2025 – Un anno di cinema horror – Parte Uno
Il nuovo anno sembra partire nel migliore dei modi per gli appassionati del cinema horror, con l’uscita a metà gennaio di 28 anni dopo – Il tempio delle ossa di Nia DaCosta, l’atteso sequel di quella che dovrebbe essere una nuova trilogia sugli infetti ideata da Alex Garland e Danny Boyle. La settimana successiva arriverà nelle nostre sale Return to Silent Hill di Christophe Gans, ispirato al secondo capitolo videoludico di Konami uscito nel 2001, mentre a fine mese avremo ben due uscite: Ben – Rabbia anmale di Johannes Roberts e Send Help, l’attesissimo ritorno nei territori horror di Sam Raimi, uno dei grandi maestri del genere, a distanza di ben sedici anni dal feroce e folgorante Drag me to hell.



Come sottolineato da Pier Maria Bocchi nella parte introduttiva del suo ultimo libro, So cosa hai fatto. Scenari, pratiche e sentimenti dell’horror moderno (pubblicato a Settembre 2024 da Edizioni Lindau), nel corso degli ultimi quattro decenni, l’horror si è dimostrato uno dei generi cinematografici che meglio di altri ha saputo intercettare la realtà e il nostro mondo, sottolineandone contraddizioni e paradossi, fragilità e tragedie, mostruosità e disillusioni. L’orrore fa parte della nostra società e in buona parte è prodotto dal genere umano. Col passare degli anni, l’horror si è trasformato, ha mutato pelle fino a diventare un genere sociale, occupandosi proprio delle problematiche che riguardano la nostra società. L’horror moderno dialoga con la realtà, è un genere politico che fa politica nel momento in cui mette in scena le nostre paure collettive, che riguardano l’intera società e non più dei singoli individui.
Mentre il 2026 si prepara a regalarci nuovi brividi ed emozioni, facciamo il punto sull’annata che si è appena conclusa. Il 2025 ha confermato l’ottimo stato di salute del genere horror, col ritorno prepotente di un sottogenere – il body horror – nato sul finire degli anni ‘70 ed emerso in modo prepotente negli anni ‘80 grazie ad uno dei massimi esponenti del filone, David Cronenberg. Dopo l’exploit nel 2024 di The Substance di Coralie Fargeat, che oltre a vincere il Premio per la miglior sceneggiatura al Festival di Cannes, il Golden Globe per la miglior attrice (la rediviva Demi Moore) e l’Oscar per il miglior trucco, ha avuto un ottimo successo di pubblico anche in Italia, nel 2025 si sono imposti altri due titoli riconducibili al body horror. Il primo è Together del regista esordiente Michael Shanks, uno dei film più apprezzati dalla critica, un body horror di e sulla coppia capace di andare al di là del genere per farsi racconto universale. Il secondo si intitola The ugly stepsister, una geniale e dissacrante rivisitazione della fiaba di Cenerentola ribaltata di segno e prospettiva, raccontata dal punto di vista di Elvira, la sorellastra maggiore. La regista esordiente Emilie Blichfeldt trasforma la fiaba, a cui si accosta con declinazioni pop in stile Maria Antonietta di Sofia Coppola, in qualcosa a metà tra un body horror e una spietata e nerissima satira sociale, per raccontare un mondo in cui l’unico scopo è il benessere materiale, da raggiungere attraverso le violenze inflitte ai corpi che devono sottostare a determinati standard di bellezza.


