Nel 2007, mentre il cinema horror americano inseguiva ancora il successo dei remake e del torture porn post-Saw, in Francia esplodeva qualcosa di più viscerale e politico. Frontier(s) di Xavier Gens, insieme a titoli come Alta tensione, Martyrs e À l’intérieur, rappresenta la punta più estrema del cosiddetto New French Extremity: un movimento che non si limitava a scioccare, ma affondava le mani nel fango della società europea.
Dietro la violenza e il sangue, Frontier(s) racconta la disillusione di una generazione, la paura del fascismo che ritorna e l’idea di un’Europa corrotta alle radici. È un film che urla, che non chiede permesso, e che trasforma l’orrore in una dichiarazione politica.

L’inferno dopo la rivolta

La storia segue un gruppo di ragazzi in fuga da una Parigi devastata da rivolte e tensioni sociali. Cercano una via di fuga, un rifugio lontano dal caos, ma si ritrovano in un vecchio albergo sperduto tra le campagne francesi. Ad accoglierli c’è una famiglia di neo-nazisti, un clan degenerato guidato da un patriarca che sembra uscito da un incubo del dopoguerra. Da quel momento, Frontier(s) cambia registro e si trasforma in una discesa all’inferno: un’odissea di carne, odio e sopravvivenza.

Quello di Xavier Gens non è solo un film di torture o di violenza gratuita. È un racconto sull’illusione di poter fuggire da un sistema marcio, sulla consapevolezza che non esiste davvero un “fuori” dove rifugiarsi. Ogni confine, che sia politico, geografico o morale, è solo un’illusione e oltre quella frontiera, si nasconde il mostro che l’Europa ha cercato di dimenticare.

L’orrore come allegoria del potere

Nel mondo chiuso e stagnante della fattoria, i valori estremi del patriarca si fanno simbolo di un potere vecchio, maschilista e razzista che continua a riprodursi, contaminando anche le nuove generazioni. L’orrore diventa qui una metafora del ritorno dell’autoritarismo, del fanatismo politico e della violenza identitaria.
La protagonista Yasmine (Karina Testa), donna, araba, incinta, incarna tutto ciò che quel mondo vorrebbe annientare. E proprio nel corpo femminile, come accade spesso nell’horror, si concentra la battaglia tra distruzione e rinascita. Il suo percorso è quello di una sopravvissuta, ma anche di una figura messianica che, nel finale, riesce a ribaltare il potere e a emergere letteralmente dal fango.

Un film sporco, fisico, necessario

La regia di Gens è feroce e viscerale, quasi istintiva. Non lascia tregua. Le inquadrature claustrofobiche, i corpi sporchi e sanguinanti, i suoni metallici: tutto costruisce una sensazione di oppressione costante. È un film fisico, che si sente addosso e che mescola carne e lacrime, urla e sangue.
Certo, Frontier(s) non è per tutti. La violenza è grafica, disturbante, e a tratti quasi insopportabile. Ma proprio in questo risiede la sua forza: non è mai compiaciuta, bensì politica. Ci costringe a guardare ciò che la società preferisce ignorare: le radici marce dell’odio, la fragilità dei valori democratici, la crudeltà che si nasconde dietro il concetto di “ordine”.

L’eredità del nuovo horror francese

Insieme agli altri titoli della New French Extremity, Frontier(s) ha dato vita a una nuova ondata di cinema estremo, capace di rimettere in discussione le regole dell’horror europeo. Film in cui l’orrore smette di essere puro intrattenimento per tornare ad essere linguaggio di rottura.
Rispetto ai colleghi, Gens sceglie un approccio più diretto, meno metafisico di Martyrs ma più politico di Haute Tension: un grido contro il fascismo che serpeggia sotto la pelle dell’Europa, allora come oggi.
Il suo film è una frontiera in tutti i sensi: tra generi, tra ideologie, tra epoche, e segna il momento in cui il cinema horror francese decide di sporcarsi le mani con la realtà.

frontiers

Oltre il sangue, la sopravvivenza

Alla fine, ciò che resta di Frontier(s) non sono solo le immagini di corpi dilaniati o i corridoi sotterranei di quella cascina maledetta. Resta l’idea di resistenza, di una donna che, pur devastata, riesce a sopravvivere. In un mondo dove il male sembra eterno, Yasmine è la prova che la sopravvivenza stessa può essere un atto di ribellione.


Come spesso accade negli horror, dietro la carneficina si nasconde un cuore politico e umano: un urlo che ci ricorda quanto sia sottile il confine tra civiltà e barbarie. E quanto facilmente possiamo attraversarlo.

Classificazione: 3.5 su 5.

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