconoscere la persona dietro l’esperimento.

Infine, nel laboratorio di Victor compare un enorme bassorilievo di Medusa, evidente rimando al celebre dipinto di Caravaggio. Un dettaglio non ornamentale, ma profondamente tematico: anche Medusa, dopotutto, era un mostro involontario, trasformata e condannata da forze più grandi di lei. Come la Creatura di Del Toro, non nasce malvagia: lo diventa perché il mondo la guarda come tale.
Tutto il film è pregno di riferimenti all’ arte, dal Memento Mori all’ Amleto di Shakespeare, vi invito a trovare gli altri ed a capire il perchè siano stati scelti.

Perché Frankenstein è ancora attuale

Ogni epoca ha il suo Frankenstein.
Nel mondo contemporaneo, dove l’intelligenza artificiale e la manipolazione genetica riscrivono i confini dell’etica, la storia di Shelley torna più viva che mai.
Del Toro ci riporta al centro del dilemma: cosa succede quando la scienza supera la compassione?
L’uomo che gioca a fare Dio oggi non lavora più con fulmini e cadaveri, ma con Intelligenza Artificiale e DNA, ma la paura resta la stessa.
La Creatura diventa allora il simbolo della disumanizzazione moderna, del bisogno disperato di riconoscimento in un mondo che crea vita senza più saperla amare.

La bellezza del mostruoso

Guillermo del Toro ha sempre cercato la bellezza nel mostruoso, e in Frankenstein questa ricerca sembra destinata a diventare la sua più grande dichiarazione d’intenti.
Il film appare come una tragedia romantica del XXI secolo, dove l’orrore non è la deformità del corpo, ma l’assenza di empatia.
Come ama ripetere Del Toro, “il mostro non è chi sembra mostruoso, ma chi non sa amare.”


E forse, in questo suo nuovo capolavoro, ci ricorderà che dentro ogni creatura abbandonata, reale o immaginaria, batte ancora il cuore fragile di un essere umano che chiede solo di essere visto.

Classificazione: 5 su 5.

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