Entrambi i film sono stati distribuiti in Italia nell’ultimo trimestre del 2025, nel mese di ottobre. Facciamo adesso un passo indietro, prendendo in esame le uscite nelle nostre sale in ordine cronologico, a partire da inizio gennaio. Nel giorno di Capodanno aveva debuttato uno dei film horror più attesi dai fan, Nosferatu di Robert Eggers. Contraddistinto da inquadrature frontali, perennemente immerso nell’oscurità, questa nuova versione è un magnifico, ipnotico e sontuoso omaggio al capolavoro di Murnau, il film che ha ossessionato Eggers fin dall’adolescenza. Nosferatu è un maleficio, “un appetito” bramoso di carne e sangue, un orrore indicibile e atavico che incombe su ogni cosa. Nosferatu è una pestilenza, un abominio, una maledizione per l’umanità. Eggers regala immagini di grande e prepotente bellezza, di enorme impatto a livello visivo, come la carrozza spettrale che raggiunge Hutter lungo un sentiero deserto e tenebroso per condurlo al castello di Orlok o l’ombra della mano del conte che si allunga e incombe sulla città di Wisborg ripresa dall’alto. Eggers cita e omaggia chi l’ha preceduto – Murnau, Herzog e Coppola – ma riesce a imprimere la sua visione e a infondere il suo tocco personale alla figura del vampiro e al rapporto spirituale e carnale che lo lega a Ellen, personaggio che diviene centrale nella nuova trasposizione del regista americano.

Due settimane più tardi era toccato a un’altra icona del cinema horror, il licantropo, tornare sul grande schermo in Wolfman, suggestiva rivisitazione di Leigh Whannell che non ha incontrato il favore del pubblico e non ha replicato il grande exploit in termini di riuscita artistica del precedente film del regista australiano, L’uomo invisibile.
L’annata che si è da poco conclusa ha visto il ritorno al cinema di genere, sei anni dopo Il Signor Diavolo, da parte di un grande maestro come Pupi Avati con L’orto americano, un nuovo thriller gotico tratto dall’omonimo romanzo del regista bolognese presentato alla Mostra del Cinema di Venezia e interpretato da Filippo Scotti, il protagonista di È stata la mano di Dio e Le città di pianura. Se volete approfondire il film trovate la nostra intervista a Pupi Avati qui.

Il 2025 ha visto uscire ben due film di Oz Perkins, l’ironico e parossistico The Monkey ispirato all’omonimo racconto di Stephen King e il suggestivo e perturbante Keeper che dovrebbe arrivare nelle nostre sale nella prima metà di marzo. L’ulteriore conferma, dopo l’uscita nel 2024 di Longlegs – thriller oscuro e misterioso con Maika Monroe e Nicolas Cage – che il regista newyorkese sta attraversando una fase artistica piuttosto prolifica e propizia.
In primavera è uscito Sinners – I peccatori, uno dei film più apprezzati dal pubblico e dalla critica nel corso dell’annata e fresco vincitore di due Golden Globe. Un’opera politica, coraggiosa e originale che mescola assieme generi diversi e distanti tra loro come l’horror e il western, dando vita ad una ballata blues sfrenata e insanguinata. Diretto da Ryan Coogler e interpretato da Michael B. Jordan nel doppio ruolo dei gemelli Smoke ed Elisa Stack, Sinners è ambientato in America negli anni della Grande Depressione, con gli stati del sud ancora oppressi dalla segregazione razziale, tra paludi fangose, strade di terra battuta, juke joint malridotti (locali di musica dal vivo), chiese battiste e baracche di legno.

A metà maggio è uscito Final Destination: Bloodlines, il sesto e godibilissimo capitolo della fortunata saga horror. Senza prendersi troppo sul serio, giocando ancora di più di quanto non sia avvenuto in precedenza con i toni ironici e sarcastici, i registi Zach Lipovsky e Adam B. Stein mettono in scena dei trapassi elaborati e con tassi sempre più elevati di splatter.
Per gli amanti dell’horror e degli zombie movie in particolare, l’estate è iniziata nel segno di 28 Anni Dopo. Quasi trent’anni dopo lo scoppio del virus della rabbia che ha sconvolto e stravolto il Regno Unito, una piccola comunità di sopravvissuti vive su un’isoletta fortificata collegata alla terraferma da un sentiero visibile e percorribile solo con la bassa marea. Colpita da questa inarrestabile e incontrollabile pandemia zombie, la Gran Bretagna, ripiombata in un’epoca preindustriale, è completamente isolata (qualcuno ha detto Brexit?) dal resto del mondo. Diretto da Danny Boyle e sceneggiato da Alex Garland, gli stessi autori del cult movie 28 Giorni Dopo, il film è un crudo e feroce coming of age, un horror politico più attuale che mai che a distanza di 23 anni dal primo capitolo infonde nuova linfa vitale alla fortunata saga degli infetti. Un’opera maiuscola, diretta in modo superbo e interpretata da un cast in stato di grazia, che parla di morte ma anche di vita e amore (Memento Mori, Memento Amoris).

2025 – Un anno di cinema horror – Parte Due
Nel mese di luglio è stato distribuito, con un anno e mezzo di ritardo rispetto agli Stati Uniti, Presence di Steven Soderbergh, film girato in soggettiva dal punto di vista della presenza invisibile che dà il titolo all’opera. Teorico e sperimentale, con interessanti e affascinanti assonanze con Here di Robert Zemeckis, Presence capovolge completamente la convenzione delle ghost stories secondo cui i fantasmi sono legati al passato e sono visti come una fonte di minacce.

A fine luglio è uscito un altro titolo molto amato dai fan e dagli appassionati del genere, Bring her back dei fratelli Philippou, già artefici dell’horror di culto Talk to me. Ai due fratelli va riconosciuta l’indubbia capacità di dar vita a opere ansiogene, sgradevoli e disturbanti ma questa loro seconda prova dietro la mdp ha suscitato in chi scrive alcune perplessità. È un film che procede per accumulo, che mantiene il mistero alla base di alcuni elementi narrativi ma che alla fine risulta essere piuttosto scontato, implodendo su se stesso senza riuscire a dare una chiusa compatta e convincente. I Philippou hanno talento e sono ambiziosi, amano sicuramente il genere horror, ma in questa loro seconda prova non sono riusciti a sviluppare in modo coerente le buone e interessanti premesse di partenza, rimanendo prigionieri della tematica alla base del film, la mancata elaborazione del lutto e il rifiuto della perdita che fanno sprofondare nella follia la protagonista, interpretata da un’ottima ed efficace Sally Hawkins.

A inizio agosto è arrivato uno dei migliori titoli dell’anno, Weapons, il nuovo film scritto e diretto da Zach Cregger, già autore del notevole e sorprendente Barbarian. Quando tutti i bambini di una stessa classe, tranne uno, scompaiono misteriosamente nella stessa notte esattamente alla stessa ora, l’intera comunità si ritrova a interrogarsi su chi – o cosa – sia responsabile della loro sparizione. Con Weapons, Zach Cregger è tornato alla ribalta con un film che mescola horror, thriller e dramma esistenziale, spostando lo sguardo dai meccanismi sociali esterni verso un’indagine interiore. Un’opera ambiziosa e personale, scritta in stato di shock dopo la perdita improvvisa di un amico, e sviluppata con una grande libertà emotiva.

L’inizio di settembre ha visto uscire nelle nostre sale The Conjuring – Il rito finale, l’ultimo e fortunato capitolo della saga incentrata sui coniugi Warren esperti in fenomeni paranormali. Un franchise molto amato dal pubblico, come dimostra l’exploit di quest’ultimo film, il solo horror presente nella top ten italiana dei maggiori incassi del 2025 con 9,5 milioni di euro.

Uscito poco dopo essere stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, La valle dei sorrisi è il nuovo e portentoso film di Paolo Strippoli. Un’opera oscura e perturbante, di grande impatto a livello visivo e sonoro, che mostra come la nostra società sia ormai incapace di affrontare il dolore, sentimento che fa parte dell’essere umano e da cui dobbiamo passare tutti, all’interno di un percorso di crescita e formazione. Tratto da un soggetto, L’angelo Infelice, scritto dallo stesso regista insieme a Jacopo Del Giudice e Milo Tissone, vincitore del Premio Solinas nel 2019, il film utilizza in modo incisivo e magistrale i codici e gli strumenti del cinema di genere per mettere in scena un dramma potente e suggestivo ambientato in una piccola comunità di montagna. Un luogo dove in apparenza sono tutti sereni e felici, un paese in cui gli abitanti non conoscono e non provano più sofferenza e dolore. Rinunciarvi, però, significa rinunciare a un pezzo di noi stessi e può portare a conseguenze estreme. Dopo A classic horror story co-diretto con Roberto De Feo e Piove, prima prova in solitaria, Paolo Strippoli realizza il suo film più importante e compiuto, confermando di possedere un talento puro e cristallino e uno sguardo lucido e profondo.

Nel mese di ottobre, oltre ai già citati Together e The Ugly stepsister, sono usciti altri film appartenenti al genere, a cominciare dal deludente Black Phone 2. Un film evanescente e di una pochezza disarmante, incapace di inquietare e disturbare. L’unica idea “nuova” rispetto al primo capitolo, che al contrario di questo opaco sequel era un’opera di tutto rispetto, viene da Nightmare ed è utilizzata in modo posticcio e schematico. Non è andata molto meglio con Dracula – L’amore perduto di Luc Besson che nei momenti peggiori sembra una versione parodica di quello di Coppola e in quelli migliori un omaggio scanzonato e senza troppe pretese al film di Francis Ford. Possiede la medesima volontà di tradurre in immagini il romanzo di Bram Stoker, privilegiando l’aspetto romantico e passionale, ma finisce per dar vita a un’opera goffa e maldestra che almeno ha la dignità di non prendersi troppo sul serio. Terribile l’idea e la resa a livello visivo dei gargoyles come aiutanti di Dracula (manco fossero gli elfi di Babbo Natale). Piuttosto fastidioso, con le sue solite faccette e mossette, Christoph Waltz nei panni di un prete che dà la caccia a Vlad. Insomma, più che avvicinarsi al mito di Dracula, il nuovo lavoro di Luc Besson – complici le musiche fiabesche e timburtoniane di Danny Elfman – sembra accostarsi e voler riprendere le atmosfere di Adèle e l’enigma del faraone. Film, quest’ultimo, decisamente più riuscito e godibile rispetto a questo Dracula vorrei ma non posso.

Dopo il passaggio in Concorso a Venezia 82, l’attesissimo Frankenstein di Guillermo del Toro ha avuto un breve e fugace passaggio sul grande schermo prima di approdare su Netflix. Interpretato da Jacob Elordi, Oscar Isaac e Mia Goth, il progetto a lungo covato dal regista messicano possiede luci e ombre, con una seconda parte senz’altro più riuscita e coinvolgente della prima, complice la buona prova di Elordi nel ruolo complesso e tormentato della creatura.
Chiudiamo questa lunga ricognizione nel cinema horror del 2025 con due ultime segnalazioni. La prima riguarda Good Boy di Ben Leonberg, uscito direttamente sulle piattaforme streaming per Halloween. Un film molto curioso e interessante, con pochissimi dialoghi, che ha per protagonista un cane, Buddy, un magnifico e tenero Golden Retriever. Tutto il film è raccontato attraverso i suoi occhi e le sue percezioni (seppur non si tratti affatto di un lungo girato in soggettiva), secondo i suoi stati d’animo e le sue emozioni davanti al sopraggiungere di una minaccia per lui incomprensibile e inafferrabile.

La seconda riguarda un esordio italiano che non appartiene prettamente al genere horror ma contiene al suo interno alcuni riferimenti e suggestioni al cinema di Mario Bava e Dario Argento. Presentato al Lido di Venezia, Orfeo di Virgilio Villoresi è un film materico e artigianale, fuori dal nostro tempo, che mira a suscitare nel pubblico un senso di stupore e “maraviglia”. Un’opera-mondo che per certi aspetti sembra provenire e appartenere al nostro cinema di genere degli anni ’60 e ’70 e per altri richiama e si rifà all’animazione in stop motion del Novecento guidata da maestri dell’Est Europa come Jan Švankmajer, Jurij Norštejn e Jirí Trnka, fino ad approdare agli albori del Cinematografo, alle magie e alle fantasmagorie di George Méliès. Ispirato a Poema a fumetti di Dino Buzzati, girato in pellicola 16mm, realizzato in tecnica mista (live action e animazione in stop motion) e totalmente autoprodotto, per il modo in cui è stato concepito e ideato, Orfeo ha avuto una lunghissima gestazione.

Un film strabiliante, ipnotico e affascinante, con un immaginario ammaliante ed evocativo, immerso in un’atmosfera onirica e sognante, di grande suggestione a livello visivo, uditivo e sensoriale. Un’opera prima destinata a rimanere e a far parlare a lungo di sé e del suo autore.
a cura di Boris Schumacher
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